Scandali e malgoverno
Gli impresentabili di FdI

O si perdono sulla via degli scandali o si smarriscono nei labirinti del malgoverno. E’ il destino dei meloniani di Sicilia. Sulla via del malaffare si sono già persi il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, e l’assessore al Turismo, Elvira Amata, impelagati in due inchieste giudiziarie. Poi ci sono quelli che non sono stati sfiorati da un avviso di garanzia ma che non brillano certamente per la limpidezza delle loro scelte politiche. In questa terra di mezzo svetta Manlio Messina, responsabile della dissennata gestione di Cannes e di SeeSicily, due pozzi neri della spesa pubblica. Ma non scherza nemmeno Giusy Savarino che voleva liberare la spiaggia di Mondello dalla mafia ma si è smarrita in un ginepraio dal quale non riesce più a tirarsi fuori. Ci riflettano Arianna Meloni e Giovanni..

Per Tajani il mondo
è dei voltagabbana

"Il mondo è degli sconosciuti": Sellerio titolava così, anni fa, un librettino ironico di Salvo Licata. In Forza Italia invece il mondo è dei voltagabbana. Sono loro i politicanti inseguiti e coccolati da Antonio Tajani, un segretario il cui unico obiettivo è quello di galleggiare malgrado il malpancismo di Marina e Pier Silvio Berlusconi. La nomina di Nino Minardo a commissario regionale è l’ultimo esempio. Il deputato ragusano era di Forza Italia, poi è passato con la Lega ed è appena tornato in Forza Italia. Non a caso il primo che gli ha cantato un trionfale inno di benvenuto è stato Edy Tamajo, altro campione del trasformismo. Ora si aspettano solo gli applausi di Caterina Chinnici, l’ex del Pd beneficiata da Tajani che, dopo avere conquistato il seggio a Bruxelles..

Quei patrioti di Sicilia
sputtanati e prepotenti

Fratelli d’Italia ha alla Regione la classe dirigente più screditata e più sputtanata. Il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, è inquisito per corruzione. L’assessore al Turismo, Elvira Amata, è stata appena rinviata a giudizio per un opaco traccheggio di piccioli con la sua amica Marcella Cannariato. E, come se non bastasse, ai margini del partito si agita, con messaggi obliqui, quel Manlio Messina che da capo della corrente turistica ha bruciato montagne di denaro pubblico e ora minaccia chissà quali rivelazioni per vendicarsi del fatto che Giorgia Meloni ha deciso di mollarlo. Più che un partito sembra un clan. Eppure, malgrado il marciume che affiora dalle inchieste giudiziarie, l’allegra compagnia dei patrioti riesce a imporre a Palazzo d’Orleans i propri uomini e i propri diktat. Schifani, che non ha più Forza..

E arrivò alla Sanità
l’uomo dei miracoli

E’ veramente difficile capire in virtù di quali meriti Alessandro Aricò potrà finire sui libri di storia. Un’ipotesi potrebbe essere quella del ponte di Blufi, un’opera necessaria per ripristinare il collegamento tra un vasto comprensorio delle Madonie e l’autostrada che unisce Palermo con Catania. In quattro anni l’assessore Aricò, titolare delle infrastrutture regionali, non è riuscito a completare una campata di quindici metri. Ma nel suo medagliere c’è un altro merito: quello di avere autorizzato il Consorzio delle autostrade – il famigerato Cas – a foraggiare oltre ogni limite e decenza il faccendiere Maurizio Scaglione, meglio noto come il super pagnottista di Palazzo d’Orleans. Bene. Questo augusto uomo politico ora è in corsa per prendere in mano e rimettere in sesto l’assessorato più difficile e più devastato della Regione: quello..

E i controllori? Tutti
girati dall’altra parte

Scandali, sprechi e spese pazze non hanno più barriere. Clientelismo e pagnottismo bruciano ogni anno, senza pudore, milioni e milioni di euro. La magistratura penale fa del suo meglio e, quasi ogni giorno, scopre abusi e nefandezze. Ma dove sono i controlli preventivi? E dov’è la tanto decantata Corte dei Conti, quella magistratura che dovrebbe garantire una gestione decente del denaro pubblico? Prendiamo l’allegra finanza dell’Assemblea regionale. I rendiconti ci dicono che l’ingordo presidente, Gaetano Galvagno, ha concesso in tre anni 2700 contributi a enti e associazioni, per una spesa complessiva di quasi otto milioni di euro. Nessuno – né i membri del consiglio di presidenza, né la segreteria generale, né la magistratura contabile – ha mai alzato il ditino per dire all’ex golden boy di Fratelli d’Italia di darsi..

La frana di Niscemi?
Non è mai esistita

Nello Musumeci, che è stato presidente della Regione e ora è ministro della Protezione civile, non ha dubbi: “Sono assolutamente sereno, schiena dritta e testa alta”. Renato Schifani, dal 2022 al vertice di Palazzo d’Orleans, si tira subito fuori: “Affronto questa situazione con tranquillità, consapevole di avere sempre operato con correttezza”. Rosario Crocetta, governatore dal 2012 al 2027, cade addirittura dalle nuvole: “Nessuno mi informò. Né io né il mio staff ricevemmo lettere o segnalazioni di rischi”. Sulla stessa linea il suo predecessore, Raffaele Lombardo: “Ripongo la doverosa fiducia nell’operato degli inquirenti e auspico che a breve sia chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti”. Forse la frana di Niscemi non c’è mai stata. L’ha inventata un complotto di magistrati e giornalisti ossessionati dalla voglia di infangare il buon nome..

Marcia e retromarcia
del “balilla” Messina

Aveva annunciato sconquassi. Aveva minacciato di “aprire il telefono e far capire cosa muove me e cosa invece muove chi gestisce il partito di Fratelli d’Italia”. Ma alla fine Manlio Messina – l’ex vice capogruppo della Camera, silurato da via della Scrofa – ci ha ripensato: ha rinunciato alla conferenza stampa ed è tornato, moscio moscio, nella tana delle nostalgie e dei risentimenti. Ha solo fatto “a’ mossa”, per dirla col linguaggio dell’avanspettacolo. Oppure – se vogliamo richiamare il linguaggio di ben altri ambienti – si è limitato alla “toccatina di polso”: ha lanciato un avvertimento e quando ha capito che il messaggio era arrivato lì dove doveva arrivare, si è ritirato in buon ordine. Intrighi, complicità e finanziamenti della patriottica corrente turistica – nella quale Messina ha avuto un..

Ma lo spirito del tempo
non incoraggia un bis

Svecchiare. E’ la parola d’ordine con la quale Marina e Pier Silvio Berlusconi sono entrati nelle dinamiche interne di Forza Italia, partito fondato e finanziato dal padre. A loro avviso Antonio Tajani – che è il segretario e anche il vice premier – ha già un’immagine appesantita: è subalterno a Giorgia Meloni, si è creato un cerchio magico di parenti e amici, ha commesso non pochi errori nella fase cruciale del referendum sulla giustizia. Se questi sono gli umori a livello nazionale, immaginate cosa potrà succedere in Sicilia dove Forza Italia più che un partito è una finzione: è finto il coordinatore regionale, è inesistente il gruppo all’Assemblea regionale ed è vecchia, oltre che logorata dagli scandali, la delegazione di governo. Schifani si propone per un bis a Palazzo d’Orleans...

Quei denari bruciati
dal falò delle vanità

Altro che orchestrina sul Titanic. Il falò della vanità ha deciso di bruciare altri quattro milioni di euro. Il presidente della Regione, Renato Schifani, su proposta dell’assessore al Turismo, Elvira Amata, inquisita per corruzione, ha stanziato una cifra così elevata per portare la Sicilia sul piccolo schermo della Rai. Programmi di grido – come quelli che festeggiano l’arrivo del nuovo anno o come Ballando con le Stelle – manderanno in onda, da qui al 2029, spot costruiti per reclamizzare le bellezze, le tradizioni e i tesori dell’Isola. Ovviamente con Schifani e la Amata seduti in prima fila. Dicono che il colossale “spendi & spandi” è stato deliberato per valorizzare e rilanciare il turismo. In realtà il fine ultimo è quello di dare visibilità a una politica mortizza, inconcludente e senza..

Chi ha interesse
a mascariare Mulè

Nei torbidi mari della giustizia galleggia una invisibile nave dei veleni. Contiene i verbali sottoscritti da boss, delinquenti, spesso anche assassini che, per evitare il carcere duro, hanno deciso di collaborare con i magistrati. Ai quali hanno raccontato cose vere e cose verosimili, storie penalmente rilevanti e storie inventate. Da quando il No ha vinto il referendum una manina manona pesca dentro quella nave e tira fuori con insistenza il nome di Giorgio Mulè, vice presidente della Camera, per fargli pagare il conto del suo schieramento per il Sì. L’ultima goccia di veleno – la millanteria di un malacarne – era in un verbale del 2021. I magistrati non l’avevano nemmeno presa in considerazione. Ma la manina manona sapeva dove trovarla e l’ha consegnata ai giornalucci della confraternita col mandato..

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