Giuliano Ferrara per Il Foglio

Caso Reiner. La sindrome di Trump
è la malattia che avvelena gli Usa

La fenomenologia di Trump, per ricalcare il famoso ritratto-saggio dedicato da Eco a Mike, è una patologia. Vero che è un tribuno politico di inaudita efficacia. Vero che è spesso buffo e anche spiritoso. Vero che sa concentrare su di sé qualunque occhio di qualunque riflettore. Vero che colpisce per certi aspetti di candore, specie nell’esibizione sfacciata del suo rapporto totalizzante con il denaro (“a tremendous amount of money” è la sua espressione preferita). Vero che i suoi risultati sono discutibili ma la maschera è quella del facitore, del realizzatore, di quello che vince e va in buca. Però è malato. Un uomo che commenta come ha fatto Trump la tragedia di Rob Reiner, di sua moglie e del loro figlio assassino non sta bene. Decisamente, è fuori di senno...

Riuscirebbe oggi un Churchill
a salvare la pacifica Europa?

La decadenza dell’Europa, sede di “troppe chiacchiere” per il presidente americano che rifiuta sprezzantemente di partecipare a un vertice negoziale con alleati e partner, ha molte facce che sono perfettamente in luce. Troppe tasse e troppo debito. Un welfare sovradimensionato. Un ruolo degli stati, delle amministrazioni pubbliche, della trama di regole che fa del capitalismo europeo, nella competizione mondiale, un capitalismo zoppo, particolare evidente proprio in questa fase della iperglobalizzazione tecnologica, con i ritardi paurosi nel settore dell’intelligenza artificiale. Un forte mercato unico potenziale incompleto e limitato. Pochi figli. Immigrazione fuori controllo, in specie l’immigrazione percepita dall’opinione pubblica. Armamenti divisi in una organizzazione pletorica e scombinata, senza unità di comando e di azione. Difesa storicamente appaltata all’alleanza calante della Nato. Mancanza di una Costituzione e di un potere di mandato..

Che ne è di Bologna. Cronaca di un degrado intellettuale

Ma che gli è preso al demone divino di una città come Bologna? Quale altro morbo ha combattuto e vinto la sua spensieratezza e anche la sua drammatica, spettacolare allegria, la sua pastosità, la sua bellezza piazzaiola e cattedrale, le sue glorie municipali, la sua resistenza al vecchio vizio dell’italiano che da Milano infallibilmente marcia su Roma e da Firenze pretende di imporre il dominio universale del Rinascimento, che fine ha fatto la sua civiltà filologica, la pastosa eccentricità della vita civile nel grande studentato, la severa gustosità dei suoi portici e ristoranti? In un giro di tempo brevissimo Bologna ha monumentalizzato, celebrato, emeritato con le chiavi della città il nullismo antisionista di una chiacchierona di serie B e poi ha vietato un corso di Filosofia per gli allievi in..

Il geniale trasformismo napoletano di Fico e De Luca

Questa di Vincenzo De Luca che elegge Roberto Fico a successore ha una sua grandiosità. Peccato vivere lontano dalla Campania felix, nuovo travolgente episodio del geniale trasformismo italiano, peccato non avere tempo e modo di partecipare ai comizi, ai talk, agli show dell’antidemagogo basso-baritono e del demagogo dalla vocina chioccia. De Luca è la Raggi trattata come una bambolina da antologia delle fiabe, è lo scudiscio dei grillini, è la maestosa resistenza della Prima Repubblica all’assalto degli scassinatori della scatola di tonno, è la negazione irriverente dell’onestà-tà-tà, il difensore accanito del re delle fritture clientelari ed elettorali, il rassembleur della meravigliosa feccia e della nobiltà e della miseria in una coalizione della vittoria al settanta per cento, miseria e nobiltà di un Totò redivivo con i pacchi di pasta di..

Oltre Salvini. Se facessimo il Ponte sul modello del Mose

Opporsi a un ponte, al Ponte, perché lo vuole anche il senatore Salvini, niente di male. Sostenere il Ponte perché non lo vogliono i magistrati della Corte dei conti che si fa Corte dei ponti, niente di male. Poi c’è il formidabile estetismo di Buttafuoco: no al Ponte perché la Sicilia è un’isola. Ma c’è il paradigma del Mose. Per quarant’anni la bella gente che si fa esperta di tutto ha sostenuto che quell’opera di ingegneria delle acque era una follia, che non avrebbe mai funzionato, che era costosissima anche in vista della protezione della città più preziosa al mondo, che era un magna magna, ovvio, e che c’era la ruggine. Meglio dragare Malamocco, meglio fermare il mare con le mani nude, meglio tutto del Mose. Alla fine gli stessi..

Trump e un giorno della vittoria
che la nostra memoria conserverà

La diretta da Israele di ieri, ostaggi liberi e Trump accolto come Ciro il Grande alla Knesset, è stata il più grandioso spettacolo politico immaginabile. Once in a lifetime, come dicono gli inglesi e gli americani. Ore e ore di attesa e di giubilo. Prima la liberazione delle ultime vittime ancora vive del 7 ottobre, i mezzi della Croce Rossa in movimento, gli elicotteri per il trasporto verso gli ospedali, verso le famiglie, le prime fotografie, i sorrisi, gli abbracci tra di loro e con soldati e soldatesse dei giovani rapiti dal concerto interrotto dall’orrore, dal pogrom, quelli che hanno resistito all’ordalia, le cure e il debriefing militare, i sorrisi e gli abbracci con i famigliari, la folla gaudente e piangente nella piazza intitolata agli ostaggi che cantava e ballava. Poi..

Trump, un re nudo nella trappola della scala mobile

Avolte uno non sa dove si sia rifugiato il suo cuore. A volte la tua stessa sensibilità ti sfugge o addirittura dubiti che esista. Spesso ti ripeti che c’è poco da ridere. Ma stavolta, quando Trump ha emesso il comunicato, dopo un sublime discorso all’Onu, ho trovato il mio cuore e ho pianto sulla riva del lago di sense of humour in cui la mia sensibilità era annegata a forza di ripetermi la fermissima convinzione che Trump sia l’Anticristo, e qualcosa di più (ribadisco). Dunque, dopo averne azzeccate ben quattro in una sola volta, che l’Onu è una ciofeca, che il riscaldamento globale è la più grande truffa di tutti i tempi, che gli aerei di Putin vanno abbattuti, che Zelensky può arrivare a Mosca, anche se ha scambiato l’Armenia..

Armani. Come la bolgia delle chiacchiere fiacca la memoria

Soprattutto, niente pettegolezzi: il defunto ne aveva orrore. Quando la barca dell’amore si infranse contro lo scoglio della vita quotidiana, come reca il biglietto d’addio, il suicida Majakovskij chiese di morire in pace e affidò al governo moglie e amante. Attività lodevole in sé, oggi impossibile, trapassare senza gli scossoni dell’overtourism funebre. L’applauso ai funerali. Il torrente in esondazione dei commenti. Si è Re o Maestro di qualche cosa. Come per il grande Armani, si è disciplina e amore e onore nazionale. Se poi ci sia di mezzo una copertina di Time e la fama mondiale, che guaio. Baudo e Fede sono stati salvati dalla provincia nazionale, e anche intorno a loro però si è scatenata una guerricciola di ricordi, di mezze verità, di falsi sfrontati, di eulogie mal preparate...

Dove va la Francia di Macron?
“Verso la noia”, sostiene Ferrara

Macron è impopolare. Bayrou, il democristiano, il centrista, fa le valigie con tutta l’austerità incorporata nel suo bilancio, arrivando persino ad abolire due festività nel Paese della festa continua e delle pensioni giovanili. A parte i suoi errori, Macron resta un presidente liberale: già è un miracolo che abbia portato a termine un mandato e mezzo. Presidente dei ricchi, come fu Giscard d’Estaing che però si fermò a uno solo, in una Francia che ama compiacersi di essere giacobina e barricadera anche quando al potere ci sono i conservatori, che si chiamino mon général come de Gaulle o un professore di liceo di provincia come il gollista Pompidou. E ora, forse, toccherà a un altro docente liceale come Mélenchon, trombone della Francia indomita e frontista di sinistra, oppure a Marine..

Ovazione a Rimini per Meloni
Ferrara sorpreso dal suo stile

Esiste uno stile Meloni? Direi di sì. Ha smesso di dire: “At teso che”. Gran progresso, dalla sottoprefettura o tenenza o guardiania a Palazzo Chigi. Ma dice troppo spesso “banalmente” al posto di “semplicemente”, e sarebbe semplice risparmiarselo. Sono osservazioni un po’ cretine, ma pur sempre osservazioni. Per il resto, piuttosto brava. Si è scelta uno o una speechwriter di rango. Come aveva fatto Berlusconi con un giornalista italiano o una giornalista italiana che gli scrisse tutto per tanti anni, dai discorsi parlamentari ai comizi in piazza alle interviste agli articoli alle lettere d’amore, ma quello o quella era un gran ruffiano/a per il bene della causa e della patria. I successi degli statisti non dipendono dalle parole accucchiate dagli o dalle speechwriter, che servono alla maschera, non del tutto..

Gerenza

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