La questione morale, che in Sicilia pesa come un macigno sulla classe dirigente di Fratelli d’Italia, è rimasta fuori dal recinto della tre giorni di Zafferana. Non perché mancassero gli argomenti, ma perché tutti hanno preferito parlare d’altro. Alle pendici dell’Etna si è discusso di governo, maggioranza, voto anticipato, Schifani-bis, coalizione, perfino di Cateno De Luca. Tutto, o quasi. Tranne il nodo che avrebbe meritato almeno una parola di chiarezza: il rapporto fra potere, responsabilità politica e uso delle risorse pubbliche.
Perché la questione morale non è soltanto il processo a Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, accusato di corruzione, peculato e falso ideologico. Non è soltanto il rinvio a giudizio per corruzione dell’assessora al Turismo Elvira Amata. Non è una somma di fascicoli, rispetto ai quali vale naturalmente la presunzione d’innocenza. È un metodo di potere che negli anni – dal Balilla in giù – si è allargato, stratificato, normalizzato.
Il Turismo siciliano, che Fratelli d’Italia presidia da quasi nove anni, è diventato molto più di un assessorato. È stato un laboratorio di spesa e di consenso. Da SeeSicily a Cannes, dai grandi eventi alle iniziative promozionali, dai contributi distribuiti con generosità ad associazioni, fondazioni, territori e sindaci amici, il settore è diventato la centrale materiale dell’espansione meloniana nell’Isola. Milioni di euro pubblici, procedure finite sotto osservazione, ritorni difficili da misurare, sprechi rivenduti come promozione, relazioni politiche travestite da marketing territoriale.
Eppure a Etna Tricolore questo discorso non è stato sfiorato. Arianna Meloni, capo della segreteria politica nazionale di FdI, ha scelto la formula più rassicurante: «Siamo al lavoro, noi siamo abituati a lavorare e a dare risposte ai cittadini, ci sono i retroscenisti e quelli che amano il gossip ma a noi piace parlare dei contenuti». Anche in Sicilia, ha aggiunto, il partito lavora per «mettere a terra il programma» della Regione, dove c’è un presidente eletto che sta lavorando. Quando si apriranno i tavoli, si parlerà dei tavoli.
Perfetto. Solo che in Sicilia i problemi rimangono al di là dei tavoli di coalizione (fallimentari anch’essi). Sono gli sperperi, le opacità, le inchieste. Fra i contenuti di una forza che governa dovrebbe esserci anche lo standard che pretende da se stessa. A Roma, quando il peso degli imbarazzi è diventato insostenibile, il partito ha conosciuto il passo indietro. Andrea Delmastro ha lasciato il sottosegretariato alla Giustizia. Daniela Santanchè ha lasciato il ministero del Turismo dopo il pressing della premier. In Sicilia, invece, sembra valere un’altra dottrina: congelare, fare finta che nulla sia mai successo.
Luca Sbardella, commissario regionale del partito, ha smesso di affrontare il nodo Amata un attimo dopo la conclusione del rimpasto. In questi giorni ad appassionarlo è soprattutto il voto anticipato: «Ci deve essere un motivo per fare delle elezioni anticipate, al momento in Sicilia non mi sembra che ci sia. Bisogna rinsaldare la maggioranza e andare avanti. È molto meglio». Poi, però, ha aperto la porta alla partita vera: se la ricandidatura di Schifani dovesse essere messa in discussione, Fratelli d’Italia c’è, con «uomini e donne pronti a scendere in campo per vincere le elezioni regionali».
Il criterio, dunque, è vincere. Non bonificare (cosa che avrebbe dovuto fare dal suo insediamento). Non spiegare agli elettori se il partito ritenga compatibile il governo delle istituzioni con una gestione così disinvolta del potere. L’obiettivo è sedersi al tavolo, capire se Schifani sia ancora spendibile o se convenga cambiare cavallo. La questione morale, ancora una volta, viene messa in coda.
Anche Nello Musumeci, in questa tre giorni, ha recitato la propria parte. Picconando Schifani. Infatti ha invitato il presidente della Regione a non dare l’impressione che «il mondo sia cominciato in Sicilia col suo governo». Ha respinto la narrazione delle macerie, del disastro, del deserto trovato nel 2022. Ha rivendicato la continuità amministrativa. Il messaggio era chiaro: caro presidente, non riscrivere la storia, non usare l’eredità come alibi permanente, non raccontare la tua stagione come l’inizio della civiltà siciliana. Poi Musumeci – che ha sempre fatto della propria rettitudine un’arma di governo – ha chiesto maggiore rigore al centrodestra. Ma anche quel rigore è rimasto dentro il perimetro della coalizione: più unità, meno divisioni alle amministrative, meno libertà di farsi male per poi ricomporsi alla vigilia delle Regionali. Il Ministro ha invocato un rigore di metodo, ma non il rigore morale.
Sul Turismo, del resto, il discorso sarebbe diventato subito scivoloso. Perché Manlio Messina è stato assessore proprio nel governo Musumeci e proprio da lì è partita la lunga stagione in cui Fratelli d’Italia ha trasformato quel ramo dell’amministrazione regionale in una centrale di spesa. Non a caso, a proposito di Cannes, Musumeci già nel ‘23 rivendicava la scelta del suo esecutivo di dare “un obiettivo, che è quello di promuovere la Sicilia in tutte le più prestigiose sedi nazionali e internazionali. È stato fatto a Cannes. È stato fatto con un notevole ritorno di immagine. Questa è la politica”.
Poi c’è Galvagno, cioè il cortocircuito perfetto. Anche lui, a margine di Etna Tricolore, ha spiegato che la ricandidatura di Schifani non è un tema di questo momento, che se ne potrà parlare tra un mese, dopo la prova d’aula sulla manovrina (da 400 milioni). Ha parlato da presidente dell’Ars, da dirigente politico, da regista di una fase parlamentare delicata. E ha perfino aperto a Cateno De Luca, visto come possibile contributo al centrodestra.
Dunque il problema non è parlare. Parlano tutti. Solo che nessuno parla del tema che dovrebbe precedere tutti gli altri: con quale credibilità Fratelli d’Italia può chiedere agli alleati disciplina, agli elettori fiducia e alla Regione continuità se non affronta prima il nodo del potere che ha costruito? Etna Tricolore poteva essere l’occasione per dire una cosa semplice: rispettiamo i magistrati, rispettiamo gli imputati, ma pretendiamo da noi stessi uno standard politico più alto. Sarebbe bastata una frase. Invece la questione morale è rimasta ai piedi dell’Etna, fuori dalla sala, mentre dentro tutti portavano il proprio secchio d’acqua al mare magnum della banalità.


