Pare che a Palazzo Chigi sia scattata una riunione d’emergenza. Non per i treni in ritardo. Non per i pendolari che arrivano in ufficio quando i figli sono già laureati. Non per un’Alta Velocità che ogni tanto conserva solo “Alta”, mentre sulla velocità preferisce riflettere. No. Per un manifesto.

La furia di Giorgia Meloni sarebbe scattata per la nostra campagna, sì, quella di un partito d’opposizione che ha avuto l’ardire di fare opposizione, colpevole di aver affisso manifesti nelle stazioni per ricordare una notizia e non una bestemmia: i treni arrivano in ritardo.

Una gigantografia che prende in giro uno slogan del Ventennio e ricorda un dettaglio marginale: i treni arrivano in ritardo. Apriti cielo. La premier sarebbe andata su tutte le furie, telefonate, spiegazioni, Ferrovie convocate come se a Termini fosse comparso un murale con scritto: “Il re è nudo”.

La scena è meravigliosa. L’Italia aspetta i treni. Palazzo Chigi aspetta chiarimenti sui manifesti. È la lesa maestà ferroviaria. Il nuovo reato: vilipendio alla puntualità immaginaria.

Nel Paese in cui un treno su cinque dell’Alta Velocità arriva fuori orario, il problema non sarebbe il ritardo. Sarebbe ricordarlo. Come quei sovrani assoluti che non punivano chi sbagliava, ma chi osava raccontarlo. E allora immaginiamola la riunione: “Presidente, i treni sono in ritardo”. “Nessun problema”. “Presidente, qualcuno lo ha scritto su un cartellone”. “Convocate subito i vertici!”

Il punto è che il potere, dopo un po’, si abitua agli applausi. E quando incontra la satira la scambia per sabotaggio. Quando incontra una critica la vive come tradimento. Quando incontra uno specchio, dà la colpa allo specchio