Raffaele Lombardo si è appena pronunciato per il bis di Schifani, ma da una prima ricognizione delle proprie truppe l’ex governatore non sembra se la passi benissimo. E anche del progetto Grande Sicilia, capace sulla carta di tenere nello stesso contenitore Roberto Lagalla e Gianfranco Miccichè, si fatica ancora a distinguere confini, consistenza e prospettive.

Il capo continua a muoversi con l’abilità di sempre, e da fine stratega sa sempre cosa vuole ottenere. Sono gli uomini e le donne che si è scelto a offrire qualche motivo in più di riflessione. L’ultima a sfilarsi è stata Elisa Ingala, assessora regionale alla Funzione pubblica e alle Autonomie locali per appena cinque mesi. Si è dimessa spiegando di non riuscire più a conciliare i propri impegni professionali con le responsabilità dell’incarico e di non poter dedicare al ruolo il tempo e le energie necessari.

Motivazione rispettabile, ma curiosa. Perché se il problema è il carico di lavoro, una domanda resta sospesa: cosa pensava comportasse fare l’assessore regionale? Che amministrare personale, Comuni e macchina regionale potesse stare fra una pratica e l’altra? Ingala almeno ha avuto il merito di prenderne atto e lasciare. Ma il suo addio contribuisce a dare l’idea di una classe dirigente scelta più per appartenenza che per capacità. Adesso arriva Francesca Garigliano, un avvocato che il Mpa aveva già designato nel Consiglio d’amministrazione della Sac (la società di gestione degli aeroporti di Catania e Comiso).

Ma anche il resto del ‘materiale umano’ scelto da Lombardo naviga in brutte acque. Fabio Mancuso è il sindaco di Adrano ed è uno dei riferimenti più importanti del Movimento per l’Autonomia (essendo coordinatore regionale del partito). La Corte d’Appello di Messina ha appena confermato nei suoi confronti una condanna a tre anni e dieci mesi per bancarotta, relativa a fatti di sedici anni fa. Mancuso ha annunciato ricorso in Cassazione e si è autosospeso dalla carica di sindaco; la sospensione, per effetto della legge Severino, sarebbe comunque scattata.

Poi c’è Giuseppe Castiglione, deputato regionale e già capogruppo degli autonomisti all’Ars. Nel febbraio 2025 venne arrestato nell’operazione “Mercurio” con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Secondo la Procura di Catania avrebbe stretto un accordo con ambienti riconducibili al clan Santapaola-Ercolano in vista delle Regionali del 2022. Castiglione ha sempre respinto ogni addebito, proclamandosi estraneo alle accuse; dopo l’arresto si dimise dalla commissione Antimafia, mentre il Riesame dispose successivamente il passaggio dal carcere ai domiciliari. Il procedimento è ancora chiamato ad accertare le responsabilità. Nel frattempo Castiglione è rientrato all’Ars.

Sul versante occidentale dell’Armata Brancalombardo c’è invece Roberto Di Mauro, uno degli uomini storicamente più vicini all’ex governatore. E motivo di scontro con Schifani, che lo avrebbe voluto estromettere dalla partita sui termovalorizzatori. Nell’aprile 2025 Di Mauro lasciò l’assessorato all’Energia. Un mese dopo il suo nome emerse nell’inchiesta della Procura di Agrigento sul presunto sistema di appalti pilotati. I magistrati gli contestano, fra l’altro, un ruolo di promotore in un’associazione finalizzata alla turbativa d’asta e alla corruzione; fra le gare finite sotto esame c’è anche quella da oltre 37 milioni di euro per il rifacimento della rete idrica di Agrigento. Nell’agosto 2026 la Procura ha chiuso le indagini e chiesto il processo per Di Mauro e altri indagati.

Di Mauro all’Energia è stato sostituito da Francesco Colianni. Nome non proprio popolarissimo fra i siciliani prima della promozione in giunta, Colianni ha cercato rapidamente una dimensione pubblica. E una parte significativa di questa esposizione è passata attraverso il circuito mediatico del superpagnottista Maurizio Scaglione. È stato ospite di “Bar Sicilia”, la trasmissione de IlSicilia per raccontare le politiche su energia e rifiuti. Poi i due si sono ritrovati negli appuntamenti di Thinkingreen, con Colianni nel ruolo istituzionale di assessore e Scaglione in quello di moderatore. A Venezia, a settembre, Scaglione ha moderato il panel sui modelli di gestione delle risorse idriche e a Colianni sono state affidate le conclusioni. Un assessore poco conosciuto, promosso in uno dei settori più delicati della Regione, che trova una vetrina costante in un sistema editoriale molto presente nel dibattito politico, capace di rastrellare soldi pubblici ad assessorati, enti e partecipate.

Messe una accanto all’altra, queste storie non sono uguali e non vanno confuse. Le dimissioni di Ingala sono per motivi personali. La condanna di Mancuso non è definitiva. Le accuse contestate a Castiglione e Di Mauro devono essere vagliate nei processi. I rapporti pubblici fra Colianni e Scaglione non configurano illeciti. Ma la politica valuta anche la qualità della propria classe dirigente, la capacità di selezionarla, la tenuta delle persone cui affida ruoli e responsabilità.

Lombardo, tuttavia, continua a giocare la sua partita. Appena pochi giorni fa ha pronunciato un endorsement molto netto per la ricandidatura di Schifani, sostenendo che sarebbe difficile pensare a un altro candidato dopo i giudizi positivi espressi sull’attuale presidente, e ha contemporaneamente avvertito che l’Mpa non accetterebbe nomi “calati dall’alto”. È il leader di sempre: furbo, competente, arrivista. Conserva una capacità di manovra superiore al peso numerico del suo movimento (ha ottenuto il secondo assessore dopo aver fatto la “guerra” a Schifani per mesi). Di recente è tornato a flirtare persino con Cateno De Luca, suo ex allievo prima di diventare un acerrimo rivale. Ma anche il più abile dei generali, prima o poi, deve voltarsi e guardare chi gli marcia dietro.