Giuseppe Sottile

Cara Meloni, notizie
della corrente turistica?

Visto che siamo nel ballo, balliamo. E visto che Giorgia Meloni si è decisa finalmente a tagliare la testa di Daniela Santanché, ministro del Turismo, torniamo a a parlare di turismo. Anzi, della corrente turistica di Fratelli d’Italia, quella lobby sotterranea che ha macinato carrettate di denaro pubblico – solo in Sicilia oltre cinquanta milioni di euro – per promuovere il clan e agevolare la carriera dei confratelli. I reggenti dell’allegra “loggia” siciliana si conoscono: i nomi sono saltati fuori con gli scandali di Cannes e See-Sicily e con le inchieste giudiziarie che hanno travolto Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, ed Elvira Amata, ovviamente assessore al Turismo. Ma a livello nazionale chi coordinava la danza e contraddanza di tutti quei piccioli? Siamo sicuri che il grande burattinaio fosse la Santanché? Forza..

Arriverà in Sicilia
la scopa di Meloni?

Dove non arriva Schifani può arrivarci Giorgia Meloni. La pulizia va fatta fino in fondo. Non solo nei saloni di Palazzo Chigi o di Via Arenula, sede del ministero della Giustizia. Anche nelle stanze più piccole e periferiche ma non per questo meno dorate. A cominciare da Palazzo dei Normanni dove la delegazione di Fratelli d’Italia non brilla per legalità e rigore morale. L’altro ieri, quando ha notificato a Daniela Santanché il decreto di sfratto, la premier sapeva di sfidare il potente Ignazio La Russa, principe di Paternò e presidente del Senato. E non si è tirata indietro. Bene. La presidente del Consiglio troverà il coraggio di far sapere agli allegri ragazzi di Sicilia, quasi tutti allievi prediletti di La Russa, che hanno già abbondantemente sputtanato non solo il glorioso..

Quei pigri elettori
cresciuti con le mance

Nella Sicilia dove non c’è più il primato della politica ma la prevalenza del retrobottega il contraccolpo era inevitabile. In una Regione immersa nella palude degli scandali era difficile considerare vittime di mala giustizia Gaetano Galvagno o Totò Cuffaro e precipitarsi al seggio per dire Sì a una riforma garantista. Ma a favore del No non ha giocato solo il rigetto degli onesti verso corrotti e corruttori, faccendieri e pagnottisti. Qui i cacicchi del centrodestra hanno educato i propri elettori alla spartenza di nomine, incarichi e soldi pubblici. Con la conseguenza che, quando non ci sono mance e privilegi da spartire, come nel referendum, quegli elettori si racchiudono nella propria indifferenza. Le riforme non appartengono alla loro cultura. “A ‘mmia chi mi tocca? Niente”. E sull’onda di quel “niente” domenica..

Le facce e le colpe
di una brutta sconfitta

Pensate che cosa sarebbe stato questo referendum senza il trombonismo del ministro di Giustizia, senza la spregiudicatezza di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, senza il silenzio peloso di Daniela Santanché, senza l’intemerata del sottosegretario Fazzolari contro la Biennale di Pietrangelo Buttafuoco e senza la faccia tosta di Andrea Delmastro, altro sottosegretario ma anche socio in affari di Mauro Caroccia, un ristoratore condannato per intestazione fittizia di un patrimonio mafioso. Non dico che la sconfitta del Sì sia legata esclusivamente a queste facce. Mi limito a dire che la vittoria del No è intanto una batosta per Giorgia Meloni, ritenuta fino all’altro ieri invincibile. La sua colpa principale – al di là delle responsabilità che investono l’intero governo – forse è stata quella di avere dato copertura alle facce..

Giustizia, il referendum
ha mostrato il peggio

Voto o non voto. Se penso alla spocchia di Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, mi chiudo a casa fino a lunedì sera. Cane non mangia cane, si diceva una volta. Ma la magistrata Bartolozzi, per raccattare un Sì alla separazione delle carriere, non ha esitato a sfregiare l’immagine dei suoi colleghi, tutti inclusi e nessuno escluso. Come lei – o peggio di lei, scegliete voi – il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, testa d’ariete della campagna per il No. Arrogante e minaccioso, ha finito per legittimare i pregiudizi di chi vede nell’ufficio del pubblico ministero uno strapotere che non paga mai pegno. Peccato. Il referendum poteva essere una buona occasione per affrontare i problemi della giustizia. Una casta di magistrati, ammanigliati con la politica, l’ha trasformato in..

L’antimafia dell’Ars
beffata dalla mafia

La cronaca racconta che Bernardette Grasso, vice presidente della Commissione regionale antimafia, “si è ritrovata a passare via whatsapp cinque nomi e un curriculum a un boss del calibro di Carmelo Vetro”. Lei, sentita dai magistrati, ha sostenuto di avere segnalato le assunzioni senza malizia: “Non sapevo che Vetro fosse un mafioso”. Bene. Se la vice presidente non ha capito granché della mafia e casca nella rete di un boss col candore di una sonnambula, vogliamo chiederci quale funzione ha avuto questa ampollosa commissione antimafia? Corruzione e malaffare, negli ultimi anni, anziché diminuire sono aumentati. La prevenzione, da parte della politica, non c’è stata. Il coperchio sui tanti scandali della Regione l’ha sollevato la procura di Palermo. Dire che il “tribunalino” dell’Ars presieduto da Antonello Cracolici non è servito a..

Due magistrati in lotta
sguaiati e privi di stile

Un po’ tromboni e un po’ bulli, comunque sempre sopra le righe. Da un lato Carlo Nordio, ex magistrato e attuale ministro di Giustizia. Dall’altro lato Nicola Gratteri, procuratore di Napoli ed ex aspirante ministro: doveva entrare nel governo Renzi ma fu bloccato sulla soglia di via Arenula dal Capo dello Stato, Giorgio Napoletano. Li divide il referendum sulla legge costituzionale che separa le carriere di giudice e pubblico ministero. Nordio guida l’esercito del Sì, che comprende Giorgia Meloni e i partiti di centrodestra; mentre Gratteri, capofila dell’Associazione magistrati, si sbatte per affermare le ragioni del No. L’uno e l’altro hanno condotto una campagna elettorale impasticciata, confusa, sguaiata. Si sono improvvisati leader politici ma non hanno mostrato quello stile di equilibrio e serenità che i cittadini pretendono da chi amministra..

Ma questa Regione
cos’ha da festeggiare?

Il prossimo 15 maggio la Regione siciliana compirà 80 anni e i due Palazzi già preparano una festa coi fiocchi a Castello Utveggio. Non si baderà a spese. Sarà l’omaggio a uno Statuto che ha concesso alla Sicilia un’autonomia speciale con la quale – secondo le intenzioni del Costituenti – sarebbe stata sconfitta ogni tentazione separatista e sarebbero state sanate le disuguaglianze con il Nord. Per quel giorno gli uffici saranno tirati a lucido ma non sarà un compleanno felice. Per il semplice fatto che non ci saranno grandi risultati da mostrare. Solo macerie. La corruzione divora buona parte della politica e il retrobottega risucchia, in un vortice di scandali, uomini di partito e vertici della burocrazia. Mentre i pagnottisti continuano a girare impuniti per i corridoi di Palazzo dei..

Requiem per Contrada
vittima di malagiustizia

Quando vi parlano di giustizia, pensate a Bruno Contrada, l’ex capo della Squadra Mobile di Palermo stritolato da un ingranaggio che lo ha tenuto in croce per quarant’anni senza che le sue colpe fossero state mai accertate oltre ogni ragionevole dubbio. E se vi parlano di processo giusto o di equilibrio tra accusa e difesa, pensate a un uomo che, con tutta la sua storia, i suoi meriti e le tante medaglie appese al petto, è stato costretto per quarant’anni a salire e scendere le scale dei Tribunali e delle Corti di Appello, a inseguire la Cassazione e pure la Corte di Giustizia Europea ma è riuscito a ottenere solo un risarcimento che non gli ha restituito l’onore e non ha sancito la sua innocenza. Non gli è bastata una..

Ricreazione finita
per governo e Ars

Non basta un dibattito e non basta neanche la riscrittura dei regolamenti parlamentari. Solo i settanta deputati dell’Ars sono convinti che in Sicilia ci sia ancora spazio per la politica. Non si accorgono che la Regione è sprofondata in una palude di cenere e fango, per dirla con Giobbe, e che le sabbie mobili della corruzione hanno inghiottito le ultime briciole di credibilità. Non capiscono che non c’è più spazio per i travestimenti e per le ipocrisie, per le mance e gli inciuci, per i giochi sottobanco e le imboscate dei franchi tiratori. Credono ancora che basta recitare due paroline magiche come legalità e trasparenza per ridare vitalità a un sistema ormai al collasso; per cancellare colpe e complicità. Poveri deputati. Non si accorgono che, al punto in cui siamo..

Gerenza

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