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La difficile rivincita
di Sigfrido Ranucci

Spotlight doveva essere la resurrezione di Report e la rivincita di Sigfrido Ranucci, l’indomito eroe del giornalismo d’inchiesta detronizzato da un complotto dei poteri forti e da un attentato organizzato per amore dal suo fraternissimo amico Valter Lavitola. Ma lunedì sera la trasmissione di Rainews ha attirato appena 82 mila telespettatori con lo 0,5 per cento di share, un dato micro per l’ego macro dell’ex conduttore. Il programma che avrebbe dovuto riportare Ranucci al centro del mondo è durato appena 23 minuti con un solo servizio – piuttosto banale – sul caro affitti in Spagna, ed è andato in onda senza studio né conduttore. Una cosuzza e nulla più. Con l’aggravante che il roboante nome di Sigfrido, vice direttore con delega agli approfondimenti, è stato sbianchettato dai titoli di coda...

Il refugium peccatorum
del super pagnottista

Sputtanati dalle inchieste giudiziarie e respinti dai pochi giornali che sanno ancora distinguere la decenza dalla marchetta, vanno alla ricerca dell’unica testata che li accoglie a braccia aperte. O, meglio, dietro pagamento di un gettone. Il sito che si è trasformato in “refugium peccatorum” è ilSicilia.it del super pagnottista Maurizio Scaglione. Che oggi, manco a dirlo, ospita Elvira Amata, l’assessore regionale al Turismo, sotto processo per corruzione. Una pedina preziosa per il faccendiere perché la Amata controlla gli appalti per la comunicazione della filiera che va da Taormina Arte fino all’Orchestra Sinfonica. L’altro ieri, al posto della Amata, sedeva Raffaele Lombardo, arrivato da Catania per una difesa mediatica del nipote Giuseppe Lombardo, deputato sott’ inchiesta per tangenti. Basta offrirgli una pagnotta e Scaglione rimette i peccati del mondo.

Alla Sicilia è rimasto
un solo leader: Cateno

Ma c’è in Sicilia un leader degno di questo nome? Renato Schifani si affumò. Era arrivato con l’aurea del grande statista e con i drappeggi damascati di ex presidente del Senato, ma è finito in una palude di scandali, accerchiato dall’insofferenza dei suoi compagni di partito, i cosiddetti “murati vivi” dell’Assemblea regionale. Alla resa dei conti, l’unico che cresce politicamente è Cateno De Luca. Ha avuto la benedizione di Giorgia Meloni e ha spiazzato i partiti di sinistra sempre in cerca di un “papa straniero” che li riportasse all’unità. Avrebbe potuto competere con lui Ismaele La Vardera, che ha iniziato il suo percorso proprio con Cateno, ma ha preso la strada corta della denuncia; una strada che magari gli procura visibilità nei programmi televisivi di Massimo Giletti ma che non..

L’assessore Colianni
e l’affarone della diga

"Piovono 700 milioni nelle aree interne", scrivono i trombettieri del Palazzo. Vogliono far credere che nelle desolate campagne dell’Ennese sta per calare una manna dal cielo. Invece si è solo concluso un affare, un grande affare. La Regione ha ceduto la gestione della diga Villarosa alla Edison, un colosso dell’energia. Da qui al 2056 la multinazionale avrà potere assoluto nella raccolta e nello sfruttamento delle acque. Il regista dell’operazione è stato l’assessore Francesco Colianni, uno statista noto solo alla mamma, sul quale tuttavia non può essere sollevato alcun sospetto. La trattativa con Edison si è conclusa senza peccati da retrobottega. Colianni ha un fraternissimo amico – il super pagnottista Maurizio Scaglione – che non solo lo ha introdotto nel fatato mondo della comunicazione, ma esercita anche su di lui un..

Tre grandi partiti
sotto tutela romana

Gentili Signori, scusate la domanda: dov’è finita la democrazia? Con le dimissioni di Antony Barbagallo da segretario regionale, il Pd si avvia verso l’azzeramento degli organi statutari. Le redini del partito passeranno probabilmente nelle mani di un direttorio, ma non è escluso che Elly Schlein possa affidarle a un suo uomo di fiducia. In ogni caso la politica conquisterà un altro primato. Non bastavano gli scandali e i 174 milioni di euro bruciati nella spartenza delle mance. La Sicilia sale sul podio anche per i commissariamenti. I tre principali partiti – Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico – verranno governati, da qui alle prossime elezioni, dagli apparati romani. Luca Sbardella e Nino Minardo già si muovono in base alle direttive che gli arrivano da Giorgia Meloni e da Antonio..

La Dc di Cuffaro?
Tutti sparpagliati

Era il partito che, con Totò Cuffaro, conquistava posti di governo e di sottogoverno. Perché era il pilastro sul quale si reggeva il regno di Renato Schifani. Ma da quando il capo è stato nuovamente intrappolato in una storiaccia giudiziaria, la DC è diventato il partito degli sparpagliati. Chi ancora dispone di una base elettorale trova rifugio altrove. Mauro Pantò, il campione olimpionico del clientelismo, è stato arruolato da Cateno De Luca che, manco a dirlo, ha sorvolato sugli azzardi adottati dall’ex presidente della Sas per rastrellare consensi. Mentre Carlo Auteri, con le bisacce colme di voti raccolti nel Siracusano, s’è lasciato arpionare da Luca Sammartino, il potente cacicco salviniano di Sicilia. Gli altri cuffariani sono su piazza. Bussano alla porta del retrobottega, aspettano una chiamata. Per salvarsi non hanno..

Chi trova un sindaco
trova un tesoro (di voti)

Nino Minardo riunisce i sindaci di Forza Italia e dice che il consenso del partito nasce soprattutto nelle realtà territoriali. Poi c’è Ismaele La Vardera orgoglioso di essere stato un protagonista – con Alessandro Onorato – degli stati generali di Progetto Civico: alla manifestazione di Roma c’erano oltre novecento amministratori, tra sindaci e consiglieri comunali. E ai sindaci d’Italia si appella anche Cateno De Luca che, da sindaco di Taormina, tenta di conquistare Palazzo d’Orleans e diventare il Sindaco di Sicilia: ha promosso una convention di Sud chiama Nord che sarà aperta oggi da Ignazio La Russa e si chiuderà venerdì con l’intervento di Giorgia Meloni. Tutti a caccia dei sindaci. Il potere vero non appartiene più alla politica che parla alla gente tramite i social. Appartiene ai municipi. Dove..

Senza la spartenza
non c’è sopravvivenza

La foto li ritrae attorno a un tavolo, felici e contenti. Reduci da una impresa eroica e straordinaria conclusa felicemente. Anzi, trionfalmente. Sono i leader del centrodestra. C’è Nino Minardo, intrepido commissario di Forza Italia; e in rappresentanza di Cateno De Luca, c’è pure Luca Sbardella, plenipotenziario in Sicilia di Fratelli d’Italia. Ci sono i rappresentanti della Dc cuffariana e della Lega salviniana, più tre comparse non meglio identificate. Lo scopo della riunione non era la questione morale, così impellente soprattutto alla luce dell’ultimo tentennio di manette. E nemmeno la crisi della sanità o delle autostrade che cadono a pezzi. Il vertice è stato convocato per dire ai siciliani che il centrodestra, con le mance, ha ritrovato la sua compattezza. E per ricordare a Renato Schifani che senza spartenza non..

L’ultimo assalto
dei predatori

Doveva essere la legislatura guidata non da un parlamentare qualunque ma da uno statista reduce dalla presidenza del Senato. Doveva essere la legislatura della volta buona, senza il marciume degli intrighi e del malaffare. Sono stati invece quattro anni vissuti pericolosamente. Anzi, maledettamente. Sputtanati dagli scandali, dalla corruzione, dagli sprechi, dal pagnottismo, dalle ruberie. E, per finire, da uno scempio malandrino del denaro pubblico. Con un governatore che brucia 174 milioni di euro per comprarsi il consenso dei deputati della maggioranza che a loro volta utilizzeranno circa due milioni a testa per accaparrarsi il consenso dei sindaci dei loro collegi elettorali i quali, tanto per chiudere il cerchio, li spenderanno per comprarsi la benevolenza degli utilizzatori finali, parroci e sacrestani. No, questi non sono partiti politici. Sono predatori.

I pilastri di Schifani?
Due paste frolle

Da un lato c’era l’Innominato, avido e spocchioso. Dall’altro lato c’era Simona Vicari, meglio conosciuta come la senatrice della porta accanto. Sono stati per quattro anni i pilastri sui quali Renato Schifani ha costruito il suo regno. Due pilastri di pasta frolla, a giudicare dai risultati. L’Innominato, affamato di piccioli, è rimasto intrappolato in un’inchiesta per corruzione e rischia di finire all’Ucciardone. Mentre Simona Vicari ha combinato un guaio con l’ospedale Giglio di Cefalù, creando un ulteriore imbarazzo al governatore. La senatrice si era dimessa dal consiglio di amministrazione con la certezza di conquistare subito dopo la presidenza e restare in sella per altri tre anni. Ma al Giglio ha già fatto due stagioni e la legge non prevede il terzo mandato. L’ingordigia da sottogoverno le ha giocato un brutto..

Gerenza

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