Chi comanda davvero tra i patrioti? La domanda è meno retorica di quanto sembri. Fratelli d’Italia, primo partito a livello nazionale e forza dominante del governo Meloni, in Sicilia appare sospeso fra almeno tre linee: quella conservativa di Ignazio La Russa, quella rivendicativa di Nello Musumeci e quella più ambiziosa che Carolina Varchi prova a costruire a Palermo. In mezzo c’è Luca Sbardella, commissario mandato da Roma per fare sintesi, che però ogni volta che il partito accende una miccia sembra soprattutto preoccuparsi di spegnerla.
L’intervista rilasciata ieri a IlSicilia.it è quasi un manifesto dell’equilibrismo. Della conservazione dello status quo. Sul futuro della Regione Sbardella parte da una premessa generosa con Renato Schifani: «Sicuramente Schifani, con la sua giunta e con la sua maggioranza, ha svolto un buon lavoro». Poi arriva il passaggio decisivo: «Se Forza Italia mette in discussione Schifani, anche Fratelli d’Italia può aspirare a proporre candidature di altissimo livello». Tradotto: finché Forza Italia non ritira Schifani, FdI non ne rivendica la successione. Il governatore diventa così, di fatto, anche il candidato di Sbardella. E di Fratelli d’Italia, esattamente come quattro anni fa, nell’estate della rinuncia a Musumeci.
È l’opposto dell’impostazione scelta proprio da Musumeci. Il ministro non si limita a mostrare freddezza verso il bis, ma mette in discussione il principio su cui Forza Italia vorrebbe costruirlo. Ricorda il 2022, quando fu proprio lui, presidente uscente, a essere sacrificato dopo il veto di Forza Italia e Lega: «Da allora la regola non esiste più». E, nel corso di un appuntamento del partito a Catania, qualche giorno fa, ha aggiunto che «invocare la regola che l’uscente venga ricandidato è una bestemmia». Ma la frase più pesante è un’altra: «Vorrei capire in base a quale titolo Forza Italia ha chiesto e ottenuto di avere il candidato presidente della Regione. Oggi gli unici svantaggiati a livello nazionale siamo proprio noi di Fratelli d’Italia». Musumeci, insomma, non vorrebbe soltanto discutere di Schifani, con cui i rapporti – da inizio legislatura – sono ai minimi termini. Bensì della candidatura in senso più ampio (coltivando, forse, l’idea di essere della partita).
Fra le due posizioni, Sbardella ha già scelto da che parta stare. Quella di Ignazio La Russa. Il presidente del Senato, pochi giorni fa da Ragalna, aveva consegnato a Forza Italia la prima mossa: «Se FI dice Schifani si ragiona su Schifani». Se gli azzurri indicassero un altro nome, aveva aggiunto, allora potrebbero essercene anche altri. È lo stesso schema del commissario: la priorità è blindarsi nel palazzo, in qualunque modo. Il resto va da sé. E non è un dettaglio che Sbardella provenga da una lunga militanza nella corrente di La Russa.
Il medesimo copione si ripete a Palermo. Carolina Varchi ha lanciato “Palermo Capitale”, un laboratorio che non nasce nel vuoto. «Adesso è il momento di andare oltre l’ordinaria amministrazione», ha detto, dopo aver riconosciuto alla giunta Lagalla il merito di avere affrontato alcune emergenze. Varchi, già candidata sindaco prima del passo indietro che spianò la strada all’unità del centrodestra nel ‘22, ha aperto uno spazio politico, ha sfornato una serie di punti programmatici: l’obiettivo è attrarre investimenti, valorizzare talenti e riportare Palermo a una dimensione di «capitale economica, culturale e sociale del Mediterraneo».
Anche qui Sbardella ha indossato i panni del pompiere. Prima aveva spiegato che l’iniziativa di Varchi «non è un avviso di sfratto per il sindaco Lagalla». Oggi fa un passettino avanti – ma sempre troppo poco – riconoscendo come «legittima l’eventuale aspirazione di Carolina a essere candidata a sindaco», ma la diluisce immediatamente dentro un mazzo di «quattro o cinque nomi» potenzialmente spendibili da FdI. Breve recap: quando “Palermo Capitale” aveva cominciato ad agitare il centrodestra, La Russa aveva telefonato al sindaco uscente per rinnovargli la propria stima. Ancora una volta il segnale arriva dalla stessa parte.
La contraddizione diventa ancora più evidente quando Sbardella arriva a Gaetano Galvagno. Il presidente dell’Ars è sotto processo a Palermo per corruzione, peculato, falso e truffa; il 17 settembre il Tribunale dovrà pronunciarsi anche sulla questione della competenza territoriale sollevata dalla difesa. Eppure il commissario – dopo aver affidato, nei mesi scorsi, ogni decisione sulla sua permanenza nel partito al collegio dei probiviri – lo rimette nel mazzo dei possibili candidati alla Regione: «Galvagno è tuttora una personalità di tutto rispetto, all’altezza di essere candidato alla presidenza». La riabilitazione per “Gae”, guarda caso il delfino di La Russa e paternese come lui, è servita.
Ed è qui che il rebus diventa curioso. Sbardella era arrivato in Sicilia per il “reset” deciso da Giorgia Meloni dopo mesi di guerre interne, dossier e un’immagine del partito appesantita dalle vicende giudiziarie. La leader aveva già dimostrato di poter azzerare un assetto con una firma e affidare a un commissario nazionale il compito di rimettere ordine. Oggi, però, quel commissario predica prudenza su Schifani, prudenza su Lagalla e persino apertura su Galvagno. Il repulisti si è trasformato in un brodino. E l’unico ad averne fatto davvero le spese è il Balilla, esiliato al Misto di Montecitorio.
Eppure Fratelli d’Italia avrebbe forza politica e numeri per fare l’esatto contrario. Anche se a sciogliere l’ambiguità può essere soltanto una: Giorgia Meloni. Varchi è considerata una delle parlamentari siciliane a lei più vicine; Sbardella è stato scelto proprio da Roma per rimettere ordine. Se la premier volesse imporre una linea, avrebbe già tutti gli strumenti per farlo. Finché non accadrà, resterà l’immagine di un partito forte a Roma (anche se i sondaggi cominciano a mostrarsi claudicanti) e timido in Sicilia. Un partito che avrebbe la forza per dettare le condizioni e che, almeno per ora, sembra soprattutto impegnato a rassicurare gli alleati.


