La carta fondativa – lo Statuto – della Regione Siciliana ha appena compiuto 80 anni, tra analisi, processi, promesse di revisione e poche o nessuna celebrazione. Sembra prevalere l’idea di una generale stanchezza, della fine di un sogno, del tradimento di un’idea e di una promessa, o, peggio, lo Statuto, la stessa autonomia regionale sono sul banco degli imputati, apparentemente responsabili di essere la causa del mancato sviluppo della nostra Regione.
Si parla di Statuto 2.0, di revisione della carta, come se il punto fosse questo, come se bastasse cambiare le regole del gioco per avere giocatori migliori. Non sono e non voglio certo fare il costituzionalista e d’altra parte i pareri da questo punto di vista non mancano e sono autorevoli. Alcune riflessioni però possono farsi.
La carta costituente della Regione fu il frutto di un profondo rapporto tra cultura politica e cultura giuridica. Università – Ambrosini, Salemi, Baviera, Restivo, tra gli altri – e classe politica della più diversa estrazione collaborarono ai lavori della consulta e della commissione da essa nominata per scrivere lo statuto che è, di per sé, un atto politico e giuridico allo stesso tempo, fonte primaria della struttura giuridica e politica dello Stato o, in questo caso, dell’Ente Regione. In quanto tale, determina la struttura dello Stato e il suo sviluppo politico.
La cultura politica autonomista affondava le sue radici nella costituzione del 1812 e in quelle risorgimentali successive e, di fatto, promulgare l’autonomia fu vissuto, da chi ne fu artefice, sia come la fine di un processo storico che aveva visto nel plebiscito del 1860 – “Il Popolo Siciliano vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, ed i suoi legittimi discendenti?” – che per tanti era stata la truffa di Cavour, sia come l’inizio di un percorso finalmente repubblicano.
Per i democristiani, che certamente ebbero grande ruolo in questo processo, si trattava di mettere in atto le idee autonomistiche e della sussidiarietà amministrativa e politica che erano state di Padre Gioacchino Ventura, di Romolo Murri e quindi di Sturzo e del Partito Popolare. Superato il “non expedit” di Pio IX con la Rerum Novarum di Leone XIII, nel 1891, quella generazione aveva attraversato e contrastato il fascismo, senza perdere di vista il proprio ideale, repubblicano, unitario e autonomista.
Per questo, poche settimane dopo lo sbarco degli americani in Sicilia, Alessi fondò il primo giornale pubblico dell’Italia liberata. Si chiamava “L’Unità” e il messaggio era chiaro: “Autonomisti perché unitari e repubblicani”. Alla rivista collaborò anche un giovanissimo Leonardo Sciascia che era stato testimone dell’attività antifascista di Alessi e Colajanni, da lui descritti nelle “Parrocchie di Regalpetra” come due giovani, assai diversi, attivisti antifascisti.
Ma, in verità, fu un’intera e assai articolata classe politica fatta da democristiani, liberali, socialisti, comunisti, repubblicani, a farsi carico della costruzione ideale e reale del nuovo assetto giuridico e politico dello stato-regione. A Palermo come a Roma.
Una cosa è evidente ed è che per scrivere le regole del gioco, occorre averne la credibilità, oltre che la cultura politica, per farlo. Quella generazione questo diritto se lo era guadagnato sul campo e poteva, legittimamente, esercitarlo. Significava giocare una partita collettiva, scrivere una carta davvero comune, mettere in primo piano gli interessi generali, certi che da questi non potessero che discendere quelli individuali.
Lo Statuto prese vita alla fine del 1945, ancora in regime monarchico, ma trovò in Alcide De Gasperi, nel 1946, l’interlocutore più adatto per accettarlo. De Gasperi, in quello che allora era l’Impero Austriaco, era stato tra i più accesi e autorevoli difensori dell’autonomia e dell’identità delle popolazioni trentine di etnia italiana e, militando nel partito popolare, la sua cultura autonomistica e regionalistica era perfettamente compresa nella visione statale e europeista che segnarono la sua attività politica.
Come per gli autonomisti siciliani non poteva che dirsi regionalista perché unitario e unitario perché europeista. Altro che sovranismo e frontiere chiuse! Siamo su un altro pianeta.
Già nel 1945, i primi giorni dei lavori della Consulta, fu Enrico la Loggia a porre il problema della qualità degli uomini necessari a realizzare le promesse statutarie. Il suo aneddoto su Du Pont e sul “buon gestore” è rimasto nella storia dell’autonomia, come monito indelebile.
Ma, nel 1956, quando ancora l’anniversario fondativo poteva a buon diritto celebrarsi, fu Alcide De Gasperi a sottolineare la necessità e la responsabilità del lavoro delle future generazioni. Oggi, lo ha ben detto, dall’alto della Sua autorevolezza accademica e giuridica, Giovanni Petruzzella: “non basta lo statuto, occorrono tante altre modifiche istituzionali e una cultura politica – di dirigenti e cittadini – che metta in primo piano gli interessi generali, nel presupposto che il loro perseguimento giovi poi a ciascuna persona… problema vero è utilizzare la specialità nell’interesse delle nuove generazioni, che sono il più importante capitale che una società possiede”.
Sintesi, naturalmente perfetta e che rimanda alla domanda di fondo: la classe politica e di governo di oggi che legittimità culturale, morale e politica ha per ri-scrivere le regole del gioco, lo statuto 2.0? Poche, se non assolutamente nessuna, su ognuno dei piani che dovrebbero qualificarla.
D’altra parte, la più importante e corretta modifica dello statuto, quella del 2001 che ha portato all’elezione diretta del Presidente della Regione, spostando l’equilibrio più sul governo che sul Parlamento, ha forse prodotto presidenti migliori di Piersanti Mattarella, Mario Fasino o Rino Nicolosi, per non citare i soliti Alessi, Restivo e La Loggia? Ha forse prodotto un parlamento capace di svolgere efficacemente e autorevolmente la sua attività legislativa? Non credo si possa rispondere di sì. In nessuno dei due casi.
Se solo si contano le sedute parlamentari e il numero di leggi, di iniziativa parlamentare, esitate e che non riguardino i problemi di finanza regionale e di bilancio, siamo su cifre ridicole e tali da non giustificare una macchina così complessa. Siamo arrivati alla promulgazione di una legge che impedisce le assunzioni per contrastare il clientelismo della stessa classe politica. Questo per non parlare dei problemi giudiziari del Governo e del Parlamento.
È chiaro, quindi, che riscrivere le regole non basterebbe, quello che serve è davvero una cultura politica forte e capace di distinguere la visione e il progetto di società dalla cronaca e di comprendere il significato dell’autonomia in un mondo ormai così fortemente interconnesso a livello globale.
Che sappia ridere in faccia all’idiocrazia di chi un giorno promette un ponte, sapendo che non si farà e volendo che non si faccia mai, un altro immagina una stazione e oggi un aeroporto, sempre e perennemente in campagna elettorale. Che non si rassegni al clientelismo come strumento unico di consenso.
Si governa con il consenso mai per il consenso, questo era il pensiero di Sturzo che i suoi allievi fecero proprio. Un sogno, forse, ma senza sogni e senza cultura politica non si fa un passo avanti, mai.
È la società civile a dovere fare questo passo, siamo noi, tutti e ognuno di noi. Prima di rimanere soli, con i nostri giovani fuggiti altrove.



