Il lavoro resta altrove. Ma il conto lo paga la Sicilia.

Basterebbe questo per raccontare il South Working, l’ultima trovata del governo Schifani spacciata per grande rivoluzione occupazionale. Cinquantaquattro milioni di euro, in tre anni, per convincere le aziende a far lavorare da remoto i propri dipendenti. Ma non per aprire sedi in Sicilia, né per creare poli di ricerca, laboratori, filiere industriali o imprese innovative. Solo per lasciare che il lavoratore siciliano accenda il computer da Palermo, Catania o Messina, mentre il lavoro vero, la carriera e il valore aggiunto continuano a stare da un’altra parte.

È questa la rivoluzione?

La piattaforma Irfis è attiva dal 30 giugno. Il contributo è di 30 mila euro per ogni lavoratore, erogato al datore di lavoro in cinque quote annuali da 6 mila euro. Il rapporto deve essere a tempo indeterminato, nuovo o trasformato, e la prestazione svolta prevalentemente in smart working, con una presenza in sede non superiore al 20 per cento dei giorni lavorativi annui. Il lavoratore deve essere residente nell’Isola e l’accordo deve durare almeno cinque anni.

Schifani l’ha presentata come un investimento “concreto sul futuro della Sicilia”. Addirittura, secondo il presidente, il South Working sarebbe uno strumento per rendere l’Isola “sempre più competitiva, innovativa e con un’economia forte e performante”. Parole grosse. Talmente grosse da non stare dentro la misura che dovrebbero descrivere.

Il lavoro agile esiste, è utile, migliora la qualità della vita, consente a tanti giovani di tornare vicino alle famiglie, di non essere costretti a vivere in una stanza a Milano con metà stipendio bruciato nell’affitto. Nessuno lo nega. Ma trasformare questa possibilità individuale in una politica industriale regionale è un salto logico che solo la propaganda può permettersi.

L’Inchiesta l’ha definita con una formula perfetta: “restanza assistita”. Ed è difficile trovare un’espressione più precisa. Perché qui non si finanzia la crescita della Sicilia. Ma la permanenza fisica dei siciliani. I cervelli possono continuare a lavorare per le città del Nord Italia o addirittura dell’estero. Purché il corpo resti nell’Isola. Purché il dipendente faccia la spesa sotto casa, paghi l’affitto o il mutuo qui, consumi qui, magari voti pure. Ma la catena del valore resta altrove.

Per decenni si è discusso di come portare lavoro al Sud: infrastrutture, industrie, università competitive, fiscalità di vantaggio, ricerca, porti, zone economiche speciali, costo dell’insularità. Adesso l’ambizione si è rimpicciolita fino a diventare questa: pagare le aziende perché consentano ai siciliani di lavorare da casa. L’obiettivo non è creare occupazione, ma rendere meno dolorosa l’emigrazione. O meglio: inventare un’emigrazione al contrario, in cui si torna fisicamente senza che torni davvero il lavoro.

Il paradosso è gigantesco. La Regione mette soldi pubblici per incentivare imprese che possono avere unità produttive nell’Unione europea o persino in Stati extra Ue, come prevede l’avviso. Dunque, il denaro dei siciliani può servire a sostenere aziende il cui baricentro economico non è in Sicilia e non ha alcuna intenzione di diventarlo. Più che sviluppo, somiglia a un rimborso spese esistenziale? Il classico pannicello caldo su una ferita che continua a sanguinare. E il sangue, in Sicilia, sono i giovani che se ne vanno.

La ferita è stata misurata qualche giorno fa anche dalla Cgil, su dati Istat: tra il 2019 e il 2026 l’Isola ha perso 96.328 residenti tra i 18 e i 35 anni, quasi il dieci per cento della propria popolazione giovanile. In termini assoluti, Palermo, Catania e Messina hanno lasciato per strada oltre 61 mila giovani; in percentuale, il crollo più pesante riguarda le aree interne, con Enna e Caltanissetta in testa. Il segretario Alfio Mannino l’ha chiamata “emorragia delle forze più fresche della società siciliana”. Ed è dentro questa emorragia che il South Working va letto…

Schifani, commentando l’ultimo rapporto di Bankitalia, ha rivendicato una crescita dell’occupazione dello 0,9 per cento nel 2025 e un aumento dell’11 per cento tra il 2021 e il 2025. Ma nello stesso ragionamento ha dovuto ammettere il problema dell’emigrazione dei giovani più preparati, infilando il South Working fra le misure “innovative” per trattenerli. Ecco il punto: se i giovani più preparati se ne vanno, davvero il problema è che mancava un incentivo al datore di lavoro per lasciarli davanti a un portatile in Sicilia? O forse se ne vanno perché non trovano contesti professionali, stipendi, servizi, università, relazioni, opportunità e carriere all’altezza delle loro competenze?

La Regione risponde alla fuga dei giovani con una soluzione da amministratore di condominio: basta che risultino residenti. Ma una regione si salva se produce lavoro, conoscenza, impresa, qualità urbana, servizi, mobilità, scuola, sanità, cultura, futuro. Si salva se un giovane laureato non deve scegliere tra restare frustrato o partire per crescere. Si salva se un’impresa innovativa può nascere a Catania, a Palermo, a Ragusa o a Trapani senza sentirsi eroica.

Invece il South Working rischia di diventare l’orpello perfetto di un governo inconcludente: una misura presentabile, moderna nel linguaggio, rassicurante nelle intenzioni. Tutte parole che funzionano benissimo finché non si scava un po’. Schifani la chiama “economia forte e performante”. Sembra piuttosto una Sicilia trasformata in dependance residenziale del lavoro prodotto altrove. Una regione bellissima in cui vivere, magari con una buona connessione, ma scollegata dai luoghi dove si decide, si investe, si innova e si cresce.

Il South Working potrà anche aiutare singole famiglie. Potrà convincere qualcuno a tornare. Potrà ripopolare qualche casa rimasta vuota. Può migliorare la vita di alcuni ma, nello stesso tempo, certificare il fallimento di un’intera idea di sviluppo.