C’è un vecchio detto che dice che i parenti non si scelgono, gli amici sì. È una frase semplice, quasi banale, ma in questi giorni mi è tornata in mente leggendo paginate intere dedicate alle compagnie di Sigfrido Ranucci. Valter Lavitola. Maria Rosaria Boccia. Valentina Pelliccia. Nomi che, messi uno accanto all’altro, sembrano già il titolo di una puntata di Report. Sapete una cosa? A me interessa poco. Non mi interessa sapere se Lavitola fosse un amico fraterno o un semplice conoscente. Non mi interessa capire quale fosse il rapporto con Maria Rosaria Boccia o con Valentina Pelliccia. Ci parlava, ci usciva, ci andava a teatro? Sono cavoli di Ranucci. Non sono un moralista e non intendo diventarlo oggi. Ognuno è libero di frequentare chi vuole. Io per primo.
Gli amici non si scelgono con il certificato penale in mano. E un giornalista, più di ogni altro, spesso è costretto a frequentare persone che la maggior parte della gente cambierebbe marciapiede pur di evitare. Anch’io, in quasi quarant’anni di cronaca, ho incontrato mafiosi, faccendieri, truffatori, donne finite al centro di scandali, politici inquisiti, personaggi opachi. Ci ho parlato, ci ho preso un caffè, qualche volta ci sono andato a pranzo. L’ho fatto perché erano fonti. Da loro speravo di ottenere una notizia, un documento, una confessione, un nome, una pista da verificare. È questo il nostro mestiere, è questa la nostra passione: sapere qualcosa che altri non sanno.
Le fonti non si scelgono per simpatia ma per quello che sanno. Per questo continuo a dire che le frequentazioni di Sigfrido Ranucci non mi scandalizzano. Mi scandalizzerebbe il contrario. Il problema nasce quando il rapporto si capovolge. Quando non sei più tu a raccogliere informazioni dalla fonte. Ma è la fonte a raccogliere informazioni da te. È questo il passaggio che, da cronista, mi colpisce. Perché se le ricostruzioni di questi giorni sono corrette, Valentina Pelliccia (una chiacchieratissima influencer che colleziona foto e amicizie con ministri importanti) non stava consegnando notizie a Ranucci. Era Ranucci a consegnare a lei giudizi sulla propria azienda, valutazioni pesantissime, riflessioni che un vicedirettore della Rai dovrebbe custodire con ben altra prudenza. Qui il giornalista smette di interrogare la fonte e diventa lui stesso la fonte. Ed è un ribaltamento che dovrebbe far riflettere chiunque faccia questo mestiere.
Ma, a dirla tutta, nemmeno questo è il punto che più mi colpisce. La Verità, il quotidiano di Belpietro che ha pubblicato l’audio tra i due, ha fatto il suo mestiere. Quello che continua a sorprendermi è la doppia morale. Per anni Report ha costruito inchieste partendo da fotografie, telefonate, cene, strette di mano, amicizie, rapporti personali. Mai per dimostrare automaticamente un reato. Sarebbe ingiusto dirlo. Ma certamente per suggerire un contesto, lasciare una domanda sospesa, accompagnare il telespettatore verso un dubbio. È sempre stato il marchio di fabbrica della trasmissione. Ricostruire reti di relazioni. Seguire i fili. Lasciare che siano le frequentazioni a raccontare qualcosa. Benissimo. Ma allora quel metodo deve valere sempre. Perché se una cena racconta qualcosa quando riguarda un politico, un magistrato o un imprenditore, racconta qualcosa anche quando riguarda un giornalista. Se invece improvvisamente le frequentazioni diventano un fatto rigorosamente privato solo perché appartengono al conduttore di Report, allora non siamo più davanti al garantismo. Siamo davanti al garantismo selettivo, che è il peggior nemico del garantismo, quello che smette di essere un principio e diventa convenienza.
Forse questa storia mi tocca anche per una ragione personale.
Molti anni fa, quando lavoravo già in Rai, Report mandò in onda un servizio di un certo Paolo Mondani su Antonello Montante, allora presidente di Confindustria Sicilia, uomo rispettato che aveva fatto della legalità la sua bandiera, poi travolto da un’inchiesta per mafia che ne avrebbe completamente riscritto la biografia pubblica. In quel servizio, tra i tanti personaggi che lo avevano frequentato, compariva anche mio padre, che vive in Sicilia e, come me, fa il giornalista. Aveva conosciuto Montante come tanti altri cronisti. Lo aveva intervistato, lo aveva frequentato, ne aveva raccolto le confidenze. Forse lo aveva visto anche a cena, esattamente come Ranucci con Lavitola. Lo usava per avere notizie. Eppure il telespettatore veniva accompagnato verso una suggestione. Non c’era un’accusa. Non c’era un reato. Non c’era un fatto specifico. Ma rimaneva nell’aria quell’idea “sottile” che, se frequenti Montante, allora forse qualcosa di quel mondo appartiene anche a te. Era una suggestione. E le suggestioni sono pericolose. Perché non si possono smentire. Non sono fatti. Sono ombre. La cosa che mi colpì di più fu un’altra. Ranucci, col quale all’epoca c’erano rapporti di simpatia e di buon vicinato, non mi disse nulla prima di mandare in onda il servizio (in fondo lavoravamo sulla stessa rete, Rai 3). Fece in modo che il fango schizzasse addosso a mio padre a freddo, senza che gli venisse data neanche la possibilità di spiegare o di raccontare che aveva conosciuto Montante esattamente come fanno centinaia di giornalisti con i protagonisti della vita pubblica siciliana. Nessun diritto di replica. Nessuna contestualizzazione. Solo il dubbio lasciato galleggiare davanti ai telespettatori. Per usare un vocabolo in voga in Sicilia, Ranucci e Mondani presero mio padre, un signore di ottant’anni, e lo “mascariarono”: gli sporcarono la faccia non di carbone ma di sospetto. Lui, come tanti altri. Per fortuna mio padre se ne fotte dei teoremi di Report e davanti a quel servizio si fece grasse risate. Ma pensate qualcuno di meno strutturato al suo posto. Come avrebbe reagito?
Ecco. Io oggi potrei fare la stessa identica operazione. Potrei scrivere che siccome Sigfrido Ranucci frequenta Valter Lavitola, allora è come lui. Potrei insinuare che quelle amicizie raccontino inevitabilmente qualcosa della sua persona. Potrei costruire lo stesso identico meccanismo narrativo. Ma non lo farò. Perché sarebbe scorretto. Io penso che Sigfrido Ranucci abbia realizzato inchieste importanti. Penso che sia stato vittima di un attentato e, fino a prova contraria, continui a esserlo. E penso che chi oggi lo minaccia vada perseguito. Ma tutto questo non può impedire una domanda o di chiarire le opacità che avvolgono questa storia. Guardate: il problema non sono gli amici o le amiche di Ranucci. Il problema sono gli audio. Se un vicedirettore della Rai afferma che dentro la Rai ci sono mafia e massoneria, non può limitarsi a dirlo in un messaggio vocale inviato a una persona esterna all’azienda, tra l’altro con una gran voglia di apparire (è la Pelliccia che ha consegnato gli audio di Sigfrido a La Verità). Se lo pensa davvero, ha il dovere morale e istituzionale di denunciarlo. Alla magistratura, ai vertici aziendali, alla Commissione di Vigilanza. Oppure di dimettersi, visto che in azienda ricopre la carica di vicedirettore. Se invece era uno sfogo, una frase infelice, un’iperbole, un modo per fare colpo sulla “bona” di turno, allora bastavano tre parole: «Ho sbagliato». Invece no. Anche questa volta ogni critica diventa una campagna d’odio. Ogni domanda viene raccontata come un’aggressione. Ogni richiesta di spiegazioni sembra trasformarsi automaticamente in un tentativo di delegittimazione. Come se le inchieste andassero bene finché non toccano lui, come se lui per diritto di nascita fosse il sacro, il “Sinai” dell’inchiesta, arroccato su un monte dove non è possibile fare domande, solo riceverle. Ma il giornalismo non funziona così. Il giornalismo vive di una regola semplice: chi passa la vita a puntare la telecamera sulle zone d’ombra degli altri deve accettare, prima o poi, che quella stessa telecamera venga puntata su di lui. Senza vittimismo. Senza eccezioni. Senza doppi standard.
Forse davvero questa vicenda meriterebbe una puntata di Report. Con lo stesso montaggio. La stessa voce narrante. Le stesse fotografie. Le stesse frequentazioni. Le stesse domande. Le stesse cautele. Perfino con un altro Ranucci che parla di Ranucci. E alla fine quella frase che abbiamo ascoltato tante volte: «Noi non traiamo conclusioni. Abbiamo ricostruito fatti, rapporti e dichiarazioni. Le valutazioni le lasciamo ai telespettatori e, se sarà il caso, alla magistratura». Sarebbe la puntata più difficile della sua carriera. Perché c’è una differenza enorme tra raccontare i dubbi degli altri e accettare che, per una volta, quei dubbi riguardino anche te. Ed è proprio lì, dove finisce il personaggio e comincia il giornalista, che si misura davvero la credibilità di chi ha fatto del dubbio il proprio mestiere.
P.s. Mio padre, quel servizio di Report lo prese con filosofia. “Se avessi idea di quanto me ne fotte avresti l’idea dell’infinito, pupetto”, mi disse all’epoca. Lo dico perché se Report un giorno dovesse mai dedicargli una seconda citazione, almeno stavolta Mondani e Ranucci saprebbero già come va a finire.



