Si è tenuta questa mattina, a Lampedusa, la visita di papa Leone, segnata da gesti di forte valore simbolico nei luoghi della memoria e dell’accoglienza.
Il Pontefice ha deposto un omaggio floreale e si è raccolto in preghiera sulle tombe dei migranti morti in mare, nel cimitero dei senza nome di Cala Pisana. A segnare le sepolture, le croci ricavate dal legno delle barche naufragate.
Dopo la sosta al cimitero, Prevost si è trasferito alla Porta d’Europa, la scultura in ceramica e ferro che rappresenta simbolicamente l’ingresso dei migranti nel Vecchio continente. Qui il Papa ha incontrato brevemente una famiglia di migranti e ha compiuto un gesto altamente evocativo: ha attraversato la porta, poggiando la mano sulla parte destra e volgendo lo sguardo verso il mare, dove in quel momento si scorgeva sullo sfondo una nave militare.
Subito dopo è sceso da solo sulla scogliera. Il vento gli ha mosso la veste e gli ha fatto volare via la papalina. Il Papa si è fermato a lungo, in silenzio, scrutando il Mediterraneo: un invito implicito a guardare quel mare non soltanto come una “tomba”, ma anche come uno spazio di incontro e di opportunità.
Prevost ha poi scoperto e benedetto la targa intitolata a papa Francesco sul Molo Favarolo, che da oggi assume il nome di molo Francesco. Successivamente si è diretto verso un gruppo di quindici migranti provenienti dall’hotspot dell’isola, gestito dalla Croce Rossa, stringendo la mano a ciascuno di loro.
“Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee”, ha detto il Papa. “L’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo”, ha aggiunto, indicando la necessità di “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti” e, nello stesso tempo, di “lavorare per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”.


