Sul fatato mondo di Taormina Arte – il costosissimo carrozzone che prima ha incluso e poi ha escluso l’attore Leo Gullotta da un premio alla carriera – è intervenuto con un post durissimo Totò Rizzo, il giornalista che da oltre cinquant’anni racconta storie, fatti e personaggi della cultura e dello spettacolo. Dopo avere ricordato le parole di Simona Celi Zanetti, direttrice artistica della sezione Teatro – “Ho contattato quasi 100 artisti e, a fronte dei dodici premi previsti, è stato inevitabile compiere una scelta” – Rizzo immagina i possibili colloqui avviati dalla sovrintendente per compilare l’elenco dei dodici artisti ai quali consegnare l’ambito riconoscimento. “Capite come vanno queste cose”, scrive. “Una consulta l’elenco, scrolla la rubrica sullo smartphone, clicca su cento numero e chiede a caso: hai da fare la sera del 3 settembre?”. E se c’è uno che risponde di sì, allora la direttrice modifica la lista e lo invita senza porre altre domande: “Bene, perché avevamo deciso di darti un premio”.

A questo punto Rizzo diventa spietato: “Il fatto è – annota – che Taormina Arte è diventato un baraccone immondo e dozzinale, altro che il festival internazionale di Cinema, Musica e Teatro che fu tra la fine degli anni 70 e per gran parte degli anni 80. Poca roba alla mercé dei governanti locali e nazionali di turno che attraverso i loro uomini e le loro donne smistano il piccolo cabotaggio di raccomandazioni e potere”.

Rizzo conferma indirettamente la tesi portata avanti in questi anni da Buttanissima: Taormina Arte è un feudo clientelare dato in appalto dalla Regione alla corrente turistica di Fratelli d’Italia, il partito che con gli incarichi e gli affidamenti diretti foraggia non solo i propri fedelissimi ma anche il super pagnottista di Palazzo d’Orleans. Una decadenza che, secondo Rizzo, investe anche l’Istituto del Dramma Antico di Siracusa “e dei direttori artistici che si fanno cadere dal ramo (dimettendosi) come le pere dal pero, con una frequenza impressionante”. Anche lì – conclude il giornalista “un baraccone che ha l’aggravante di essere governato da filologi parrucconi e gente che col teatro ha lo stesso rapporto che ho io con la fisica quantistica”.