Giuseppe Sottile

Rogoredo, Salvini
e il senso dello Stato

Come fa il gagliardo Matteo Salvini a considerarsi ancora un uomo delle istituzioni? Ma si guarda allo specchio? Ha contezza delle scempiaggini che ha messo in fila, nel giro di pochi giorni, sulla tragedia di Rogoredo? A caldo si è schierato con il poliziotto “senza se e senza ma” e ha subito attaccato i magistrati che cercavano di ricostruire i fatti e trovare un filo di verità. Poi, quando il suo eroe ha confessato l’omicidio ed è diventato un delinquente, il segretario della Lega è passato all’altro eccesso: adesso “paga e paga anche il doppio”, ha detto. Ma che gente abbiamo portato al governo di questo infelice paese? Loro decidono chi è innocente, alla cieca; e dopo anche chi è colpevole. E infliggono pure la condanna; e nemmeno una condanna..

Il gioco delle pagnotte
e lo strabismo del Pd

Chi è il più potente pagnottista del reame? Ormai abbiamo raschiato i bassifondi. Succede che due faccendieri ben piazzati nel retrobottega di Palazzo d’Orleans si accapigliano per arraffare il maggior numero di affidamenti diretti. Fino a ieri sapevamo del sistema scandaloso messo in piedi da Maurizio Scaglione, il più ammanicato col cerchio magico di Schifani. Oggi apprendiamo che ci sarebbe un altro sistema: quello che fa capo a Tony Siino il quale, oltre al governatore, avrebbe incantato e incartato pure l’assessore al Turismo, Elvira Amata, erede del Balilla. Peggio dei due faccendieri c’è però la pelosa opposizione del Pd. Che non ha mai chiesto conto e ragione a Schifani sui suoi rapporti malsani con Scaglione (un pagnottista da mezzo milione di euro l’anno) ma ha presentato addirittura un’interrogazione all’Ars per..

La chiave che apre
Palazzo d’Orleans

Dopo l’arresto di Totò Cuffaro sono stati criminalizzati e rinchiusi politicamente in un lazzaretto. E quando hanno chiesto di rientrare in giunta il presidente Schifani ha fatto orecchie da mercante. Poveri democristiani. Loro invocavano clemenza e il governatore infliggeva penitenze. Loro sbaraccavano la vecchia classe dirigente ma il Minosse di Palazzo d’Orleans li giudicava comunque colpevoli di cuffarismo e gli apriva solo le porte dell’inferno. Ieri i disperati orfani di Totò “vasa vasa” hanno giocato l’ultima carta, quella che ha consentito a Matteo Salvini di risolvere la vertenza tra la presidenza della Regione e Annalisa Tardino, la leghista nominata al vertice dell’Autorità Portuale. Hanno tirato fuori dalla manica l’unico passepartout che trasforma il cinico Schifani in un angioletto: dire sì al suo bis. Vedrete che presto la Dc rientrerà in..

Concedetegli il bis
e tutto si aggiusta

Austeri, solidi, rigorosi, tutti d’un pezzo. Da ragazzo me li immaginavo così gli uomini politici. Da anziano – o da vecchio, non c’è problema – scopro che a Renato Schifani basta la promessa di un bis a Palazzo d’Orleans e tutto si aggiusta. Ricordate la sceneggiata che il governatore mise in piedi quando gli comunicarono la nomina della leghista Annalisa Tardino al vertice del Porto di Palermo? Fece fuoco e fiamme perché non era stato consultato: contestò il metodo e il merito, mobilitò avvocati e giureconsulti, si appellò al Tar. Ma dopo tre mesi di confronti e tormenti è bastato che il ministro Salvini gli desse il via libera per il secondo mandato perché Schifani deponesse le armi. Era furioso ed è diventato subito mansueto, docile, remissivo, conciliante. In sostanza,..

A Palazzo d’Orleans
il parlamento non serve

Ma che frega a Schifani dell’Assemblea regionale? I franchi tiratori si divertano pure con le imboscate e il povero Galvagno, sputtanato com’è, reciti pure la sua elegia sulle macerie. Al presidente della Regione la vita dell’Ars interessa una volta l’anno: quando c’è da approvare la legge finanziaria, quella che gli assegna “i piccioli”. Poi ci penserà lui a distribuire quei soldi, ad assegnare incarichi e consulenze, a curare le clientele. E se una norma varata da Sala d’Ercole pone dei limiti non c’è problema: Palazzo d’Orleans rimescola le carte e impupa un decreto attuativo che allarga gli spazi da destinare agli amici più cari. E’ quello che sta succedendo, in queste ore, attorno alla legge per l’editoria. Altro che sostengo alla libera stampa. Il governatore vuole sistemare le cose per..

Una Sicilia di spine
per Giorgia Meloni

Mettetevi nei panni di Giorgia Meloni. Credeva di avere in Sicilia un partito vivo, sanguigno e incorruttibile. E si è ritrovata con gli sprechi milionari del Balilla, con Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, sputtanato dalle intercettazioni e con l’assessore Elvira Amata nei guai giudiziari per via dei suoi traccheggi con Marcella Cannariato, nota come Lady Dragotto. Credeva pure di avere trovato un appiglio sicuro in Nello Musumeci, nominato addirittura ministro della Protezione civile, ma davanti alla tragedia di Niscemi anche l’ex presidente della Regione si è rivelato inconsistente. Aveva poi puntato sull’autorevolezza di Renato Schifani e ha avuto una disarmante delusione anche da Palazzo d’Orleans: mai un colpo d’ala, solo politica politicante. Povera Meloni. Se l'altro ieri è arrivata in Sicilia senza un codazzo sapete perché. Meglio sola che male accompagnata.

I magnifici cinque
contro Schifani & C.

Di Ismaele La Vardera si sa già: dopo mille denunce e cento corse in procura, il leader di Controcorrente ha annunciato che intende candidarsi alla presidenza della Regione. Lo stesso dicasi di Cateno De Luca: dopo mille slanci e cento ambiguità resta in corsa pure lui. Ma anche il centrodestra ha le sue carte segrete. L’asso di moltissimi cuori risponde al nome di Giorgio Mulè; e tra le fila di Forza Italia si agita pure Nino Minardo che ha appena lasciato la Lega. Poi c’è un asso nascosto nella manica di Fratelli d’Italia, partito devastato dagli scandali. Si chiama Carolina Varchi: colta, agile e stimatissima da Giorgia Meloni, sarebbe l’unica candidata capace di scombinare i giochi di Ignazio La Russa e dell’impresentabile Galvagno. Cinque nomi, cinque giovani ai nastri di..

Regione al capolinea
Arridateci i prefetti!

Palazzo dei Normanni non riesce più a confezionare una legge e Palazzo d’Orleans non riesce più a varare un decreto pulito, senza gli asfissianti condizionamenti del retrobottega. Diciamolo: l’autonomia regionale è arrivata al capolinea, arridateci i prefetti. Miriam Di Peri su Repubblica ha documento la spesa di ogni seduta, ovviamente inutile, dell’Ars. Nei primi 43 giorni di quest’anno il parlamento siciliano è costato 12 mila euro al minuto. Meglio chiudere bottega: si risparmierebbe almeno sulla bolletta della luce. Nel palazzo del governo bisognerebbe invece chiudere le due stanze dove trovano udienza pagnottisti e faccendieri, dove traccheggiano campieri e sovrastanti. Ai tempi di Rosario Crocetta c’era il “senatore della porta accanto”. Una sorta di viceré che, secondo la famosa novella di Verga, comandava ‘ncapu a lu re. E cambiato qualcosa? Temo..

Il Parlamento serve
solo per le imboscate

Mentre Renato Schifani si affanna per trovare una casa agli sfollati di Niscemi, all’Assemblea regionale frana e cola a picco la maggioranza di governo. L’antico e glorioso parlamento siciliano non riesce più a partorire una legge. Sala d’Ercole è diventata una vandea dove si scontrano fazioni e lobby del centrodestra e dove ogni emendamento, grazie al voto segreto, diventa un’occasione per vendette, imboscate e regolamenti di conti. La scena è dominata dai franchi tiratori. Tra i banchi dell’Ars serpeggiano rancori, risentimenti, frustrazioni. I partiti, ciascuno col proprio malumore, bussano alle porte di Palazzo d’Orleans ma Schifani non risponde. Certo, il presidente è alle prese con enormi disastri: oltre Niscemi, deve anche rimediare alle devastazioni del maltempo. Ma non può in eterno nascondere i problemi della coalizione sotto il tappeto dell’emergenza.

Gerenza

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