A Serradifalco la legge si è fermata davanti a un nome. Quello di Daniela Faraoni. Leonardo Burgio è diventato (e continua ad essere) sindaco al terzo mandato – unico caso in Sicilia – per una ragione che a Palermo nessuno ha il coraggio di sussurrare.

Per qualunque altro amministratore la sfida si sarebbe chiusa da tempo. Burgio, invece, si è candidato contro una legge regionale ancora in vigore, si è fatto eleggere per la terza volta consecutiva e continua a governare come se fosse l’ordinamento siciliano a doversi adeguare alla sua volontà. La Prefettura ha segnalato il caso, l’Assessorato alle Autonomie locali ha avviato il procedimento e predisposto la proposta di rimozione. Ma il decreto non arriva. Così l’arroganza viene premiata e la forzatura si consolida giorno dopo giorno.

Daniela Faraoni, madre del temerario, ha trascorso una vita ai vertici della sanità siciliana, poi Schifani l’ha chiamata a guidare l’assessorato regionale alla Salute. Uscita dal governo, il 24 luglio è stata nominata presidente di Infratel Italia, la società pubblica delle infrastrutture digitali nazionali, benché dal suo curriculum non emergano particolari esperienze nelle telecomunicazioni o nella digitalizzazione. È questo il cognome davanti al quale la politica siciliana misura le parole.

Burgio, inoltre, non è un civico capitato per caso in una controversia giuridica. È il commissario provinciale della Lega a Caltanissetta e ha preparato pubblicamente la sfida. Quando l’Assemblea regionale ha bocciato, per la seconda volta (col voto segreto), la norma che avrebbe esteso il terzo mandato ai sindaci dei Comuni fino a quindicimila abitanti, lui ha deciso di procedere lo stesso. Si è presentato come unico candidato, ha ottenuto il 99,3 per cento dei voti e ha rivendicato il diritto di restare.

La norma siciliana, però, è semplice. L’articolo 3 della legge regionale 7 del 1992 consente una sola rielezione immediata. Dal 2021 esiste una deroga per i Comuni fino a cinquemila abitanti, nei quali sono ammessi tre mandati consecutivi. Serradifalco supera quella soglia. Per Burgio, dunque, il terzo mandato resta vietato. L’appiglio del tre volte sindaco è la sentenza numero 16 del 2026 della Corte costituzionale. Ma quella decisione riguardava la Valle d’Aosta e i Comuni con non più di cinquemila abitanti.

Dopo l’elezione del 25 maggio, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico hanno chiesto alla Regione e alla Prefettura di intervenire. Il prefetto ha trasmesso la segnalazione e il 25 giugno il neo assessore alle Autonomie locali, Elisa Ingala, ha concesso a Burgio sette giorni per dimettersi o presentare le controdeduzioni. Il sindaco non ha fatto passi indietro; si è limitato a depositare le memorie e ha continuato a esercitare la funzione. L’Assessorato ha quindi formalizzato la proposta di rimozione richiamando l’articolo 40, lo strumento previsto per le gravi e persistenti violazioni di legge.

Da quel momento la pratica non è più un affare di Burgio e nemmeno di Ingala. La legge assegna il potere conclusivo al presidente della Regione, su proposta dell’assessore competente. La firma che manca è quella di Renato Schifani. Ma a Palazzo d’Orléans, la prudenza continua a prevalere sulla decisione.

Serradifalco, infatti, oggi è diventato la radiografia del centrodestra siciliano. Da una parte c’è l’Mpa, che esprime l’assessora competente e ha trasformato la rimozione in una questione di legalità e rispetto dell’Ars. Dall’altra c’è la Lega di Luca Sammartino, che difende il proprio dirigente e ha organizzato un fuoco di sbarramento con diciotto sindaci ed ex sindaci. Gli alleati sono ormai nemici in casa: Lombardo non ammettere storpiature di legge (tanto più per favorire il vecchio rivale), la Lega vuole fare di Burgio il capofila della battaglia per il terzo mandato.

I diciotto sostengono che la vicenda debba essere risolta dai giudici e non attraverso l’articolo 40. Ma il ragionamento capovolge il problema. È stato Burgio a imboccare la scorciatoia, candidandosi prima che un giudice dichiarasse illegittima la norma siciliana. Gli altri primi cittadini, compresi quelli favorevoli alla riforma, si sono fermati. Lui no. E adesso proprio la sua disobbedienza viene utilizzata per costruire il precedente che il Parlamento regionale aveva negato. “Le regole, in democrazia, si cambiano insieme, nelle aule – ha dichiarato Giuseppe Carta, sindaco di Melilli ed esponente del Mpa -; non si violano da soli, nei municipi”.

Schifani ha due problemi. Il primo è giuridico: il decreto sarebbe quasi certamente impugnato e potrebbe portare il caso davanti alla Consulta. Il secondo è politico: firmare significherebbe colpire un dirigente della Lega, aprire lo scontro con Sammartino e mandare a casa il figlio di Daniela Faraoni, appena promossa alla presidenza di una società nazionale strategica. Non firmare, però, significa consentire a un sindaco di scegliere quali leggi ritiene ancora valide e quali no.

È questa la ragione per cui l’arroganza di Burgio viene premiata. Non perché abbia già vinto una battaglia giuridica che deve ancora cominciare, ma perché dispone del tempo, delle relazioni e della copertura (per ora) necessari per restare al suo posto. Sembra che a Serradifalco la legge vale per tutti, tranne che per il sindaco.