La restanza. In sé non è una cattiva idea. Definisce una forma di resistenza attiva. Il sentimento che lega il cittadino al territorio in cui è nato. Dove vuole continuare a perseguire i suoi sogni. A vivere e a lavorare. Anche se sa che la terra, soprattutto al Sud, è amara. Spesso spinge ai margini dello spopolamento e della solitudine.

Il termine ha avuto un gran successo da quando l’antropologo calabrese Vito Teti l’ha coniato nel saggio Pietre di pane del 2011. Non a caso il neologismo è stato riconosciuto dall’Accademia della Crusca ed è entrato nel dizionario Treccani.

In Sicilia quest’anno l’Anci ha stilato un “manifesto per la restanza”. Sottotitolo: “alleanza per i giovani e per il futuro dell’isola”. A scorrerlo si capisce che è un atto di fede. Con poca speranza e nessuna carità per coloro che aderiscono alle virtù teologali richieste. La liturgia è quella, sempre uguale. Si denuncia la fuga dei ragazzi, si citano cifre da sproposito sull’emigrazione dei laureati, si promettono servizi, consulte, spazi di partecipazione. È il racconto cucito addosso ai Sedara che governano. Forse li fa sentire Gattopardi, toglie di torno il lezzo degli sciacalli. Tutti virtuosi, senza cambiare nulla.

Dietro la porta di cotanta liturgia, proliferano come sempre le fabbriche delle illusioni. Corsi di videogiornalismo e scuole di scrittura, accademie di storytelling e new media: tutte pronte a vendere la stessa promessa confezionata in mille varianti. “Ti insegniamo a raccontare”, “hai la stoffa del narratore, pensiamo noi al tuo futuro”, “ti apriamo le porte del mondo dell’infotainment”. E i giovani, affamati di opportunità, abbagliati dal magico mondo dei media, ci cascano. Pagano, studiano, sperano. Poi scoprono che il mercato del lavoro non è un romanzo: non basta un laboratorio di scrittura per trasformare un territorio che non offre lavoro.

La Restanza, così, diventa il nome elegante di un meccanismo che produce aspettative e consuma tempo, denaro e fiducia. “Restare, tornare, costruire futuro in Sicilia. Insieme”, recita l’appello del Manifesto Anci. Ma insieme a chi? Alle scuole che promettono stage “a costo zero”? Dove alla fine del corso strapagato dagli allievi si va a lavorare per più di quattro mesi in una delle aziende che accolgono gli stagisti. Sono tante e comprendono anche catene di supermercati. Se sei bravo forse ti assumono. I corsi garantiscono “l’inserimento nel settore”. In ogni caso avrai l’attestato. Sarà firmato da un giornalista parruccone che non si è ancora stancato di percorrere le auree vie della scrittura.