“La solidarietà è facoltativa”, aveva subito sibilato Pedro Sánchez via social, rivelando un mood passivo-aggressivo che del resto già gli sospettavamo. Con il disastro umanitario di Ceuta in corso (comunque lo si possa analizzare e voglia spiegare, 88 annegati accertati sono un disastro umanitario) si poteva tacere meglio. Perché poi la solidarietà debba essere obbligatoria non è chiaro, persino tra paesi dell’Unione europea; ma su questo si chiariranno oggi i ministri dell’Interno dei 27. Non è tanto per le vacanze che Pedro Sánchez è liberissimo di fare a crisi in corso, né per le playlist che è liberissimo di compilare. Ma perché, comunque la si rigiri, la responsabilità gestionale e politica di quanto accaduto non può essere scaricata sulle spalle di altri paesi. A far dubitare del solidarismo mediterraneo è però soprattutto un altro fattore, tipicamente endogeno, è cioè l’ipocrisia retorica che da giorni monta, nel nostro paese, con l’obiettivo di plaudire al governo spagnolo pur di mettere sotto accusa quello italiano. Qualcosa non torna, o anzi torna benissimo.
Padre nobile della nuova ipocrisia spagnolesca, Gustavo Zagrebelsky ha scritto una lettera aperta a Meloni: “Cara Giorgia, mentre a Ceuta si contano i morti tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio”. Non risulta che Sánchez abbia pianto fiumi di lacrime, e a proposito di reclamate solidarietà il suo ministro degli Esteri, José Manuel Albares, si è spinto anche oltre la decenza: “A Roma piacerebbe risolvere la situazione a Lampedusa come successo a Ceuta”. Riferendosi al grande successo di aver rispedito al mittente in ventiquattr’ore qualche decina di migliaia di disperati sbarcati a nuoto. Chapeau. Secondo Efe, sono circa 73.500 i “remigrati” sprint. Nelle acque davanti a Ceuta sono annegati, aggiornamento dopo aggiornamento, più persone che a annegati, aggiornamento dopo aggiornamento, più persone che a Cutro, famosa “strage di stato”.


