In Sicilia non si contano più i deputati, ma i (candidati) sindaci. O, meglio, quelli che hanno capito che il potere vero non passa più necessariamente da uno scranno all’Ars e da una corsa tutta interna ai pacchetti di preferenze. Bensì dalla fascia tricolore. Dalla possibilità di costruire consenso ogni giorno, comizio dopo comizio, per strada. Grazie (spesso) a un carattere roccioso che non teme gli sgambetti delle coalizioni.
Alla vigilia delle Amministrative, il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. A Enna torna Mirello Crisafulli, che ha presentato cinque liste e centoventi candidati a sostegno della sua corsa a sindaco. A Bronte scende in campo Giuseppe Castiglione, deputato nazionale di Forza Italia, già europarlamentare, presidente della Provincia di Catania e sottosegretario nei governi Letta, Renzi e Gentiloni. A Marsala ci riprova Giulia Adamo, già presidente della Provincia di Trapani, deputata regionale e sindaca della città, oggi candidata con il sostegno del centrodestra. Non si tratta di comparse o giovani alle prime armi. Ma di gente che la politica l’ha attraversata per intero e che adesso sceglie il Comune come trincea più utile, più visibile, forse più sicura.
Il paradosso è solo apparente. Fare il deputato regionale, oggi, non è affatto semplice. Soprattutto nei collegi piccoli, dove il voto di preferenza è diventato una guerra di posizione. Enna è il caso di scuola: alle Regionali del 2022 la provincia ha espresso Fabio Venezia e Luisa Lantieri, il primo con oltre 12.500 preferenze e la seconda con circa 7.000, lasciando dietro il vuoto o quasi. Elena Pagana, moglie dell’ex assessore Ruggero Razza, rimase fuori. Bastano poche migliaia di voti per entrare all’Ars, certo. Ma quelle poche migliaia non si improvvisano.
È qui che il sindaco torna centrale. Perché il deputato deve sommare clientele spesso fragili, accordi(spesso scomodi) che durano lo spazio di una campagna elettorale. Il sindaco, invece, governa, firma, inaugura. Costruisce un rapporto diretto con la città, e se quel rapporto regge diventa più forte del partito che lo ha candidato. Crisafulli a Enna rappresenta il ritorno di un vecchio ras del territorio, ma anche il tentativo di dimostrare che il radicamento personale può ancora valere più degli schemi di coalizione. Nelle sue liste c’è il Pd, c’è la sinistra, c’è il civismo, c’è persino qualche esponente di Forza Italia. Ma c’è soprattutto Crisafulli. Il marchio è lui.
Castiglione a Bronte racconta un’altra variante della stessa storia. Eletto alla Camera con Azione, poi passato a Forza Italia, oggi decide di puntare sulla sua città (al posto di Pino Ferrarello, il suocero). Nel video con cui ha annunciato la candidatura ha detto di essere disposto anche a dimettersi anticipatamente da deputato nazionale pur di guidare Bronte. Il Parlamento può attendere, il Comune no.
Giulia Adamo è un altro caso simbolo. A Marsala non si presenta una novizia, ma una protagonista di lungo corso: due volte presidente della Provincia, poi deputata regionale, poi sindaca, eletta nel 2012 con oltre il 65 per cento al ballottaggio. Ora torna in campo in una città dove il nome, la rete e la memoria amministrativa contano almeno quanto i simboli. Il suo sito elettorale parla di programma 2026-2031 e di “cantiere aperto”. Ma il messaggio politico è più semplice: quando hai già governato un territorio, puoi ripartire da lì.
Il modello, del resto, non riguarda solo chi si candida oggi. Francesco Italia a Siracusa, Peppe Cassì a Ragusa, Cateno De Luca fra Messina e Taormina hanno dimostrato che la figura del sindaco può diventare una piattaforma politica autonoma. Italia e Cassì hanno indossato a lungo i panni dei civici, salvo poi compiere scelte di campo sempre più nette. Cassì, rieletto a Ragusa e poi approdato a Forza Italia, è l’esempio perfetto del civismo che diventa capitale negoziale: prima vinci da solo, poi scegli con chi stare. Alle prossime Regionali guiderà la lista dei berlusconiani dopo aver a lungo escluso i partiti da una rappresentanza in giunta.
De Luca ha portato questa intuizione all’estremo. Da sindaco di Messina ha costruito un partito, Sud chiama Nord; con quel partito ha conquistato due collegi al Parlamento nazionale nel 2022; poi è diventato sindaco di Taormina e oggi continua a muoversi come se la provincia di Messina fosse un grande laboratorio elettorale permanente. Nel capoluogo peloritano, le quindici liste riconducibili a Sud chiama Nord sono diventate il simbolo di una campagna muscolare, che si estende da Milazzo (dove ha candidato la “straniera” Laura Castello) a Barcellona Pozzo di Gotto, passando per Giardini Naxos. Nel frattempo continua a vendere la sua vera ambizione: non fare il sindaco di una città, ma il “sindaco di Sicilia”.
Anche Leoluca Orlando, dall’altra parte della scena, sembra parlare lo stesso linguaggio. Nell’ultima intervista a Repubblica, dopo gli episodi di cronaca che hanno spaventato Palermo, l’ex sindaco ha detto: «Bisogna ritrovare il ruolo della scuola, dell’associazionismo del terzo settore, dei sindacati, delle associazioni di categoria. È necessario riattivare i meccanismi di inclusione, dobbiamo tornare a pensare e ad agire come parte di un’unica comunità. In due parole torniamo a pronunciare la frase “noi palermitani”». Non è solo nostalgia della Primavera. È la rivendicazione di un’idea: la città intesa come luogo politico.
Ecco perché, in Sicilia, la corsa ai municipi dice molto più di quanto sembri. I partiti continuano a fare vertici, verifiche, spartizioni, prove di forza. Ma nei territori emergono i sindaci. Quelli che hanno consenso proprio, quelli che possono trattare da una posizione di forza, che non aspettano la benedizione di Palermo per esistere. In Sicilia, dove le clientele non spariscono ma cambiano padrone, forse la fascia tricolore è tornata a essere la forma più concreta del potere.



