La politica, in Sicilia, ha un problema di età. Non è soltanto una questione anagrafica, ma di ricambio, linguaggi, classe dirigente. Le ultime Amministrative lo hanno mostrato con una chiarezza quasi brutale, portando sulla scena della ribalta gli “estremi”: da un lato i personaggi social, l’antipolitica che si fa diretta Facebook, comizio permanente, battaglia da telefonino. Dall’altro i santoni, i vasa vasa, i signori delle preferenze, quelli che non se ne sono mai andati davvero. In mezzo, il deserto.

Ismaele La Vardera è il caso più evidente e più ambiguo. Il suo movimento, Controcorrente, è arrivato al ballottaggio ad Agrigento con Michele Sodano, a Ispica con Serafino Arena e a Bronte dentro la partita che porta al secondo turno. Ismaele parla di crescita “vertiginosa” e manda l’avviso di sfratto a Schifani (buona parte del linguaggio l’ha ereditato dal suo padrino politico, Cateno De Luca). E in parte ha ragione: ad Agrigento il risultato del campo largo ha scompaginato i piani del centrodestra, e Controcorrente è diventata più di una sigla da social network. La Vardera non è più soltanto la Iena che infastidisce (e filma) i manovratori, ma un soggetto politico – piaccia o meno – che intercetta rabbia, sfiducia, desiderio di rottura.

«Non è antipolitica, semmai anticasta», ha detto a Repubblica. E ancora: «Ormai basta un telefonino per parlare alla gente». In due frasi c’è tutto il fenomeno che lo racchiude: la rivolta contro la casta, ma anche la politica trasformata in comunicazione diretta, immediata, emotiva. La battaglia su Mondello e sulla Italo-Belga – con compagni di viaggio come Giletti – gli ha regalato visibilità (non per forza risultati, vista la decisione del Cga). Ma resta una forma di leadership costruita sull’impatto, sulla denuncia, sulla messinscena a volta. Forse, sta funzionando. Ma non basta a riempire il vuoto della politica.

Dall’altra parte c’è la Sicilia che non cambia mai. Quella Immarcescibile dei soliti noti. A Raffadali ha vinto Ida Cuffaro, nipote di Totò, con un risultato larghissimo. Il cognome, in certi luoghi, non è un dettaglio. Nel paese dei Cuffaro, i Cuffaro rivincono. Cambiano le generazioni, ma la filiera resta in piedi. A Enna, invece, è tornato Mirello Crisafulli. Ha vinto con oltre il 60 per cento, senza il simbolo del Pd, contro il Pd ufficiale, contro il centrodestra e contro chi pensava che la sua stagione fosse archiviata. Subito dopo, con la consueta delicatezza, ha persino evocato la possibilità di una candidatura alla presidenza della Regione: «Vediamo chi me lo chiede». Una provocazione, certo. Ma fino a un certo punto…

Il paradosso è che, mentre la politica parla di futuro, i protagonisti restano sempre uguali. Renato Schifani guida la Regione e, nonostante i fallimenti del suo governo, invoca il bis: al termine della prossima legislatura avrebbe 82 anni. Totò Cuffaro, fino all’inchiesta per corruzione (ha scelto di patteggiare tre anni ai Servizi sociali) era tornato a muovere la Dc come una macchina di consenso territoriale. Raffaele Lombardo è ancora un riferimento decisivo. Totò Cardinale, ministro della Repubblica nel secolo scorso, è tornato a essere padre nobile e regista di una parte di Forza Italia, che si riconosce anche nell’ascesa di Edy Tamajo. Giuseppe Castiglione, a Bronte, è costretto al ballottaggio, ma resta lì, dentro una dinastia politico-territoriale che da decenni attraversa il potere etneo (prima di lui era sindaco Firrarello, il suocero novantenne).

E i quarantenni? Dove sono? La domanda sarebbe persino generosa, perché alcuni ci sono, ma non rappresentano davvero il nuovo. Luca Sammartino e Gaetano Galvagno, per età e ruolo, avrebbero potuto incarnare una generazione successiva. Invece sono diventati due simboli diversi dello stesso problema. Sammartino, leader della Lega siciliana (dopo aver cambiato partito più volte), è finito dentro un’inchiesta per corruzione e voto di scambio, secondo le ipotesi della magistratura, e continua a essere una figura divisiva dentro e fuori la coalizione.

Galvagno, presidente dell’Ars e volto rampante di Fratelli d’Italia, nonché delfino del presidente del Senato Ignazio La Russa, è a sua volta travolto da un’inchiesta che ne ha logorato l’immagine pubblica (ieri s’è compiaciuto dell’archiviazione per l’accusa di corruzione relativa al Capodanno ’24). La sua presenza a un’iniziativa antimafia nel giorno del ricordo della strage di Capaci ha provocato imbarazzo e indignazione persino dentro FdI, con la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo costretta a prendere le distanze. È il segno di una generazione politica che non riesce neppure a costruirsi una credibilità pubblica autonoma: non ha l’autorevolezza degli anziani, non ha la leggerezza dei nuovi, non ha la forza morale per presentarsi come alternativa.

Così la Sicilia resta sospesa. Da un lato l’influencer politico che combatte la casta parlando alla telecamera. Dall’altro il vecchio notabile che non ha bisogno di TikTok perché conosce già tutti, uno per uno. In mezzo, pochissimo. I partiti non formano, non selezionano, non promuovono. Semmai cooptano, spostano pacchetti di voto, riciclano carriere. E quando arriva qualcuno di più giovane, spesso è già dentro gli stessi meccanismi, con gli stessi vizi, le stesse ombre.

Le amministrative non hanno detto soltanto chi ha vinto e chi ha perso nei Comuni. Hanno detto che la Sicilia politica è senza una generazione di mezzo.