C’è sempre qualcuno che vuole fare fuori Ismaele La Vardera. A Roma sono i grandi partiti, impegnati a blindare il Parlamento con la nuova legge elettorale. All’Ars le forze politiche che vorrebbero silenziare Controcorrente. Ad Agrigento è Repubblica. La vittima designata è sempre l’ex Iena, oggi deputato regionale in ascesa e candidato alla presidenza della Regione. E alla domanda ‘perché?’, la risposta è la solita: «Facciamo paura».
Ieri La Vardera è stato assolto dall’accusa di violenza privata (per un servizio realizzato ai tempi della trasmissione di Italia Uno), che lo aveva costretto alle dimissioni dalla vicepresidenza della commissione Antimafia. Ma è solo l’ultimo episodio di una carrellata che, nelle ultime settimane, ha permesso all’enfant prodige della politica isolana di mettersi in mostra. Persino a Roma, dove lunedì scorso ha sfilato di fronte ai palazzi del potere insieme ad Alessandro Onorato, coordinatore nazionale di Progetto Civico Italia (movimento di cui lo stesso La Vardera è stato nominato presidente).
L’obiettivo? Manifestare contro la nuova legge elettorale, che aspetta il vaglio definitivo a Montecitorio; nella fattispecie, contro la norma che obbligherebbe le formazioni non rappresentate in Parlamento a raccogliere 6 mila firme per collegio, in quindici giorni e su moduli cartacei. Un adempimento gravoso, dal quale sarebbero invece esentati i partiti già presenti nelle Camere. Un «lodo salva-casta», secondo Onorato. E La Vardera? Si è ritagliato – bontà sua – la parte che gli riesce meglio: quella dell’outsider al quale il sistema prova a sbarrare la strada.
La questione esiste e merita una battaglia. Ma nell’universo narrativo (e parallelo?) di Controcorrente non può esserci una norma ingiusta da contrastare con forza. Serve il sopruso, la “casta”, il tentativo di eliminare gli avversari più temuti. L’obiettivo politico finisce così per confondersi con il racconto della persecuzione.
Finita la protesta romana, La Vardera si è rintanato nella commissione Bilancio dell’Ars, a Palazzo dei Normanni. Controcorrente, costituito durante la legislatura da quattro deputati eletti con altre liste – oltre a lui, José Marano, Alessandro De Leo e Carlo Gilistro – non dispone di un componente effettivo nell’organismo che esamina i provvedimenti finanziari. I suoi parlamentari possono partecipare, intervenire e presentare emendamenti, ma non votare. La composizione delle commissioni, però, riflette i rapporti tra i gruppi fissati all’inizio della legislatura. Per assegnare un seggio al nuovo arrivato occorrerebbe modificare il regolamento oppure sottrarlo a qualcun altro (il M5s ha già detto ‘no, grazie’).
La Vardera aveva sollevato il problema con il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, inviando lettere e intervenendo a Sala d’Ercole. Non avendola ottenuta, ha occupato la commissione col sacco a pelo, per 26 ore, fornendo aggiornamenti costanti sui social: «Da qui non ci muoviamo». Finendo per trasformare una controversia regolamentare in emergenza democratica. L’occupazione ha garantito immagini, titoli e condivisioni, e qualcosina – poco – anche sul piano pratico: Galvagno convocherà i capigruppo per individuare una “exit strategy” (difficile: significherebbe dover rimescolare gli equilibri di tutte le commissioni, con una manovrina sullo sfondo e le elezioni a breve).
La stessa vocazione ha trovato conferma ad Agrigento. Quando è emerso che il vicesindaco Giovanni Crosta possedeva una casa con parti abusive, La Vardera prima lo ha difeso, poi ne ha preteso le dimissioni e ha chiesto un’ispezione regionale. Repubblica ha raccontato l’incidente politico e i contrasti con il sindaco Michele Sodano. Lui ha reagito denunciando il mancato diritto di replica, evocando perfino una possibile “regia” e rimproverando al giornale di non avere presentato la sua iniziativa come una prova di coerenza. Emanuele Lauria, autore dell’articolo e responsabile dell’edizione palermitana, gli ha ricordato una banalità essenziale: il compito di un quotidiano non è applaudire, ma testimoniare. Ma per La Vardera l’accerchiamento si era già consumato.
Sarebbe ingeneroso negare che alcune delle sue battaglie abbiano avuto consistenza. Per carità. L’inchiesta sulla concessione centenaria della spiaggia di Mondello e sui rapporti tra l’Italo-Belga e una ditta finita al centro di verifiche antimafia ha sollevato questioni reali. Ma Mondello è diventata anche la porta d’ingresso dei salotti di Massimo Giletti, dove il deputato era già apparso per raccontare lo scontro con il deputato Carlo Auteri, ex FdI.
La politica, però, non si ferma ai salotti di Giletti. E non può esaurirsi nella rappresentazione pittoresca dei fatti più o meno rilevanti. Comincia soprattutto con le telecamere spente: nello scandagliare le pratiche del Cas (vedi ultimo scandalo) e degli altri carrozzoni regionali, nel ricostruire la filiera degli affidamenti, delle consulenze e degli appalti, nel seguire nomine, incarichi e transazioni, nel capire quali interessi privati si muovano dietro gli enti pubblici e quali sponsor politici li proteggano. Nel fare un lavoro certosino, pancia a terra, come quello realizzato dal deputato del M5s Adriano Varrica, che ha ricostruito il sistema dei finanziamenti destinati a chiese, parrocchie ed enti ecclesiastici, mostrando una distribuzione concentrata nei Comuni che possono contare sul deputato “amico”.
È un lavoro faticoso, fatto di carte, numeri e collegamenti che non stanno dentro un reel. Richiede mesi di ostinazione, ma è lì che si misura la capacità di cambiare davvero la vita dei siciliani. La Vardera sembra invece aver bisogno che ogni battaglia contempli anche La Vardera. Tutto può diventare un’aggressione e ogni aggressione la prova della propria centralità. È questo vittimismo esasperato a rivelare, forse, il suo più grande limite.


