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Le tre madamine
delle nostre feste

La prima è una madamina coronata: dove c’è un evento che profuma di Colle, lì spunta lei con la sua immagine di brava giornalista e un vasto repertorio di presentazioni librarie: ieri ha fatto da padrona di casa nella cerimonia con la quale si inaugurava per la seconda volta Castello Utveggio. L’altra madamina è una conduttrice e presentatrice televisiva, puntualmente chiamata sul palco per dare tono alle feste con le quali il potere politico celebra i suoi uomini e la sua casta: mercoledì sera era a piazza del Parlamento per i trent’anni della Federico II. La terza madamina esibisce i galloni dell’antimafia. Il 23 maggio ha commemorato la strage di Capaci e il martirio di Giovanni Falcone con un memorabile brindisi della legalità. Mercoledì sera invece, con un altro brindisi,..

Se una festa cancella
la questione morale

Un vasto popolo di amici e ammanigliati ha reso omaggio l’altra sera al presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno. Il pretesto sono stati i trent’anni della Fondazione Federico II, una istituzione culturale trasformata in un crocevia di scandali non solo da Galvagno ma pure dalla sua ape regina: quella Sabrina De Capitani rinviata a giudizio assieme a lui per corruzione. Alla festa organizzata, senza badare a spese, in piazza del Parlamento ha partecipato tantissima gente: c’era la politica che governa e che comanda, c’erano gli ex presidenti e i partiti di opposizione, e c’era una buona fetta di quell’alta borghesia che da sempre fiancheggia il potere regionale. Ma il protagonista era l’ex golden boy di Fratelli d’Italia per il quale il party aveva anche lo scopo di dimostrare che in Sicilia basta..

L’autocelebrazione
non finisce qui

Col discorso pronunciato martedì all’Ars – un discorso “di ampio respiro”, hanno scritto i trombettieri – il presidente della Regione ha aperto la stagione dell’autocelebrazione: la Sicilia è stata dipinta come una terra redenta e risanata, apprezzata dagli investitori, ricercata dai turisti e da chiunque voglia ritornare qui dopo essere fuggito altrove per lavoro. Per raccontare al mondo i miracoli del suo governo il presidente Schifani ha previsto un evento faraonico: sarà inaugurato per la seconda volta Castello Utveggio. Alla cerimonia, fissata per domani 24 luglio, sarà presente il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. La prima inaugurazione non fu granché. Servì solo per dare la possibilità a un faccendiere, tanto caro a Palazzo d’Orleans, di realizzare due video e di incassare una cifra scandalosa. Ma domani tutto diventerà colossal. Anche..

E poi c’è l’antimafia
che dimentica Giuliano

Ricordate le scintillanti commemorazioni riservate ogni 23 maggio a Giovanni Falcone? E ricordate con quanta passione e quante straripanti polemiche è stato ricordato, domenica 19 luglio, il sacrificio di Paolo Borsellino? Per i due eroi della lotta alla mafia si è mobilitata la presidente del Consiglio e si è precipitato a Palermo lo stato maggiore di Fratelli d’Italia; hanno fatto quadrato le forze dell’ordine e anche i partiti d’opposizione. Ma ieri, appena due giorni dopo, la Palermo dei cortei e delle cerimonie è tornata al silenzio di sempre. Eppure c’era un altro eroe da commemorare: quel Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile, ucciso il 21 luglio del 1979 con un colpo di pistola sparato da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, sanguinario boss dei corleonesi. Lo hanno ricordato in pochi...

Un fratello, una sorella
i padroni dell’antimafia

L’antimafia della sorella è, oltre che cerimoniosa, anche inclusiva. Ha trasformato il Museo del Presente nella casa di Giovanni e in quella casa accoglie tutti: angeli e demoni della politica, anime che vogliono semplicemente onorare il sacrificio di un eroe e anime comunque in cerca di una purificazione. Poi c’è l’antimafia del fratello. E qui il discorso si fa arcigno, fanatico addirittura. Perché il fratello è convinto che la memoria di Paolo sia di sua esclusiva proprietà e che sta solo a lui decidere chi può onorarla e chi no. E’ arrivato al paradosso di accusare di depistaggio la presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, solo perché a San Macuto è stata privilegiata la pista di mafia e appalti e non la pista nera tanto cara ai suoi tre amici..

Colosimo e la sete
di verità sulle stragi

Salvatore Borsellino, stregato dai teoremi costruiti sulla strage di via D’Amelio da tre magistrati in carriera, aveva lanciato il suo anatema. “Alla presidente del Consiglio non posso che lanciare il messaggio di smetterla di dire di ispirarsi alla figura di Paolo Borsellino”, aveva dichiarato l’altro ieri il fratello del giudice ucciso dal tritolo mafioso. Ma Giorgia Meloni francamente se n’è infischiata. E con lei tutto lo stato maggiore di Fratelli d’Italia che in una maratona – “Parliamo di mafia” – avviata a Palermo nel giorno del trentaquattresimo anniversario della strage hanno riconosciuto a Chiara Colosimo, presidente della Commissione antimafia, il merito di avere dato slancio e credibilità alla pista “mafia e appalti” testardamente sottovalutata proprio da quei magistrati politicizzati che il fanatismo di Salvatore Borsellino continua a santificare.

Forza Italia, partito
in comodato d’uso

Se il partito di Forza Italia è ridotto così male – impagliato, frastornato, smarrito – di chi è la colpa? Antonio Tajani per quasi quattro anni l’ha dato in comodato d’uso a Renato Schifani e a Marcello Caruso: un sovrastante e un campiere che hanno fatto solo i propri interessi. Hanno murato vivi i dodici deputati regionali, non hanno aperto una sede nella quale parlare ogni tanto di politica anziché di “spartenza”, hanno occupato tutti i posti di comando e hanno concesso accessibilità a Palazzo d’Orleans solo ai fedelissimi del cerchio magico: cioè a Simona Vicari, meglio conosciuta come la senatrice della porta accanto, e all’Innominato, l’unico consigliori abilitato a sussurrare nell’orecchio del Viceré. Per tutti gli altri, una impietosa e perpetua “damnatio memoriae”. Non sarà facile per il commissario..

La questione morale
e quella sedia vuota

Lunedì scorso Giorgia Meloni è stata molto accorta. La sua visita al Museo del Presente era aperta a tutti i venerati onorevoli di Fratelli d’Italia. Tranne al presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, e all’assessore regionale al Turismo, Elvira Amata, i due patrioti sotto processo per corruzione. La presidente del Consiglio ha voluto evitare ogni accostamento, anche fotografico. Lo stesso schema si ripeterà domenica all’hotel San Paolo, dove i massimi dirigenti del partito – da Arianna Meloni a Galeazzo Bignami, da Giovanni Donzelli a Luca Sbardella – affronteranno la questione mafiosa. Tutti presenti tranne Galvagno che in altri tempi, per il ruolo che ricopre, sarebbe stato seduto in prima fila. E’ la maniera morbida, quasi silente, con la quale lo stato maggiore di FdI affronta la questione morale. Nessuno strappo e nessuna..

Luoghi della memoria
non della purificazione

C’è l’antimafia dei comportamenti e l’antimafia delle cerimonie. I luoghi della memoria sono pilastri di civiltà: ci ricordano uomini e momenti che hanno segnato la nostra storia e che hanno consentito a questo paese di conquistare diritti e libertà. Il Museo del Presente è uno di questi: ci ricorda il sacrificio di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e dei tanti eroi che hanno versato il proprio sangue per affrancarci dalla sudditanza e dalla violenza mafiosa. Ovviamente le porte sono aperte a tutti e tutti sono i bene accetti. Ma sarebbe a dir poco omertoso negare che una certa politica – quella più disinvolta – utilizza questi luoghi come un fiume sacro: ci si immerge e si esce purificati. La commozione può essere pure sincera ma spesso, troppo spesso la liturgia..

Una luce diversa
su Fratelli d’Italia

Un omaggio al sacrificio di Giovanni Falcone e una retata di picciotti di mafia, scattata nella notte allo Zen, hanno compiuto il miracolo. O forse l’ha compiuto Giorgia Meloni che ieri si è commossa davanti a quel che resta della Croma sulla quale il 23 maggio 1992 viaggiava il giudice con la moglie Francesca. La visita della presidente del Consiglio a una Palermo terrorizzata dai kalashnicov è stato un atto di devozione non solo a Falcone ma anche a Paolo Borsellino e a tutte le vittime della mafia. Un gesto forte che ha ribaltato l’immagine di Fratelli d’Italia sfregiata, soprattutto in Sicilia, da scandali e corruzione. Potenza della comunicazione: è bastata un tocco magico di Giorgia Meloni e sul suo partito, sputtanato dalle scempiaggini di Gaetano Galvaglio ed Elvira Amata,..

Gerenza

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