Dice Schifani al “Corriere della Sera” che l’autonomia non va cancellata ma esercitata meglio. Perché non si deve “cancellare il diritto dei siciliani a governare la propria terra”. Questa valutazione sembrerebbe del tutto corretta e sensata. Non fosse che più che il diritto a governarsi da soli, i siciliani avrebbero diritto a vedersi governare bene.
E se questo non accade è del tutto ovvio che si corra verso il rigetto di una condizione pubblica che non vede crescere fiducia e sviluppo. Cioè verso il rimpianto dei prefetti che pure furono considerati superati in quanto espressione dello Stato centralizzato.
E poi, tentare di governare meglio dopo tanti anni di declino implica uno sforzo che non sembra alla portata dell’attuale classe dirigente. Che però è al momento l’unica di cui disponiamo. Da qui la richiesta di Buttafuoco di cambiare i protagonisti, consapevole che questo è solo un inizio e la scommessa più ardua è proprio quella di dare ai siciliani un buon governo che non hanno mai avuto.
Né lo stato napoleonico né quello sturziano hanno infatti funzionato a dovere, secondo le promesse e le indicazioni costituzionali. Anche se gli ultimi ottant’anni anni sono stati segnati da una crescita imponente, da un miglioramento radicale delle condizioni della grande massa della popolazione e da una pace preziosa. Tanto più oggi che, sul piano internazionale, soffiano venti di guerra e di sprezzo per la diplomazia e la convivenza pacifica.
Ma torniamo al punto. Se si chiedesse oggi in modo serio ai siciliani i se si sentano ben governati, la risposta sfiorerebbe la quasi totalità di un giudizio negativo o perplesso. Così pare a noi anche se non disponiamo di un sondaggio di questo genere. E sappiamo quanto le risposte siano influenzate dalla posizione politica di ciascuno.
Se è vero che perfino la percezione dell’inflazione, varia a seconda del voto di chi risponde. Con una netta maggioranza negativa da parte di chi sta all’opposizione e un minore scontento di chi è vicino alle forze di governo.
La verità è che nella materia del governare contano le impressioni. Ma anche i fatti. E i fatti non sono benevoli nei confronti dell’autonomia speciale. Che è lenta, appesantita da burocratismo e incertezze decisionali, poco abile nello sfruttare finanziamenti esterni e debolissima nella gestione di materie cruciali come la sanità. Poco attenta alla necessaria prevenzione in tutti i campi, dalle opere d’arte alle infrastrutture come ha detto Mulè.
Ecco spiegato perché Buttafuoco ed anche chi scrive, pensano che si debba andare ad un forte cambiamento. Certo di personale politico ma soprattutto di valori praticati e di effettività amministrativa. Con maggiore efficienza, più attenzione ai beni pubblici, più rispetto per il bene comune. Come segnalato in modo drammatico da episodi come la crisi dell’Etna, il furto di Antonello al museo regionale di Messina e la frana di Niscemi.
Naturalmente non basta appellarsi al buon senso né aspettarsi il buon governo dalla benevolenza di chi comanda provvisoriamente e spesso precariamente. Occorre che certi desideri vengano mantenuti e resi forti da una partecipazione politica che è venuta spegnendosi. Sostituita parzialmente da un diffuso cinismo e da una individualistica e indifferente ricerca del tornaconto personale.
Verso un triste declino che rende sempre più difficile l’avvio di una nuova fase. Indispensabile per ridare smalto e vigore alla legittima pretesa, di decidere da sé del proprio destino. Compresa la scoperta tragica che l’autonomia non include di necessità il buon governo. Cosa su cui anche Schifani sembra d’accordo.
Si può ancora sperare che su questo tema ci sia convergenza tra forze politiche e non insipida polemica? Per provare a ridare senso e vigore alla grande aspettativa che il governo autonomistico portasse con sé anche un governo migliore per i cittadini.


