La vicenda della fantomatica foto del bacio tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia, rivelata dalla ex compagna di Valter Lavitola e smentita dai due presunti protagonisti (“è fatta con l’Ia”), aggiunge un ulteriore capitolo grottesco al romanzo dell’estate. Che aiuta a delineare meglio il profilo psicologico del protagonista. Perché se c’è qualcosa che il caso Ranucci – con tutto il suo circo di personaggi un po’ megalomani e un po’ cialtroni – mostra con chiarezza è la percezione distorta della realtà dell’ignara vittima del finto attentato. In questa storia, il giornalista investigativo pluridecorato ha costantemente sopravvalutato le ipotesi più remote e sottostimato i pericoli veri. È come se si fosse fatto guidare dall’idea che la realtà dovesse essere per forza a misura del suo ego. Dalla bomba d’amore alla tessera sanitaria.
E così, dopo le sue prime indagini, Ranucci aveva capito tutto: c’era, diceva, un “filo nero” che parte da Adria passa per Manhattan dove ci sono i grandi fondi internazionali, passa per San Marcellino, fino ad arrivare davanti casa sua sotto forma di ordigno esplosivo. In questo filo nero, Ranucci ci vedeva chiaramente il traffico internazionale di armi, la Libia, la mano della camorra e un mandante politico. Aveva anche scoperto di essere spiato dai servizi segreti, su ordine del temibile Fazzolari.
Non si era accorto che il mandante era il suo caro amico Valter… Continua su ilfoglio.it


