Buondì direttore.
Io sono favorevole alle energie rinnovabili. Anche all’eolico. Anzi, soprattutto all’eolico quando serve a produrre energia pulita senza distruggere ciò che rende unico un territorio.
Ma qualcuno può spiegarmi perché si debbano piantare decine di pale eoliche proprio alle spalle del Cretto di Burri?
Qualche sera fa ero lì, per un concerto della Fondazione Orestiadi. Davanti avevo gli artisti. Dietro di loro un tramonto che sembrava dipinto. E subito dopo, a sfregiare l’orizzonte, quella teoria di gigantesche pale. Un paesaggio che per decenni ha raccontato il dolore del Belice, la memoria e la rinascita attraverso l’arte, trasformato nell’ennesimo luogo dove qualcuno ha deciso che tanto “va bene lo stesso”.
E c’è un dettaglio che rende tutto ancora più incomprensibile. Proprio quest’anno Gibellina è Capitale italiana dell’Arte Contemporanea. Lo Stato ha riconosciuto ciò che tutto il mondo dell’arte sa da tempo: qui non c’è soltanto un paese ricostruito dopo il terremoto, c’è un laboratorio culturale unico, con il Grande Cretto di Burri come simbolo universale. E noi cosa offriamo ai visitatori? Una selva di pale eoliche che invade l’orizzonte di una delle opere di land art più importanti del mondo.
La domanda è semplicissima. Con tutto il territorio disponibile, dovevano metterle proprio lì?
Non è una battaglia contro l’eolico. È una battaglia contro la stupidità.
Perché la transizione ecologica non può trasformarsi nella transizione estetica verso il brutto. Difendere l’ambiente significa anche difendere il paesaggio. E il paesaggio non è un dettaglio romantico: è cultura, turismo, economia, identità.
E allora viene spontanea un’altra domanda. Chi autorizza queste cose? Con quali criteri? Esiste qualcuno, alla Regione Siciliana, che prima di firmare un’autorizzazione si domanda quale sarà l’impatto su un luogo simbolo? Oppure basta che una pratica sia formalmente in regola e il resto non interessa a nessuno?
Quelle pale non offendono soltanto una cartolina. Offendono un’opera d’arte, un monumento alla memoria, uno dei luoghi più straordinari che la Sicilia possiede. Non sono il simbolo della sostenibilità. Sono il simbolo dell’assenza di una visione.
Per questo rivolgo un appello al presidente Renato Schifani. Venga al Cretto al tramonto. Si sieda in silenzio per dieci minuti. Guardi quello che vedono migliaia di visitatori ogni anno. E poi ci dica se davvero pensa che quello sia il posto giusto.
Se anche lui risponderà di no, abbia il coraggio di intervenire.
Le pale devono essere rimosse o delocalizzate. Perché la Sicilia può produrre energia pulita senza sporcare la sua anima.
Non manca il vento. Manca chi abbia il coraggio di dire che ci sono luoghi in cui il paesaggio è un bene pubblico da proteggere tanto quanto l’ambiente. Se non riusciamo a difendere il Cretto di Burri proprio nell’anno in cui Gibellina è Capitale italiana dell’Arte Contemporanea, allora il problema non sono le pale eoliche. Il problema è chi continua ad autorizzarle senza capire dove vive.


