L’unico (e ultimo) testimone della grandezza del governo Schifani, ormai, è il suo vicepresidente: Luca Sammartino. Lo stesso che ha spaccato la coalizione ad Agrigento, ottenendo la sconfitta di Dino Alonge al ballottaggio; lo stesso entrato in competizione con Giuseppe Castiglione a Bronte, portando alla ribalta l’ex Iena La Vardera. L’unico, in sostanza, a non proferire parola dopo l’en-plein (si fa per dire…) del centrodestra, che ha perso sette degli undici comuni al voto col proporzionale, tra cui Enna e Marsala. Sammartino no, non parla della crisi. Eppure in aula, su una mozione dell’opposizione a un bando proposto dall’assessore leghista – trattasi di agricoltura – il Movimento per l’Autonomia ha votato a favore, dichiarando apertamente la propria posizione.

In precedenza era toccato ad alcuni pezzi di FdI manifestare disappunto per la presenza ingombrante di Sammartino. E sentite il decano Pino Firrarello, dalle colonne de ‘La Sicilia’: “La colpa della sconfitta? Di chi ci prova gusto a spaccare, non per vincere ma per fare perdere. È lo stile di Sammartino e dei suoi amici cuffariani: sono loro che hanno rotto ad Agrigento, a Bronte e non solo”. Il centrodestra non sta precipitando solo a causa dell’assessore catanese, ma fa specie che le uniche dichiarazioni entusiaste, dopo il primo turno delle Comunali, siano provenute dal segretario Nino Germanà: “Abbiamo superato l’8 per cento”. Ed è ancora più strano che gli unici a non lamentarsi della disfatta – oltre a Schifani, ma lui se n’è lavato le mani già in campagna elettorale… – siano proprio gli esponenti del Carroccio. Godranno a Serradifalco per l’affermazione del figlio dell’ex assessore alla Sanità, Daniela Faraoni (almeno finché qualcuno non si accorgerà della ‘forzatura’ di legge: si tratterebbe del terzo mandato consecutivo); ma in generale, assistono allo sconquasso senza dire una parola. Rifugiandosi negli inni alla gloria per Schifani, che soltanto loro – i leghisti – vorrebbero davvero ricandidare.

Per il resto non ci pensa più nessuno. Tralasciando la stizza dei patrioti, da cui ha preso il via questa crisi infiniti (il ciclone Galvagno, il caso Amata, eccetera), adesso ci sono anche altri irrequieti. A cominciare dalla stessa Forza Italia, che sembra finalmente aver capito che così non si va da nessuna parte, o al massimo si riconsegna la Sicilia alla sinistra populista. In un partito falcidiato dagli scandali e dall’indifferenza del proprio leader (“garantista per natura”), è stato il commissario Nino Minardo ad ammonire tutti per i comportamenti degradati e da avanspettacolo: “Mi pare evidente che i siciliani siano stanchi degli scandali, del malcostume politico e di pretese degne di signorotti medievali. La politica deve essere sempre esempio di sobrietà, responsabilità e servizio”.

Di “risanamento etico” ha parlato il vicepresidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulè; l’unico davvero in grado – se candidato alla presidenza della Regione – di potersi impegnare in questa direzione. E non è soltanto un auspicio da corrente interna: nel sondaggio Swg commissionato da Sud chiama Nord e raccontato da La Sicilia, tra gli elettori che dichiarano di conoscerlo, Mulè raggiunge il 27 per cento alla voce “efficacia percepita”, risultando il profilo più competitivo del centrodestra. Un dato che non misura la notorietà, ma la credibilità presso chi ha già elementi per giudicarlo.

Ma quanto spazio c’è? In effetti, negli ultimi giorni, è aumentato a dismisura. Perché persino l’ultimo avamposto schifaniano, quello di Cardinale & Co., ha cominciato a vacillare in modo preoccupante. E sotto la spinta di alcune delusioni in serie, s’è manifestata tutta l’amarezza di Nicola D’Agostino, deputato acese, mancato assessore alla Salute. Ovvio: la decisione di promuovere Marcello Caruso a piazza Ottavio Ziino, dopo la carriera da gregario, ha fatto scattare la molla. Ma sono tali e tante le batoste subite dalla classe dirigente di Forza Italia e le magagne di questo governo, che è impossibile non accorgersene.

L’ultima caduta di stile, per D’Agostino, è stata il mancato invito della commissione Sanità dell’Ars, finanche del suo presidente (il leghista Laccoto), al tavolo di concertazione col Bambin Gesù per la proroga della convenzione utile al mantenimento della Cardiochirurgia Pediatrica all’ospedale di Taormina. Prima c’erano stati altri episodi e una durissima reprimenda all’indomani dei ballottaggi: “Manca un leader regionale di coalizione e si continua a perdere tempo per debolezza e paura di scegliere. Il rischio è che la gente ci punisca ancora più severamente alle prossime elezioni politiche, dopo tutti gli scandali regionali di questi mesi. Sembriamo paralizzati dalla paura, ostaggio delle nicchie di potere che difendiamo avidamente, manchiamo di coraggio, onestà, visione”.

Ci manca pure che sbotti Edy Tamajo, altro allievo di Totò Cardinale e “salvadanaio” di questo governo (dirige l’assessorato alle Attività produttive), e poi davvero Schifani potrà cercarsi un altro passatempo. Ma per il momento il ras di Mondello assiste con discrezione, osserva la crisi da lontano, preferisce non sporcarsi le mani. Altri di Forza Italia l’hanno fatto: a cominciare dal parlamentare messinese De Leo, “fuggito” da FI dopo le scelte dissennate di Messina (dove i berluscones sono fuori dal Consiglio comunale). Altri ancora, come l’inossidabile Gallo Afflitto, si sono autosospesi a seguito dello scandalo Cefpas; mentre il nisseno Michele Mancuso si trova ai domiciliari in attesa di giudizio (è accusato di corruzione). Altri ancora, come Margherita La Rocca Ruvolo – fustigatrice con Iacolino, un po’ meno con il concittadino Gallo – hanno criticato in passato, perché dovrebbero smettere adesso?

Insomma Forza Italia non è più con Schifani. È dichiaratamente contro. Come lo è il Mpa di Lombardo, che ha chiesto un azzeramento della giunta sapendo di non poterlo ottenere (il presidente è fresco di rimpasto, gli autonomisti di un secondo assessore). E persino la Democrazia Cristiana, orfana di Cuffaro ma rinsavita per il ritorno di Nuccia Albano al governo, si è sentita in dovere di esprimere giudizi morali sullo stato comatoso del centrodestra: “Il tema non è soltanto quello dell’unità delle coalizioni, ma soprattutto della capacità di selezionare una classe dirigente credibile”. Capite? Persino la Democrazia Cristiana si è messa a distribuire patenti. Se non è questa la fine, cos’altro può esserlo?