Sezioni Tematiche

Ma il governatore
s’è logorato da sé

Sostiene Nicola D’Agostino, principe forzista di Catania e Fontanarossa, che il centrodestra crolla in Sicilia perché sono stati commessi “errori clamorosi”. Diagnosi lapalissiana. Ma subito dopo puntualizza: “C’è chi logora il presidente Schifani”. E qui l’analisi si inceppa. Perché Schifani si è logorato da sé. Si è chiuso tra gli ori di Palazzo d’Orleans convinto che, per reggere cinque anni, gli bastasse la protezione di Ignazio La Russa; e ha trattato i deputati di Forza Italia come parenti fastidiosi da tenere alla larga o da murare vivi nel cielo quadrato dell’Ars. L’ha dimostrato con la ricca Sanità, affidata per quattro anni a dei prestanome travestiti da tecnici: al suo segretario particolare, Marcello Caruso, e a due cartonati come la Volo e la Faraoni che, colpiti da cecità politica, non hanno..

Ora pure l’Antimafia
ha la sua First Lady

La buona novella è indirizzata a quei palermitani che si sono vibratamente indignati per Dua Lipa, la star internazionale che per le sue nozze ha occupato il centro storico di questa nostra meravigliosa città. Abbiamo trovato il contrappeso. Nel giorno in cui la cantante infiammava ospiti e follower dalla villa bagherese di Vittoria Alliata, nel cuore di Palermo, esattamente nei giardini del Massimo, andava in scena – con oltre ottanta invitati e una tavolata di prelibatezze – la sesta replica dei festeggiamenti per il matrimonio del presidente dell’Antimafia regionale, Antonello Cracolici, con Roberta De Simone, gentildonna di travolgente energia e svolazzante felicità. Ma qui non c’è motivo di indignazione. Solo gioia, per favore. Perché l’Antimafia, che ha inventato il party della legalità nel giorno di Falcone, ha trovato pure la..

Finalmente c’è
una parola nuova

Anche il rinnovamento è diventata una parola vuota. Gli scandali hanno raso al suolo il vecchio dizionario della politica siciliana. Crolla la liturgia che ha consentito ai partiti di vivacchiare, ai governi di tirare a campare e ai corrotti di rubare. Giaculatorie come verifica o conclave sono diventate inutili. Oggi però è comparsa una parola nuova, capace di riaccendere fiducia e speranza. L’ha tirata fuori – con coraggio, bisogna dirlo – Giorgio Mulè, vice presidente della Camera. Ha detto che per recuperare credibilità ed evitare la disfatta occorre “un’azione immediata di risanamento etico e di rinascimento politico che io per primo voglio condurre mettendomi, come ho già fatto, totalmente a disposizione di Forza Italia e del centrodestra”. C’è un elettorato da curare e una intransigenza da attivare. La parola chiave..

Stravince in Sicilia
il partito dei cecati

Ma qual è il partito, intrepido e invincibile, che avanza in Sicilia? Il partito nuovo è quello de “I cecati d’Italia”, per il quale si staglia al cielo uno stendardo con il simbolo delle tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano. La leadership va assegnata alla moralista Daniela Faraoni, ora disoccupata illustre, che nei due anni in cui ha diretto l’assessorato alla Sanità non si è mai accorta che il Cefpas di Caltanissetta era diventato un merdaio di intrighi e corruzione al servizio dell’onorevole azzurro Riccardo Gallo Afflitto, principe di Agrigento e grande assenteista all’Ars. Il quale, impegnato a sfruttare le cuccagne – alcune addirittura piccanti – che il centro nisseno gli metteva a disposizione, trascurava allegramente i suoi doveri di deputato. C’è voluta la procura per scoperchiare..

La nave degli inquisiti
non incontra ostacoli

Cinema e letteratura ci hanno regalato tanti titoli, belli e fantasiosi. C’è “La Nave dei folli”, celebre romanzo allegorico di Katherine Anne Porter, e c’è pure “La Nave dei dannati”. Noi, in questa sfortunata Sicilia, abbiamo “la Nave degli inquisiti”. Un galeone sul quale galleggiano – spocchiosi e indifferenti – una dozzina di deputati coinvolti in storie di corruzione e malaffare. Potremmo parlare, evocando un altro film famosissimo, di una “sporca dozzina”, ma ci onoriamo di essere garantisti autentici e non ci spingiamo fino a tanto. Il galeone marcia deciso verso la conclusione della legislatura e i dodici naviganti si trastullano tra poppa e prua, ignorando oltre alla questione morale, anche le regole della decenza. Li incoraggia il silenzio dei leader romani, da Meloni a Tajani a Salvini, e li..

L’ultima impostura del
giornalismo d’inchiesta

Ci sono i medici e ci sono i guaritori: i primi studiano, i secondi imbrogliano. Succede anche nel fatato mondo dell’informazione: c’è il giornalismo d’inchiesta serio, coscienzioso, adamantino, che controlla le fonti, che fa i doverosi riscontri ed è talmente onesto che se sbaglia ammette pubblicamente l’errore e chiede pure scusa; e c’è il giornalismo d’inchiesta un po’ peloso e un po’ cialtrone, che cerca lo scoop per moralismo o per convenienza politica ed è fatto in prevalenza da santoni amati e venerati da forcaioli e manettari. Codesti santoni vivono ormai sugli altari e non avvertono più il bisogno di documentarsi. La loro missione è quella di somministrare ogni giorno al popolo dei giustizialisti una robusta dose di scandali e sospetti ad alta gradazione sbalorditiva. Non pagano pegno, non chiedono..

Il delitto Mattarella
e la “Pietà” di Letizia

Sara Prando, lettrice di Repubblica, scrive a Francesco Merlo: “Ho letto con interesse il libro di Giuseppe Sottile Palermo di chitarra e coltello, da lei consigliato tempo fa. Amando molto Letizia Battaglia, mi sembra che la sua ombra e il suo sguardo siano costantemente sullo sfondo: Sottile scrive con le parole ciò che lei aveva immortalato con la macchina fotografica”. Ed ecco la risposta dell’editorialista di Repubblica: “Quella di Peppino Sottile e di Letizia Battaglia è la scuola dell’Ora, che non si limitò a cambiare la verità dell’Italia. Basti come esempio l’immagine di Sergio Mattarella che il 6 gennaio del 1980 cercava di afferrare il corpo del fratello Piersanti per estrarlo dall’auto crivellata di colpi. E’ la foto di Letizia che, forse per prima, elevò il documento all’iconografia della Pietà...

Domenica di giubilo
per i santoni d’Italia

I santi scarseggiano e se non fosse per il fervore di Papa Leone saremmo qui a chiederci: dov’è finita la fede dei cristiani? Dov’è finito il loro impegno politico e sociale? In compenso nascono nuovi santoni. Ieri c’è stata la beatificazione televisiva – quindi urbi et orbi – di Mara Vernier, Santa Patrona di Domenica In e protettrice di chiunque si genufletta ai suoi piedi per adorarla. L’elevazione agli altari è stata officiata dai suoi chierici, Enzo Miccio e Pino Strabioli, devoti e pacchiani oltre i confini della decenza. Ma ieri c’è stata pure la glorificazione palermitana di Roberto Vannacci, il generalissimo sbarcato in Sicilia per gettare nella disperazione i partiti del centrodestra. Mai vista tanta folla all’Astoria Palace. Quanto durerà? Chiedere a Matteo Renzi e a Matteo Salvini, prima..

I guai del centrodestra
non finiscono mai

Non bastavano i guai di Totò Cuffaro e gli scandali dei fratuzzi d’Italia, da Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, a Elvira Amata, inarrestabile assessora al Turismo. Non bastavano i messaggi obliqui rivolti dal Balilla al presidente della Regione, Renato Schifani. E non bastavano neppure i malpancismi di Raffaele Lombardo, sempre più in bilico tra maggioranza e opposizione. All’orizzonte del debole e litigioso centrodestra si intravede un nuovo bouleversment, per dirla alla francese. Lo scompiglio nascosto dietro l’angolo ha il nome di Roberto Vannacci, il generale che vince mentre Salvini perde. L’inquieto leader di una destra estrema – o “al contrario”, come il suo mondo – è sbarcato l’altro ieri a Catania con un solo obiettivo: squinternare prima la Lega, dalla quale è uscito in polemica, e poi la coalizione che ancora..

Il Balilla contro Schifani
Due bancomat in lotta

Soffermatevi, se potere, sull’istantanea – pubblicata qui accanto – che riprende i volti sorridenti di Renato Schifani, Elvira Amata e Gaetano Galvagno. Più che di tre uomini politici si tratta di tre bancomat viventi: il loro mestiere è spartire moneta. Manca, nella foto, il quarto moschettiere dello “spendi & spandi”: quel Manlio Messina che, al tempo del governo Musumeci, ha fatto faville e non solo. Ieri l’ex assessore al Turismo ha ingaggiato un duello col governatore Schifani sui 60 milioni assegnati al Palermo Calcio per lo stadio Barbera. Messina solleva pesanti sospetti sulla procedura adottata dalla Regione e richiama la storiaccia dei 300 mila euro destinati da Palazzo d’Orleans alla società Trapani Calcio che annovera, tra i consulenti, il figlio del presidente. “Scopriremo qualche altro parente?”, si chiede minaccioso. Ormai..

Gerenza

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