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La Taobuk dei poveri
a Villa Filippina

E’ stata la Taobuk dei poveri: con lo stesso circoletto, le stesse madamine, con le scrittrici e gli scrittori di sempre. Artisti e intellettuali hanno animato per tre giorni Villa Filippina oltre che per un omaggio al vasto mondo della cultura anche per un ossequio al rito di premiarsi a vicenda, di festeggiarsi, di trovare spazio sui giornali, di dare visibilità alla politica che ha contribuito alla riuscita di Logos. Per carità, nessuno pretende che un festival, celebrato a Palermo, debba cedere al piagnisteo politico o sociale; nessuno può chiedere all’intellighenzia di affrontare temi dolorosi come le periferie, la droga, la violenza, i kalashnikov. Ma non si può neppure accettare l’idea che una rassegna culturale, partita con grandi ambizioni, si riduca al solito giro di libri, con l’appendice di poche..

Tony Tajani, detto
l’imbalsamatore

Carmelo Caruso, urticante cronista politico del Foglio, lo chiama Tony Saint Laurent per via di quel discorso terragno sulla lunghezza delle gonne. Ma Antonio Tajani non molla. Sarà la paura di Vannacci che gli rosicchia ogni giorno fette di elettorato, sarà l’abitudine “al comodo navigar nel banal grande delle opinioni”, sta di fatto che il segretario di Forza Italia predica il contrario di ciò che pensava e teorizzava Silvio Berlusconi. Mentre Cav. era liberale e libertario, lui esorta i giudici a usare di più le manette e a calpestare lo stato di diritto: “colpirne uno per educarne cento”, ha sbroccato. Mentre il Cav. rinnovava – certo, a modo suo – la politica, lui è per la mummificazione dei dirigenti. In Sicilia, ad esempio, ignora i giovani e sostiene il “quadrilatero..

Dove vanno le donne
respinte dalla politica

Ma dove erano l’altro ieri le coraggiose donne siciliane, quelle dei diritti civili, della società civile, dell’impegno civile? Probabilmente ad applaudire, tra Palermo e Monreale, il fascino patriarcale di Sigfrido Ranucci, l’eroe di Report che in un libro ha descritto la sua capacità di sedurre le stagiste che spasimavano per diventare giornaliste d’inchiesta. Certamente non c’era traccia di donne e, tanto meno, di orgoglio femminile ai tavoli dove – in contemporanea – si sono tenuti i vertici del campo largo e dell’alleanza di centrodestra per decidere le sorti della Regione. Attorno al forzista Minardo altri nove leader, chiamiamoli così, e nessuna donna. Mentre al summit dei progressisti si contavano tredici segretari e una sola donna. In Sicilia non c’è spazio per la questione femminile. In compenso ci fa ridere Tony..

Chi incarna il ruolo
di Totò Cuffaro

Non gli manca la simpatia né la furbizia. Sa come spiazzare gli avversari e, soprattutto, non si risparmia: nell’autunno del 2022 si è proposto come contraltare a Renato Schifani e ha sfiorato per poco la conquista di Palazzo d’Orleans. Ora Cateno De Luca ci riprova e intanto progetta alleanze sia a destra che a sinistra. Miriam Di Peri, su Repubblica, ha scritto che fa venire il torcicollo. Ed è vero. Ma è pure vero che, con la scusa di liberare la Sicilia dal malaffare, ha trasformato il suo partito in un “refugium peccatorum”. Imbarca i campioni del clientelismo e tratta con gli inquisiti per corruzione. Gli zii di Sicilia – i quattro vegliardi che controllano il centrodestra – lo corteggiano con ogni mezzo e il matrimonio quasi certamente si farà...

Non solo le mance
L’altra “spartenza”

La campagna elettorale è già entrata nella fase calda e i partiti dell’Ars sono molto impegnati nella spartenza dei piccioli da destinare ai propri collegi. Ma il Grande Gioco per la conquista – o la riconquista – del potere non si ferma alle mance messe in palio dal governo Schifani. Si svolge anche nei retrobottega dei palazzi dove i colossi dell’industria e dell’economia si incontrano con la politica per stringere accordi, per tracciare destini, per concludere affari. Il nome che in questi giorni raccoglie i sussurri più ovattati è Webuild. Riuscirà il gigantesco gruppo dell’ingegnere Pietro Salini a strappare le autostrade che collegano Palermo, Catania e Messina allo scalcagnato, opaco e scandaloso Consorzio siciliano? Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, con il suo ultimatum ha già messo con le spalle..

Il Cas dei disastri
salvato da Webuild

C’è un gigante delle costruzioni che in Sicilia vanta appalti e lavori in corso per sette miliardi di euro. E’ il gruppo Webuild dell’ingegnere Pietro Salini. Ovunque ti giri incontri cantieri col suo marchio: sui raddoppi ferroviari, sull’autostrada in programma fra Ragusa e Catania, fino al colossale progetto del Ponte sullo Stretto. Per avere il totale controllo sulle infrastrutture siciliane a Webuild manca la rete autostradale che collega Palermo, Catania e Messina. Ma qualcosa si muove. Salvini ha lanciato un ultimatum al Cas, il consorzio che gestisce gallerie e viadotti pericolanti: o riportate il traffico agli standard di sicurezza o si chiude. Chi può escludere che il ministro leghista non abbia in mente di cedere le disastrate arterie a Salini? La Regione si leverebbe dagli impicci e Webuild si godrebbe..

Se la pagnotta
vien dal mare

Credevamo che questa misera Siciliuzza avesse il pagnottista più sbracato d’Italia: quel Maurizio Scaglione che rastrella affidamenti diretti a Palazzo d’Orleans, all’assessorato dell’Energia, nelle stanze opache del Cas e nei carrozzoni che ricadono sotto l’ala scialacquona dell’assessorato al Turismo. Scopriamo invece che c’è un pagnottismo ben più grande che fa capo a Nicola Porro, il volto meloniano di Rete4, che seguendo lo stesso metodo del faccendiere siciliano – usare il mestiere di giornalista per concludere affari privati – ha fatturato nel 2025 tre milioni di euro. Ma per un sortilegio i due si ritrovano insieme nell’Ente Porto governato dalla leghista Annalisa Tardino. Qui si dispensano pagnotte per Scaglione, per Porro, per RaiCom, per AdnKronos, per Il Secolo XIX, per Star Comunicazione. Qui c’è un’allegra babilonia di marchette, favori e clientele.

L’intrepido eroe
e la femme fatale

Lentamente, inesorabilmente il Nostro Eroe – quello con la schiena dritta e un’amicizia molto claudicante – è passato dal melodramma alla commedia, dalla commedia all’avanspettacolo e dall’avanspettacolo alla macchietta. Lui fa finta di niente e gira per piazze e teatri predicando la geremiade del giornalismo d’inchiesta sotto assedio e della libertà di stampa sotto minaccia di un potere feroce e spregiudicato, melonista e complottista. Ma chi gli crede più? I suoi pretoriani lo hanno mollato, il popolo dei followers si va assottigliando. Come punto fermo non gli resta che Maria Rosaria Boccia. La quale – ricordiamolo – fu la femme fatale del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e ora cavalca in un libro quel che resta del Nostro Eroe. Lo fa con sottintesi e messaggi obliqui, con illazioni e ammiccamenti...

Il Cas degli scandali
vanta solidi protettori

Squarciare il velo che appanna le nefandezze del Consorzio delle Autostrade, il famigerato Cas, poteva essere la madre di tutte inchieste. Ma l’inutile Antimafia regionale ha bucato pure questa occasione. Di conseguenza restano sepolti dall’omertà appalti e affidamenti diretti, consulenze e incarichi scandalosi, pagnottismi e contiguità mafiose. Mentre salta agli occhi la condizione disastrosa di viadotti e gallerie, la pericolosità del fondo stradale, la lunga sfilza di deviazioni e interruzioni, le sbarre che non si aprono ai caselli. Un incubo che dura da venticinque anni e che è diventato insopportabile persino allo sguardo di Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, per il quale o le autostrade siciliane riacquistano uno standard di decenza o sarà necessario chiuderle. Ma prima della Palermo-Messina o della Catania–Messina bisognerebbe forse chiudere il Cas.

E la Commissione
s’è salvata la faccia

Meno male che c’è Mauro Pantò, il presidente cuffariano della Sas che occupa un posto di tutto riguardo tra gli amministratori più sputtanati d’Italia. Quando Pantò devastava il carrozzone di sottogoverno che gli era stato assegnato, nessuno dei mille ispettori che piritolleggiano nei piani alti della Regione aveva avuto il coraggio di disarcionarlo. Ma nel momento in cui ha deciso di tagliare la corda per sottrarsi all’indignazione dell’opinione pubblica, il campione di tutti i clientelismi è stato arruolato come portatore di voti da Cateno De Luca ed è stato scelto dalla Commissione Antimafia come il simbolo di tutte le nefandezze. Di fatto ha consentito all’Antimafia di Antonello Cracolici – che non ha mai sfiorato pagnottisti, faccendieri, mediatori, consulenti e tutta la piragneria che rastrella piccioli negli assessorati – di salvare..

Gerenza

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