Bene. Ho fatto tesoro di tredici anni di osservazioni, interlocuzioni, proteste, cortei, installazioni, progettazioni, servizi televisivi, articoli giornalistici -fino all’ultimo, sul Foglio di sabato scorso, a firma di un notevolissimo Gery Palazzotto.
Propongo, con la dovuta modestia e senza alcuna intenzione polemica, di smettere una buona volta di considerare un problema il fatto che a Palermo un asilo nido costruito nel 1977 non riesca ancora, nel 2026, a ospitare i bambini per i quali era stato costruito.
Inizio a nutrire, infatti, il ragionevole dubbio che si sia commesso finora un errore di prospettiva.
Abbiamo continuato a chiamarlo fallimento quando sarebbe stato più corretto chiamarlo modello.
Quarantanove anni di chiusura non sono un disservizio: sono una sperimentazione amministrativa di lungo periodo.
Un esperimento riuscitissimo, peraltro.
L’edificio è stato costruito, abbandonato, devastato, occupato, utilizzato come luogo di spaccio, incendiato, demolito, riprogettato, ricostruito e in questi giorni consegnato al Comune senza che nessuno riesca ancora a farci entrare trenta bambini.
Se questa non è efficienza, bisognerà prima o poi trovare un’altra parola.
Io propongo: resilienza.
È una parola bellissima, soprattutto quando non significa niente.
E infatti la usiamo moltissimo.
Resilienza delle periferie. Resilienza delle comunità. Resilienza dei bambini. Resilienza delle istituzioni.
La resilienza è diventata il modo elegante per dire alla gente che deve continuare a sopportare ciò che nessuno è riuscito a risolvere.
Dunque basta con questa storia dell’asilo.
Basta con le mamme che aspettano.
Basta con le manifestazioni di protesta.
Basta con i bambini che pretendono, addirittura, di crescere.
E soprattutto basta con l’idea pericolosissima che un bambino di un quartiere di periferia, come lo Sperone di Palermo, debba andare a scuola. E che debba andarci quando non c’è nemmeno l’obbligo di legge. Cose da pazzi.
Francamente… facciamoci una domanda semplice, finalmente libera dall’ipocrisia: a chi conviene?
A chi conviene che trenta bambini abbiano un asilo?
A loro, certo.
Ma questo è un punto di vista infantile.
Bisogna guardare il problema con gli occhi di una società adulta, moderna, economicamente dinamica.
Un bambino che va all’asilo impara a stare con gli altri, a muoversi nel mondo.
Poi magari continua a studiare. E impara a parlare, leggere, contare.
Poi si diploma.
Poi si laurea.
Poi trova un lavoro.
Poi paga le tasse.
Capite il danno?
Abbiamo costruito per cinquant’anni un ecosistema economico attorno alla possibilità che quel bambino non facesse niente di tutto questo e adesso vorremmo interromperlo proprio sul più bello.
È irresponsabile.
Prendiamo lo spaccio.
Per quale ragione dovremmo contrastarlo?
Perché è illegale?
Argomento francamente superato.
Anche l’Istat, del resto, nei conti nazionali considera le attività illegali che producono reddito: nel 2023 il traffico di stupefacenti ha generato, secondo le stime ufficiali, 15,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Tutte insieme, le attività illegali -droga, prostituzione e contrabbando di tabacco- ne hanno generati circa 20 miliardi, lo 0,9 per cento del PIL.
Non bruscolini. Piccioli pesanti.
Non possiamo mica pretendere che spariscano solo perché la merce fa male.
Sarebbe una visione moralistica dell’economia.
Noi siamo un Paese serio.
Se una cosa produce valore, la misuriamo.
Se la misuriamo, entra nei conti.
Se entra nei conti, contribuisce alla rappresentazione dell’economia nazionale.
E se contribuisce all’economia nazionale, perché mai dovremmo essere così volgari da eliminarla?
La droga, se vogliamo dirla tutta, è un’eccellenza della filiera.
Ha produzione, distribuzione, commercio, logistica, punti vendita, fidelizzazione del cliente e, soprattutto, una notevole capacità di creare occupazione laddove lo Stato si ostina a non creare posti di lavoro.
Certo, ci sono alcuni inconvenienti.
Ogni tanto qualcuno viene ammazzato.
Qualcuno diventa dipendente.
Qualcuno finisce in carcere.
Qualcuno muore.
Ma non bisogna essere catastrofisti.
Anche l’economia legale presenta delle esternalità negative.
Il traffico, per esempio.
L’inquinamento.
Gli infortuni sul lavoro.
Le bollette.
La differenza è che la droga, almeno, ha un mercato.
E dunque io suggerirei di non disturbare troppo gli operatori.
Anzi, di tutelarli.
Perché se arrestiamo tutti gli spacciatori, chi abbassa il prezzo della cocaina?
Se sequestriamo tutta la merce, cosa succede all’inflazione?
Se distruggiamo le piazze di spaccio, dove va a finire la libera concorrenza?
E soprattutto: chi garantisce il servizio?
Mi pare che nessuno abbia ancora riflettuto abbastanza sul fatto che la criminalità organizzata, nella sua forma più avanzata, ha risolto da tempo alcuni problemi che la pubblica amministrazione continua a discutere.
Arriva dove deve arrivare.
Consegna.
Riscuote.
Controlla il territorio.
Punisce le inadempienze.
Non organizza convegni sulla governance.
Non presenta un piano triennale.
Non convoca un tavolo tecnico.
Non chiede una cabina di regia.
Fa.
È una forma brutale di efficienza.
E noi, invece, andiamo appresso all’asilo.
Quello sì che è un problema.
Perché l’asilo introduce una concorrenza sleale.
Se apriamo davvero quella scuola, trenta bambini sottratti alla strada potrebbero diventare trenta cittadini.
Trenta cittadini sono già troppi.
Potrebbero cominciare a fare domande.
Potrebbero chiedere perché l’edificio è rimasto chiuso per quarantanove anni.
Potrebbero chiedere dove erano i sindaci.
Potrebbero chiedere perché le ruspe sono arrivate nel 2019 e gli operai nel 2024.
Potrebbero chiedere perché un cantiere inaugurato con le migliori intenzioni si è fermato dopo un mese e mezzo.
Potrebbero chiedere perché per proteggere gli operai sono servite le forze dell’ordine.
Potrebbero persino chiedere perché un asilo nuovo di zecca debba essere chiuso a tempo indeterminato, sorvegliato dalla Polizia Municipale e da una ditta privata che offre gratuitamente il servizio.
E a quel punto, signori miei, il bambino sarebbe diventato politicamente pericoloso.
Non c’è niente di più destabilizzante di un bambino che sa leggere.
Un bambino che non sa leggere puoi commuoverlo.
Puoi fotografarlo.
Puoi portarlo sul palco.
Puoi mettergli in mano un palloncino durante la Giornata della Legalità.
Puoi dire che è il futuro.
Puoi promettergli una scuola.
Puoi promettergli un quartiere migliore.
Puoi promettergli una città più giusta, una società più giusta.
Ma un bambino che sa leggere potrebbe prendere una promessa e confrontarla con la realtà.
E questo è intollerabile.
Perciò bisogna proteggerlo.
Dalla scuola, innanzitutto.
E poi dalla memoria.
La memoria, se usata male, è pericolosissima.
Per questo abbiamo bisogno di commemorazioni.
Le commemorazioni sono la forma sicura della memoria.
Ricordiamo tutti.
Ma ricordiamo senza conseguenze.
Piangiamo i morti.
Intitoliamo le strade.
Piantiamo alberi.
Facciamo gli alzabandiera.
Cantiamo l’inno.
Benediciamo.
Fotografiamo.
Comunichiamo.
Poi torniamo in ufficio.
E l’asilo rimane chiuso.
È una procedura impeccabile.
Anche la mafia, in fondo, può stare tranquilla.
Oggi c’è un’amministrazione.
Poi ne arriverà un’altra.
Poi un’altra ancora.
In quarantanove anni ne sono passate venticinque.
Ventiquattro promesse per ogni promessa che si perde.
Tipo catena di Sant’Antonio.
Una promessa genera una promessa, che genera una promessa, che genera un tavolo tecnico, che genera un progetto, che genera un comunicato, che genera una conferenza stampa, che genera un rinvio, che genera un nuovo progetto.
La promessa non muore mai.
L’asilo sì.
L’asilo può marcire.
La promessa no.
La promessa è eterna.
E infatti la nostra vera specialità non è la costruzione di opere pubbliche.
È la loro narrazione.
Noi non abbiamo bisogno di un asilo.
Un asilo aperto produce trenta posti.
Un asilo chiuso produce quarantanove anni di discorsi.
La differenza è enorme.
Un posto produce un servizio.
Una promessa produce consenso.
Un servizio finisce nelle mani dei cittadini.
Una promessa finisce nelle mani del politico.
Dunque, se proprio vogliamo fare qualcosa per lo Sperone, propongo di lasciare l’asilo chiuso.
Ma facciamolo bene.
Mettiamoci una targa: Struttura Polifunzionale Permanente per l’Infanzia e la Legalità.
Diamine, serve anche un nome.
Chiamiamolo “Domani”. Così ci portiamo avanti.
Costruito nel 1977.
Distrutto dall’incuria.
Ricostruito dalla speranza.
Chiuso dalla burocrazia.
Potrebbe diventare una magnifica attrazione turistica. Visitabile su prenotazione.
Arriverebbero scolaresche da tutta Italia.
I bambini delle scuole del Nord potrebbero venire a vedere come vive la periferia del Sud.
Un educatore spiegherebbe loro la differenza tra mafia e antimafia.
Un altro farebbe osservare le case popolari tutte intorno, con il bucato sempre steso ai balconi, che fa tanto #clickoftheday.
Un terzo illustrerebbe il concetto di promessa pubblica.
Alla fine tutti in pullman verso il centro storico, o l’università, dove potranno assistere a un convegno sulla rigenerazione urbana.
Ci sarà il buffet a base di arancine e cannoli. Per i grandi le bollicine, che le amano tanto.
E lì, tra un panel sulle disuguaglianze e un aperitivo sulla cittadinanza, qualcuno dirà che bisogna ripartire dai bambini.
Lo dirà con convinzione.
Lo dirà al microfono.
Lo dirà davanti a una platea attenta.
Magari lo scriverà anche su Facebook, su Instagram, su X.
“Ripartiamo dai bambini.”
E tutti applaudiranno.
Perché nessuno ha mai rischiato la carriera dicendo una cosa simile.
Il problema è che a volte i bambini prendono sul serio quello che diciamo.
Ed è qui che nasce l’emergenza.
Perché se quelli dello Sperone cominciassero davvero a credere che la scuola serve, potremmo trovarci di fronte a un incidente istituzionale di proporzioni incalcolabili.
Un bambino potrebbe scoprire che esiste un mondo fuori dalla strada.
Potrebbe scoprire che può diventare medico.
Insegnante.
Architetto.
Ingegnere.
Potrebbe persino diventare sindaco.
E allora, per sicurezza, sarebbe meglio lasciarlo dove sta.
Perché un bambino che resta povero è una statistica.
Un bambino che studia è una variabile.
E le variabili, si sa, sono il terrore di ogni sistema che abbia costruito la propria stabilità sulla ripetizione.
Per questo la mia personalissima modesta proposta è semplice.
Non apriamo l’asilo. Mai.
Anzi, facciamo di più.
Chiudiamo anche quelli che sono già aperti.
Restituiamo i bambini alle strade.
Lasciamoli contribuire all’economia.
Lasciamoli frequentare le piazze di spaccio.
Lasciamoli imparare direttamente dal mercato.
Incrementiamo la dispersione scolastica e accostiamola alla dispersione amministrativa: i bambini dispersi, le responsabilità smarrite, i certificati mancanti.
Sarà tutto molto più coerente.
E finalmente potremo dire di avere sconfitto la mafia.
Non perché abbiamo tolto i bambini alla mafia.
Ma perché abbiamo tolto ai bambini la possibilità di diventare cittadini capaci di capire come funziona.
È molto più semplice.
E costa meno.
Soprattutto, non richiede di aprire un asilo.
Perché, a pensarci bene, quello è il vero lusso che ad alcune latitudini non ci possiamo permettere: trenta bambini dentro una scuola.
Trenta bambini che entrano.
Trenta bambini che imparano.
Trenta bambini che crescono.
Trenta bambini che un giorno potrebbero guardare questa città e domandare:
«Ma voi, per quarantanove anni, che caspita avete fatto?»
Ecco.
Quella sì che sarebbe una vera emergenza.
Non abbiamo ancora predisposto un tavolo tecnico per gestirla.


