Palermo di chitarra e coltello di Giuseppe Sottile (Einaudi, 2026) è un libro diviso idealmente in due movimenti, quasi due stagioni morali della Sicilia.
La prima parte è immersa nel mondo contadino delle Madonie, in un “pizzo” di montagna dove la vita appare regolata dalla povertà, dalla fatica e da gerarchie sociali ferree. È una Sicilia arcaica e crudele, nella quale nascere fuori dalle classi agiate significa abitare una condizione quasi immobile, segnata da privazioni materiali e culturali. Sottile racconta questo universo senza folklore né sentimentalismi: niente idillio rurale, ma una civiltà povera, severa, spesso muta, dove la religione, il seminario, le orchestrine di paese e i piccoli rituali collettivi rappresentano più strumenti di sopravvivenza che autentiche consolazioni. In queste pagine si avverte la vicinanza alle malinconie di Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo, ma senza il gusto lirico della nostalgia assoluta. Sottile guarda quel mondo sapendo che era già destinato a scomparire e insieme incapace di produrre un vero riscatto sociale. La “chitarra” del titolo richiama proprio questa dimensione popolare e orale: una Sicilia che canta per rendere sopportabile la durezza della vita.
La seconda parte del libro cambia tono e scenario. Palermo entra in scena attraverso una serie di bozzetti, episodi e ritratti spesso attraversati da un’ironia amara e corrosiva. Qui la città appare come un teatro permanente in cui la cultura mafiosa scandisce i ritmi della società, persino quando non si manifesta apertamente nella violenza. La mafia non è soltanto organizzazione criminale, ma grammatica del potere, mentalità diffusa, misura invisibile dei rapporti umani e politici. La formazione giornalistica di Sottile, cresciuto nella scuola dell’“Ora”, emerge con forza in queste pagine: il racconto della mafia evita ogni romanticismo cinematografico. Non c’è nulla di epico nei boss o nelle guerre di cosche; il male appare piuttosto burocratico, ripetitivo, quasi amministrativo.
In questo senso il libro dialoga con Il giorno della civetta, ma senza il razionalismo morale di Leonardo Sciascia. Sottile non cerca una verità definitiva sulla Sicilia: cerca il tono giusto per raccontarne la lunga sconfitta storica e civile. La chiave più originale del libro è però lo sguardo sardonico con cui l’autore osserva la propria terra: un amore polemico, mai pacificato.
Palermo emerge come città ambigua e magnetica, capace di produrre insieme intellettuali, killer, burocrati e artisti. Una città che vive dentro una decadenza continua, oscillando fra ironia e tragedia. Così il “coltello” del titolo non rappresenta solo la violenza mafiosa, ma anche la ferita storica che ha attraversato la Sicilia moderna, mentre la chitarra continua ostinatamente a suonare sullo sfondo di un mondo che scompare.
In controluce, il libro può essere letto anche come una riflessione sul fallimento della modernizzazione italiana nel Mezzogiorno. La Sicilia descritta da Sottile non entra davvero nella modernità: la subisce. Cambiano i linguaggi, i vestiti, le istituzioni, ma restano immutate le logiche profonde del potere e dell’emarginazione. Per questo Palermo di chitarra e coltello evita tanto il vittimismo meridionalista quanto l’autocompiacimento identitario; l’autore sembra suggerire come la tragedia siciliana non risieda soltanto nella mafia o nella povertà, ma nella capacità della società di assorbire ogni cambiamento senza trasformarsi davvero. Anche lo stile riflette questa visione: asciutto, rapido, spesso tagliente, attraversato da improvvise accensioni liriche che subito vengono frenate da un’ironia disincantata. Il risultato è un libro che non offre consolazioni né miti salvifici, ma restituisce con lucidità il senso di una terra sospesa fra memoria e disillusione, vitalità e rovina.


