I disperati del bis se ne inventano una al giorno. L’ultima sostiene che Forza Italia, oggi troppo debole, non potrebbe permettersi di mettere in discussione Renato Schifani e conservare comunque la presidenza della Regione (questo il messaggio di un uccellino a Tajani). Ma aggiunge anche che, qualora riuscisse nell’impresa con un candidato giovane, il problema sarebbe persino più grave: uno come Giorgio Mulè avrebbe davanti a sé il tempo per affrontare due mandati, rafforzare il partito e bloccare per dieci anni l’alternanza con Fratelli d’Italia.

Il nuovo argomento dei sostenitori di Schifani è dunque questo: vietato candidare uno che può durare. La scelta del presidente della Regione non viene più affidata alle idee, ai risultati o alla capacità di interpretare una fase politica, bensì all’anagrafe. Meglio un candidato avanti con gli anni, senza troppo futuro davanti, così da lasciare presto libero il posto e non compromettere gli accordi tra i partiti del centrodestra.

È l’alternanza delle vite brevi. In questa fronda non può mancare Totò Cardinale, padre nobile di molte operazioni politiche e maestro di Edy Tamajo, diventato negli ultimi anni il principale antagonista siciliano di Mulè. Le parole affidate qualche settimana fa a “La Sicilia” sono lo specchio fedele di ciò che pensano le truppe cammellate del bis. «Noi possiamo dire quello che vogliamo, ma la decisione verrà presa a Roma. Lì si deciderà se la candidatura spetta a Forza Italia, e sarà il segretario nazionale, in quel caso, a indicare il nome. Perché questo gioco al massacro sul presidente in carica?», si chiedeva Cardinale. Nel “gioco al massacro” rientrerebbe anche la disponibilità di Mulè: «Finisce solo per destabilizzare, ma non ha una logica, né un senso. Così vai solo sui giornali, costruisci un personaggio, ma non una candidatura».

Per Cardinale l’aspirazione di Mulè è legittima, ma «fuori tempo e fuori luogo». Mentre alla domanda sul perché il bis sarebbe l’ipotesi più conveniente, Cardinale rispondeva senza esitazioni: «Schifani ha lavorato bene, i risultati ci sono. Non si può che partire da lì». E infatti da lì partono tutti. E lì vogliono tornare. Qualunque sia il nome messo in circolo, qualunque siano le condizioni poste, la conclusione deve essere sempre la stessa: Schifani non si può sostituire.

Sembra quasi un destino ineluttabile, una specie di “o Schifani o morte” che racconta molto più della sopravvivenza di un presidente. Racconta la paura di una classe dirigente che identifica la propria permanenza con quella dell’attuale sistema di potere. Mulè fa paura non perché sia troppo debole, ma perché potrebbe essere abbastanza forte da vincere e governare. Ha già provato a intestarsi il “risanamento etico” e il “rinascimento politico” del governo della Regione. Espressioni ancora tutte da riempire di contenuti, ma sufficienti a mettere in allarme chi non ha alcun interesse a fare lo stesso.

La prima fase dell’operazione era consistita nel mettere in circolo un candidato al giorno. Nino Minardo, per esempio. Repubblica ha raccontato dei messaggi arrivati sul telefono di Mulè, nei quali si faceva riferimento al trasferimento della residenza del commissario regionale di Forza Italia da Roma a Modica, con tanto di data. Un dettaglio utilizzato per accreditare l’ipotesi di una candidatura a Palazzo d’Orléans, benché Minardo abbia poi escluso nettamente di voler correre. Il depistaggio aveva però già prodotto l’effetto desiderato: spostare il discorso, aggiungere un nome, dimostrare che il partito non era pronto a convergere su Mulè.  Lo stesso è avvenuto in passato con Marco Falcone, la cui candidatura riaffiora periodicamente senza mai decollare.

Ogni ipotesi serve a certificare che dentro Forza Italia non esiste una soluzione condivisa e che, in assenza di unanimità, l’unica scelta possibile resta il presidente uscente. Adesso si è passati alla fase successiva: spiegare perché anche un’alternativa capace di vincere sarebbe sbagliata. Un giovane potrebbe affrontare un secondo mandato, consolidare il partito e impedire a Fratelli d’Italia di presentare il conto. La sua forza diventerebbe un difetto.

Nel frattempo Schifani si terrebbe «a debita distanza dal dibattito sul secondo mandato» e sarebbe naturalmente «concentrato sugli obiettivi di governo». Talmente distante dal bis da parlare continuamente di continuità. Il presidente, secondo alcune recenti ricostruzioni giornalistiche, sostiene che interrompere il percorso avviato significherebbe disperdere quanto costruito, respinge le scorciatoie elettorali e punta alla conclusione naturale della legislatura.

A fine mandato porterà al tavolo le cose fatte e spetterà agli alleati spiegare le ragioni di un eventuale diniego. È un’impostazione che rovescia il problema: non sarà Schifani a dover dimostrare perché merita la ricandidatura, ma gli altri a dover giustificare perché intendono negargliela.

La strategia è semplice, ed è la stessa utilizzata fin dall’inizio della legislatura: rinviare il confronto fino a quando il bis dovrà apparire inevitabile. Nel frattempo si alimentano candidature destinate a spegnersi, si mostrano le divisioni interne e si trasforma ogni possibile alternativa in un pericolo. È ciò che accade quando una casta pensa soprattutto alla propria sopravvivenza. È il capolavoro del clan degli ottantenni, bellezza.