È la domanda più innocente dell’estate. E forse anche la più bugiarda. «Dove vai a Ferragosto?» Sembra una curiosità, ma è diventata una forma discreta di valutazione sociale. Non interessa davvero la risposta: interessa capire se ci sei, se sei riuscito a prenotare, se puoi permettertelo, se hai trovato il posto “giusto”, se avrai qualcosa da raccontare quando tutto sarà finito. Un tempo le ferie erano il momento in cui si smetteva di dimostrare qualcosa. Oggi sono il momento in cui bisogna dimostrare tutto: di essere felici, innamorati, circondati, realizzati, capaci di vivere bene. Abbiamo trasformato il diritto al riposo nel dovere della felicità. È successo senza imposizioni, senza rivoluzioni. Solo una lenta mutazione culturale che oggi accettiamo con la stessa naturalezza con cui si affronta una coda in autostrada il 14 agosto. Così partiamo già stanchi, per tornare ancora più stanchi. Attraversiamo ore di traffico per raggiungere luoghi in cui passeremo altre ore a cercare parcheggio, un lettino, un tavolo, o semplicemente un angolo di mare che assomigli a quello che avevamo immaginato. Paghiamo di più perché “ad agosto è normale”, e aspettiamo un anno intero per riposarci, finendo poi per riempire le ferie di un programma più rigido di quello che abbiamo in ufficio. Aperitivi, cene, escursioni: tutto prenotato. Perfino la spontaneità, ormai, ha bisogno di una conferma. Ferragosto non è più una festa, è diventato una rappresentazione collettiva, e ogni rappresentazione ha bisogno di un pubblico. Per questo non ci si chiede mai se ci si è riposati, ma dove si è stati. Perché il luogo ha sostituito lo stato d’animo, l’indirizzo la serenità, la destinazione il viaggio. E così abbiamo creato un paradosso: dopo anni a lamentarci del cartellino in ufficio, ne abbiamo inventato un altro. Lo timbriamo in aeroporto, sul traghetto, al beach club, davanti a un tramonto, o mentre il cibo si raffredda in attesa dello scatto giusto.
Abbiamo sostituito un obbligo con un altro, solo che questo lo chiamiamo libertà. Perché quando anche il riposo diventa una prestazione, non siamo noi ad andare in vacanza. È la nostra libertà che resta a casa.


