C’è un copione che ogni estate torna a ripetersi in Sicilia: quello degli incendi. Fiamme che divorano boschi, campagne e biodiversità, mettono in pericolo vite umane, distruggono aziende agricole e cancellano in poche ore un patrimonio costruito in decenni. Con le prime piogge il fuoco si spegne, ma insieme alle fiamme svanisce anche l’attenzione collettiva, fino all’estate successiva. Per dire basta a questo ciclo senza fine, ieri piazza Verdi, a Palermo, ha ospitato la manifestazione «Basta mafia del fuoco», promossa da numerose associazioni. Una mobilitazione nata per chiedere che gli incendi non vengano più affrontati come un’emergenza stagionale, ma come un problema strutturale che richiede prevenzione, programmazione e responsabilità. Fra i tanti interventi, uno in particolare continua a risuonarmi dentro. Un ragazzo, allontanandosi dalla folla e senza bisogno di un microfono, ha gridato: «Quando ero piccolo mio padre mi diceva di entrare piano piano in acqua, perché il mare era freddo. Oggi, invece, il mare è caldo». In poche parole ha raccontato la trasformazione della Sicilia meglio di qualsiasi rapporto scientifico. Il cambiamento climatico non è più un tema riservato agli esperti: è il mare che non rinfresca più, la terra che si spacca per la siccità, sono le montagne che bruciano con una velocità che fino a pochi decenni fa sembrava impensabile. La manifestazione nasce dopo un’altra estate devastata dalle fiamme. Un’altra, appunto. Ed è forse questa la parola più inquietante. Quando un disastro diventa normale, significa che abbiamo smesso perfino di indignarci.
Ogni estate la Sicilia conta ettari di bosco ridotti in cenere, aziende agricole devastate, animali uccisi e famiglie costrette ad abbandonare le proprie case. Seguono le indagini, le riunioni d’urgenza e le promesse di nuove misure. Poi cala il silenzio, fino alla stagione successiva. Sarebbe però un errore attribuire questa tragedia esclusivamente al cambiamento climatico. Esiste un’altra responsabilità, profondamente umana. Ci sono mani che appiccano quei roghi. Chiamarli piromani rischia perfino di attenuarne la gravità. Sono criminali, perché distruggono un patrimonio collettivo, mettono in pericolo vite umane, cancellano ecosistemi costruiti in decenni e compromettono il futuro di intere comunità.
Ma questi criminali prosperano anche dentro un vuoto culturale. C’è una parte della Sicilia che continua a considerare l’ambiente qualcosa da sfruttare o da ignorare, mai un bene da custodire. Manca, troppo spesso, il senso di appartenenza; manca l’educazione al bene comune. Chi ama davvero la propria terra non le dà fuoco; chi resta indifferente davanti a un bosco che brucia finisce, in qualche modo, per alimentare quella cultura dell’abbandono. Eppure sarebbe troppo semplice fermarsi qui, individuando nei responsabili l’unica spiegazione. Se un fiammifero può trasformarsi in un inferno è perché trova boschi, campagne e aree interne fragili, secche e spesso prive di manutenzione; è qui che la responsabilità diventa politica e amministrativa. Nel suo intervento, il segretario generale della Flai CGIL Sicilia, Tonino Russo, ha invitato a cambiare prospettiva. «Non possiamo continuare a parlare di emergenza. La Sicilia brucia ogni anno. Questa è ormai la conseguenza di una cronica incuria del territorio». Il cuore del suo ragionamento non è stato il semplice potenziamento dei mezzi di spegnimento, ma la necessità di costruire una strategia permanente di prevenzione attraverso una profonda riforma della forestazione. Una visione che, a mio avviso, guarda oltre l’estate e oltre gli incendi. Per Russo, la Sicilia dovrebbe investire nella manutenzione costante del patrimonio boschivo e affidare la progettazione della forestazione del futuro a chi possiede le competenze per farlo: giovani laureati in Scienze forestali, Agraria e Ingegneria idraulica. Professionisti che ogni anno le università siciliane formano e che, troppo spesso, sono costretti a lasciare l’Isola per cercare altrove le opportunità che qui non trovano. Ed è forse questa la contraddizione più amara. La Sicilia perde proprio quelle intelligenze che potrebbero contribuire a proteggerla. Continuiamo a considerare la fuga dei cervelli soltanto un problema occupazionale, quando è anche una questione ambientale e strategica. Senza competenze diventa impossibile immaginare, progettare e costruire un territorio più resiliente. Nel frattempo la crisi climatica continua ad aggravarsi. Le estati si allungano, la siccità diventa sempre più persistente e il rischio di desertificazione avanza. E noi continuiamo a rincorrere le emergenze invece di prevenirle.
La verità è che la Sicilia non ha bisogno soltanto di più Canadair. Ha bisogno di una cultura nuova: cittadini che sentano questa terra come casa propria; istituzioni capaci di programmare e non soltanto di intervenire quando il danno è ormai compiuto; una politica che consideri la manutenzione del territorio un investimento e non una semplice voce di spesa. Ripenso a quel ragazzo e al suo mare diventato caldo; in quella frase non c’era nostalgia, ma un avvertimento. Perché il rischio più grande non è che la Sicilia continui a bruciare ogni estate; il rischio è abituarsi a considerarlo inevitabile. E quando una terra si abitua alle proprie ferite, il fuoco ha già vinto.


