Ultimatum del Ministero delle infrastrutture alla Sicilia specialissima. Entro il 3 ottobre bisogna avviare 32 milioni di lavori per la messa in sicurezza delle autostrade gestite dal Consorzio Autostrade regionale e cioè la Palermo-Messina e la Catania-Messina. Primi lavori indispensabili come segnaletica e altre opere urgenti. Che si sono trascurati nel tempo e la cui realizzazione non è più procrastinabile. A pena di interdizione della circolazione. Che sarebbe davvero un triste spettacolo a disdoro delle prerogative di governo autonomo tanto decantate e tanto mal gestite.
L’Assessore al ramo assicura che quest’esito verrà scongiurato perché i soldi ci sono e saranno subito trasferiti al Consorzio autostradale siciliano per essere immediatamente impiegati. Verranno tratti dalla stracolma bisaccia del programma complementare, più volte rimodulato per le difficoltà di avviare nonché di realizzare le opere previste nei tempi immaginati. Si tratta di due miliardi e mezzo in larga parte ancora intonsi, disposti con una raffica di citazione di leggi e decreti da far impallidire le grida manzoniane.
Ma il punto è la rete autostradale siciliana, già scarsa di suo come dimensione e qualità, che comporta spese necessarie per oltre cinque miliardi. Da realizzare adesso secondo il ministero statale nell’arco di un decennio, per aggiornare infrastrutture ormai invecchiate e mal tenute. Già, questo è il punto. Senza pedaggio a pagamento adeguato, la gestione stenta necessariamente. Ha bisogno di fondi aggiuntivi a copertura delle perdite e di spese non rinviabili se si vuole tenere in piedi la baracca senza troppo disonore. E senza la spada di Damocle della chiusura da parte dei vigilanti. Che sarebbe evidente vergogna.
Le misure di adeguamento e ammodernamento vengono rinviate non tanto per mancanza di fondi quanto per imperizia e per quella mancanza di competente interesse che caratterizza gran parte delle strutture economiche siciliane. Nessuno ha provveduto, in questi lunghi anni, a mettere in valore le autostrade e a garantire la loro efficienza. Come se non ci fossero problemi. Come se l’importante fosse tirare a campare.
Spesso la gestione è divenuta materia di scontro politico per l’attribuzione a questa o quella forza politica, della gestione. Per accontentare un fedele. Per tenere un modesto potere, un tempo anche di assunzioni e promozioni. Poi anche solo di bottone e prestigio nella scala dei pretendenti alla spartizione democratica, garanzia di equo procedere secondo la condivisa visione della “politichetta” regionale e locale. Come tutto del resto.
E meraviglia che questo assetto inguardabile venga ancora difeso come baluardo democratico, come garanzia della non prevalenza di assetti inaccettabilmente lontani dal primato dell’interesse generale. La verità è che lo stato di sovrabbondanza del pubblico in nome di una malintesa prevalenza della politica è degenerato nella gestione clientelare e nella contesa lottizzatoria. Che sembra riguardare ogni governo di coalizione, per sua natura stessa soggetto a infinite discussioni, contese e mediazioni al ribasso.
Bisognerebbe liberarsene. Prima che sia troppo tardi e il campo ceda trascinando la Sicilia nell’ennesima frana. Questa volta non solo simbolica ma effettuale. E tale da comprometterne definitivamente e irrecuperabilmente, immagine e sostanza.
E auguriamoci che prevalga il senso di responsabilità se non verso il futuro, almeno rispetto alle responsabilità che si assumono scegliendo di governare. Quel che conta non è chi prenderà lo scettro deforme del comando. Come se fosse un percorso assai accidentato e inevitabilmente scivoloso. La tappa di una carriera. E non un incarico, un onere delicato assunto per curare l’interesse comune. L’unico per cui dovrebbe valere la pena di scegliere la scena pubblica. E anche di far funzionare un’autostrada.


