Quarantasette sedute, 45 audizioni, cinque inchieste. E alla fine, ad ascoltare Antonello Cracolici mentre spiegava che la Sicilia è peggiorata, non c’era neppure Renato Schifani. Pochi giorni prima il presidente della Regione aveva magnificato i risultati del suo governo; per la relazione dell’Antimafia, invece, nemmeno una comparsata. È la misura esatta dell’utilità politica attribuita a quell’organismo: poca o nessuna.
Oltre il venti per cento delle riunioni, fa sapere Cracolici, è stato dedicato alla sanità. Una contabilità imponente, messa in fila per dimostrare che si è lavorato molto. Ma gli stessi numeri, letti al contrario, raccontano una Commissione che ha ascoltato tutti, discusso di tutto e anticipato quasi nulla. Lo ammette lo stesso Cracolici nel documento a corredo della relazione: la sequenza di scandali e inchieste avrebbe «costretto la Commissione a inseguire l’emergenza giudiziaria senza riuscire a prevenire o anticipare scenari che poi hanno sviluppi penalistici». È la frase più sincera del rapporto, quasi una confessione di resa.
La relazione annuale è invece un lungo inventario di allarmi già conosciuti: droga, crack, racket, armi, carceri, baby gang, ritorno dei boss, riciclaggio e professionisti al servizio dell’economia criminale. Tutto vero e tutto grave. Ma nello stesso giorno in cui Cracolici parlava all’Ars, il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia offriva alla Commissione nazionale Antimafia un’analisi molto più concreta: Cosa Nostra prova a ricostituire un arsenale di qualità, guarda persino ai droni lanciamine, mantiene il controllo attraverso i cellulari che entrano in carcere e regge i propri equilibri grazie ai soldi della droga.
La Commissione regionale, invece, denuncia la «logica del favore», l’amichettismo, la Regione usata come «bancomat» e il potere pubblico esercitato con arbitrio. Poi, quando dovrebbe applicare queste categorie ai singoli casi, si ferma. La questione morale viene evocata come una calamità naturale: c’è, dilaga, preoccupa, ma è come se non avesse nomi, partiti, protettori e beneficiari.
Eppure due componenti iniziali della stessa Commissione sono stati arrestati. Giuseppe Castiglione, autonomista, è stato rinviato a giudizio per voto di scambio politico-mafioso nell’inchiesta Mercurio. Di recente il Tribunale del Riesame ha annullato il provvedimento con cui il gip aveva revocato i domiciliari. Michele Mancuso, di Forza Italia, è stato arrestato per corruzione e per lui è stato disposto il giudizio immediato, con prima udienza il 22 settembre.
Per entrambi vale la presunzione di innocenza. Ma al netto del profilo di rilevanza penale, che sarà accertato nelle sedi opportune, è necessario chiedersi come sia possibile che uomini scelti dai partiti per vigilare su mafia e corruzione siano finiti coinvolti in indagini per voto di scambio e corruzione. Nella relazione il problema viene relegato in una nota a piè di pagina, trattato quasi un incidente tipografico.
Il cortocircuito più evidente, però, riguarda Margherita La Rocca Ruvolo. È stata lei a portare davanti alla Commissione Salvatore Iacolino, contestandogli il cumulo degli incarichi nell’elisoccorso e altre opacità. Ma la sindaca di Montevago, e deputata di FI, era anche l’alleata politica di Riccardo Gallo Afflitto, il deputato forzista arrestato nell’inchiesta sul Cefpas e poi dimessosi dall’Ars. Quando nel marzo 2025 Gallo prese il suo posto alla guida provinciale del partito, fu lui a liquidare il passaggio di consegne con una frase inequivocabile: «Non cambia nulla, perché siamo la stessa cosa». Dalle carte è emerso che Iacolino aveva chiesto chiarimenti sulla convenzione che avrebbe consentito il distacco della moglie di Gallo dal Cefpas all’Asp di Agrigento. La fustigatrice di Iacolino, insomma, era dalla parte dell’uomo coinvolto nella vicenda sulla quale Iacolino aveva chiesto chiarimenti.
La Rocca Ruvolo non risulta indagata. Ma la situazione desta imbarazzo. Una Commissione utile dovrebbe partire da contraddizioni come questa. Dovrebbe ricostruire alleanze, incarichi, pressioni, nomine e catene di favori. Dovrebbe occuparsi del favore prima che diventi reato, non quando è già contestato in un’ordinanza. E dovrebbe aggiungere al vocabolario dell’amichettismo una parola che la relazione evita: pagnottismo.
È il sistema di editori o presunti tali, comunicatori, consulenti e intermediari che rastrellano incarichi a più zeri, spesso attraverso affidamenti diretti, e si infilano in ogni ramo dell’amministrazione. Basta una rete di relazioni, la benevolenza verso chi governa, qualche articolo accomodante e la capacità di presentarsi al momento opportuno con una fattura. Anche questo è arbitrio mascherato da discrezionalità. Ma la Commissione non incrocia incarichi, testate, società, consulenze e centri di potere. Non misura il costo della benevolenza mediatica.
Rimangono così le 47 sedute, le 45 audizioni, le cinque inchieste e tre relazioni. Una montagna di attività che produce la scoperta annuale che la mafia è cattiva, la droga aumenta e la politica dovrebbe essere più rigorosa. Cracolici dice che «il ritornello dell’avere fiducia nella magistratura e aspettare la conclusione delle indagini è diventato un alibi per non agire». Ha ragione. Ma proprio per questo dovrebbe spiegare cosa ha fatto la Commissione per aiutare la politica a invertire il trend. Se non previene, non anticipa, non incide sulla selezione della classe dirigente e non interessa neppure al governo che dovrebbe ascoltarla, viene da chiedersi a cosa serva.
Forse la soluzione più coerente è chiuderla. Si risparmierebbero sedute, missioni, carta e tempo. E almeno, una volta tanto, dall’inutilità dell’Antimafia regionale verrebbe fuori un risultato concreto: il risparmio.


