Nuovi guai si addensano sulla coalizione di Renato Schifani, già provata dall’esito delle amministrative di una settimana fa. Il problema viene dal futuro, anzi da Futuro Nazionale, e si chiama Roberto Vannacci. Il generale è sbarcato giovedì a Catania per aprire il suo tour siciliano e non si è limitato a cercare applausi, selfie e tesserati: ha annunciato che dal 2027 il movimento sarà in campo alle Politiche, alle amministrative e alle Regionali, poi ha recapitato il primo avviso al governo dell’Isola. Sicurezza, sanità, economia e infrastrutture, ha detto, sono i grandi problemi della Sicilia. E se la giunta Schifani dovesse essere valutata dai risultati, «la valutazione non potrebbe essere lusinghiera».
È il manifesto di una sfida che può complicare ulteriormente la vita a un centrodestra già costretto a misurarsi con le proprie crepe. Vannacci arriva in Sicilia per verificare se esiste uno spazio alla destra della destra di governo. E quello spazio, nell’Isola, potrebbe anche esserci. Non perché manchino partiti o correnti, ma perché la coalizione che sostiene Schifani appare logora, divisa, incapace di chiudere le riforme e ancora impantanata nella questione morale.
La tappa catanese ha offerto un primo segnale. Vannaci – che qualche mese fa ha divorziato da Salvini dopo essersi assicurato un seggio al parlamento europeo con la Lega – ha parlato di destra “pura”, “autentica”, “orgogliosa”. Ma il dato politico non sta soltanto nelle parole. Sta nel fatto che quelle parole, anche in Sicilia, trovano un pubblico attento. Vannacci parla agli elettori che considerano troppo debole, compromessa o istituzionale i tre partiti che compongono tradizionalmente il centrodestra. Pesca nello stesso bacino emotivo e identitario da cui il centrodestra ha tratto forza negli ultimi anni. Solo che lo fa senza il peso del governo.
In Sicilia questa dinamica può produrre effetti ancora più insidiosi. La maggioranza regionale arriva dalle amministrative con più lividi che trofei. A Messina il centrodestra si è schiantato contro la riconferma di Federico Basile, uomo del sistema politico di Cateno De Luca. A Enna è tornato protagonista Mirello Crisafulli. Ad Agrigento, città simbolica per peso politico e rappresentanza, la divisione della coalizione ha trasformato una vittoria annunciata in una corsa a ostacoli. E subito dopo il voto è esplosa la lite tra Lega e Mpa, con gli autonomisti di Raffaele Lombardo che hanno accusato il Carroccio di avere contribuito a «frantumare» la coalizione.
La Lega siciliana è il punto più instabile dell’alleanza. Sta nel governo, ne rivendica i risultati, partecipa ai vertici di maggioranza, ma nei territori gioca spesso partite autonome. È il partito di Luca Sammartino, vicepresidente della Regione, forte di una rete personale che supera i confini del simbolo. È il partito di Nino Germanà, che ha definito quello di Schifani “il miglior governo degli ultimi cinquant’anni” proprio mentre la coalizione mostrava crepe profonde. È un contenitore largo, mobile, pieno di amministratori, ex forzisti, ex renziani, ex autonomisti, civici e professionisti del transito.
E Vannacci può colpire soprattutto lì. Nel mondo leghista che negli ultimi anni ha perso identità, cambiato pelle, assorbito pezzi di ceto politico locale e sostituito la militanza con la gestione del consenso. Il generale offre un prodotto più semplice. Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto Salvini, Sammartino e Germanà. Fratelli d’Italia non può accogliere Vannacci senza consegnargli un pezzo della propria narrazione originaria, quella della destra ruvida, identitaria, anti-sistema. Ma non può nemmeno liquidarlo come una caricatura, perché molti suoi elettori lo ascoltano. Forza Italia, invece, si trova davanti al rischio opposto: più il generale alza i toni, più la coalizione si sposta su un terreno che i moderati non possono occupare senza snaturarsi.
È la stessa trappola che si vede a livello nazionale. Vannacci viene spesso deriso come fenomeno folkloristico e insieme trattato come un pericolo da arginare. Ma derisione e demonizzazione, nella politica contemporanea, funzionano spesso da amplificatore. Marco Gervasoni, sull’Huffington Post, ha ricordato la “regola della cameriera”: se un personaggio di cui parlano soltanto giornali e salotti non è conosciuto fuori da quel circuito, è una bolla; se invece lo conoscono tutti, allora il fenomeno esiste. Con Vannacci siamo già nel secondo caso. La domanda non è se il generale piaccia al Palazzo, ma perché una parte dell’elettorato lo trovi più credibile di chi governa già.
In Sicilia la risposta non è difficile. Il centrodestra governa la Regione, ma fatica a produrre governo. Le riforme annunciate non si vedono. La questione morale pesa su una maggioranza che ha visto pezzi importanti della propria classe dirigente finire nel cono d’ombra delle inchieste. La spesa dei fondi europei resta una promessa ricorrente. Sanità, infrastrutture, burocrazia e sviluppo sono le parole di sempre, ripetute da ogni governo, senza successo.
Vannacci non deve nemmeno conoscere ogni piega dell’Ars per mettere in difficoltà Schifani. Gli basta indicare ciò che non funziona. A Catania lo ha fatto con precisione: ha parlato di sicurezza, sanità, economia e infrastrutture, cioè i capitoli su cui ogni governo siciliano promette la svolta e finisce per misurare la propria insufficienza. Poi ha aggiunto la formula più pericolosa per una maggioranza in affanno: siamo pronti a dialogare con il centrodestra, ma non negoziamo le nostre linee rosse. Tradotto: non siamo noi a doverci adattare, siete voi a doverci inseguire.
Schifani ha già abbastanza guai. Deve ricucire gli strappi, contenere le tensioni tra alleati, dare un senso a una legislatura che rischia di consumarsi nell’ordinaria manutenzione del potere. Da ieri, però, ha un problema in più. Si chiama Roberto Vannacci.


