Ressa per partecipare alla privatizzazione dell’aeroporto di Catania. Con Palermo oltre venti milioni di passeggeri che possono raddoppiare nei prossimi venti anni. Sono la porta della Sicilia e il ponte che la connette con il mondo. Ammessi dieci candidati tra i migliori operatori del settore, sia italiani che internazionali.
Sette anni, di cui alcuni dovuti ad una sospensione causata dall’epidemia del Covid, passati fra discussioni, tentennamenti, esitazioni, polemiche. Finalmente si imbocca una strada da tempo non solo opportuna ma necessaria. Bisogna dare atto al presidente Schifani di avere con coerenza sostenuto questa scelta e a Torrisi, amministratore delegato, di essere riuscito a giungere fin qui, tra mille difficoltà.
La più rilevante delle quali è la presunzione di tenere in mano pubblica un bene per il quale non si hanno risorse. Bisogna infatti ricordare che il “padrone” dell’aeroporto è lo Stato. Il quale lo ha dato in concessione quarantennale ad una società che avrebbe dovuto essere costituita da comune, provincia e camera di commercio, come in tutto il Paese.
In realtà la società concessionaria è per il 60% della camera, in grave difficoltà finanziaria. Non dispone né di capitali propri né di agevole accesso al credito. In queste condizioni, si sono rinviati gli investimenti previsti. E così, come anche a Palermo, le promesse fatte al proprietario non vengono mantenute, a rischio di revoca, non fosse per l’indulgenza della politica.
La lite spesso furiosa che ha visto battaglie epiche tra soggetti politici catanesi fin dalla devoluzione della gestione ha messo capo in passato ad una crescita piuttosto alta di personale ed a una limitata redditività dell’aeroporto. Il ritardo negli investimenti provoca infatti minori entrate per consumi dei passeggeri. Per mancanza di locali idonei a bar, ristoranti e negozi.
Quest’anno a bilancio, con poco più di dodici milioni di passeggeri, utili per otto milioni e un margine operativo lordo di ventuno milioni. Dato che viene preso a base per stimare il valore di un’azienda. Quali che siano le aspettative, tutti i pretendenti sanno fare bene i conti.
La concessione scade nel ’49. Da qui ad allora si devono fare un miliardo e trecento milioni di investimenti. Ci vogliono soldi e capacità tecniche rilevanti. Un ampliamento strutturale dell’aerostazione ed un netto miglioramento delle condizioni dei passeggeri. Già oggi soprattutto in estate, stretti e affollati, per la congestione.
Alla gara si sono presentati tutti i big italiani del settore, gli aeroporti di Roma, primo da anni in Europa, quelli di Venezia e Milano, tutti e tre privatizzati da tempo e che fanno utili e investimenti notevoli.
Ci sono poi gli argentini di Corporation America che hanno acquisito dieci anni fa Firenze e Pisa e che gestiscono cinquantadue aeroporti. Ma anche i colossi europei con oltre settanta aeroporti come Vinci, la più forte società di infrastrutture europea, presente in centoventi paesi. E poi gli arabi dell’Oman e gli indiani di un noto multimiliardario con trentadue miliardi di fatturato, oltre ad un big delle infrastrutture come Macquarie.
Partecipazione qualificata, che testimonia l’attrattività del quarto aeroporto italiano. Adesso si dovrà presentare un piano industriale in base a cui si daranno i punteggi. Un lavoro in cui Sac è assistita da consulenti di livello.
Dopo il piano, l’offerta economica per almeno il 51% della società. Vedremo che cosa si chiederà in termini di garanzia per i lavoratori ed altro. Chi compra dovrà mettere nel conto il costo degli investimenti da fare e il tempo di ritorno.
In ogni caso assistiamo ad una bella gara, trasparente e chiara. Con protagonisti di assoluto rilievo, inavvicinabili e con reputazione internazionale da difendere. La cui qualità e spessore dovrebbe suggerire di mettere da parte ansie metafisiche volte a chiedere da dove veniamo, dove andiamo e soprattutto come ci chiamiamo.
Le forze politiche, tolti i Cinque Stelle, sembrano favorevoli. Sono anni che per la Sicilia si invocano grandi interventi dall’esterno. Questi sono campioni che potrebbero innescare processi virtuosi. Peccato mortale farli scappare per continuare a dividersi briciole.


