Dice Montale che per Shakespeare, la spiegazione sta nel genio. Si potrebbe forse dire che per la politica siciliana, con quel che sta capitando tra corruzione, imbrogli e parole vuote, la spiegazione sta nell’assenza di genio. Quel requisito che rende la politica capace di intendere e soddisfare i bisogni comunitari. E che i cattolici chiamano grazia di stato.

Non l’intelligenza che pure non abbonda, ma il concreto riferimento alla qualità propria dell’agire politico, già secondo i greci arte regale. Attitudine alla guida della comunità. Fatta di spirito d’osservazione, temperanza, capacità di giudizio e di azione conseguente. Possesso del kairos che non è un’invenzione pubblicitaria. Che Berlusconi chiamò familiarmente il “quid”. In una parola il superamento di quella condizione di mediocrità che pure è stata considerata propria della politica di mestiere. E che viene alla luce nella diffusa corruzione quotidiana.

Una politica senza orizzonti e prospettive che viene abbandonata dalle persone a misura che se ne svela l’inconsistenza, l’incapacità di rispondere ai bisogni di una comunità. Gestione corretta della pluralità. Così la pensava la Arendt. Talora si coccolano i capricci. Con la progressiva sostituzione della persuasione con il populismo illusoriamente caritatevole. Una benevolenza interessata al consenso. Che non si basa sull’autorevolezza ma sulla convenienza e lo scambio.

Bisogna cercare qualche possibile rimedio nel male. A meno di non preferire l’acquiescenza, l’adattamento compiacente o addirittura lo sfruttamento di una condizione di disagio. Una rassegnazione pericolosa. Che purtroppo sembra prevalere in Sicilia, dopo gli anni di piombo del terrore mafioso. L’interesse pubblico sfiorisce o muore. I governi si riducono a comparse, incapaci di governare. Si perde più tempo con le trattative sulla divisione delle spoglie che con lo studio e la convergenza sui rimedi.

C’è poco da rimpiangere nell’esperienza passata. Ancora meno c’è da credere nell’antica superstizione dell’impossibilità del cambiamento. Alla politica toccherebbe di cercare i rimedi partendo dall’inefficienza diffusa, dalla produttività calante e dalla disoccupazione troppo alta. A questi mali antichi della Sicilia, l’autonomia fu chiamata a dare risposta. O almeno a provarci con serietà e continuità. E non a baloccarsi con la contesa per la sopravvivenza. Con il mediocre gioco degli interessi e delle passioni. Che sono pure essenziali ma non dovrebbero divenire dominanti o esclusivi.

Insomma, bisogna non adeguarsi al naufragio dentro la noia mortale della politica quotidiana. Indifferenza al merito delle questioni. Fatica senza lavoro, polemica senza costrutto. Anche l’elezione diretta è stata piegata alle esigenze dei partiti che scelgono e sostengono il presidente eletto. Alle loro mutevoli condizioni. E con la garanzia e il ricatto del voto segreto, trionfo del regime assembleare. Che induce a negoziare continuamente la sopravvivenza del governo con benefici e ricompense per un consenso precario e volubile.

Si sono chiamate senza pudore mance, a dimostrazione di una piega servile che tradisce l’idea stessa di rappresentanza popolare. Con il prevalere di una politica imbelle, rissosa e noiosa. Mentre le urgenze incalzano, le bugie prevalgono. Si fa della vita mediocre teatro. Si sopravvive senza genio. Inaffidabilmente.