Ha 41 anni portati benissimo Il trionfo di Rosalia di Salvo Licata. Debuttò al Biondo nel ’78, c’era Rori Quattrocchi protagonista attorniata da Gigi Burruano, Lollo Franco, Giorgio Li Bassi, Nunzia Di Trapani. Fu ripreso più volte e nel 2005, in un’ennesima edizione nel corso di un festival dedicato al teatro del giornalista e scrittore palermitano, morto cinque anni prima, il ruolo passò a Costanza Licata, figlia di Salvo. L’anno scorso, per il quarantennale del debutto, un’edizione di scenografica grandeur a Palazzo Reale prodotta dalla Fondazione Federico II. Torna anche quest’anno, a ridosso del Festino, venerdì, al Teatro di Verdura con una novità, l’Orchestra Sinfonica Siciliana con una sessantina dei suoi professori a sottolineare i passi salienti della vita di Rosalia ragazzina, donna e santa.

Regista e “contastorie” della serata Salvo Piparo «anche se – puntualizza – condivido l’onere e l’onore del nuovo allestimento con Silvia Francese –. Molte scene sono state riassemblate ma sarà sempre salvo lo spirito di preghiera laica del testo, il suo sentimento popolare, ci saranno i momenti del babbìo e quelli del pianto, i mangiafuoco e le danze, la città delle varie dominazioni. Stavolta però l’alter ego di Palermo sarà una bambina, non un bambino come lo scorso anno a Palazzo dei Normanni, sarà una bambina contaminata dalla peste nella sua innocenza. E c’è una scena che, per motivi personali, mi emoziona particolarmente, quasi fino a farmi perdere la cognizione del confine fra teatro e vita, che si trasforma in doppio pathos, in duplice sofferenza: io strappo la bambina all’angelo della Morte per consegnarla all’angelo della Vita».

Una favola dal doppio segno, laico e religioso. E come tutte le favole, con una morale che si proietta nel contemporaneo. Qual è la peste di oggi, secondo Piparo? «Sono le grida d’aiuto che arrivano dal mare inascoltate, sono i depistaggi sulla via della ricerca della verità e in particolare, per quel che riguarda Palermo, questo vivere di vetrina, di facciata, un’ipocrisia sociale che dovremmo scrollarci di dosso, un grande ricatto che incombe sul nostro vivere quotidiano».

«La peste per me è ancora la mafia – dice Costanza Licata – si ha un bel dire che è stata sconfitta ma fino a che allignerà negli atteggiamenti a volte perfino inconsapevoli di tutti noi non potremo dichiarare vinta questa battaglia». Poi, sulla sua Rosalia: «Mio padre la disegnò come Palermo, come una città-puttana che sogna un riscatto che tarda ad arrivare, meretrice in cerca di salvezza e di santità. Il titolo, che spesso viene storpiato ne Il trionfo di Santa Rosalia, in realtà è Il trionfo di Rosalia. Fosse per me affiderei oggi il ruolo ad una ragazzina tra quelle che vediamo scendere dalla barche dei migranti, molte palermitane dei quartieri popolari, ad esempio, sono omologate nei gusti e nelle scelte dalla musica neomelodica e dai fragili divi del web».

Gli appestati nella prima edizione erano i ragazzi della Vucciria: scippatori, contrabbandieri di sigarette, ragazzi con precedenti penali di scarso rilievo. «Nel corso degli anni, nelle varie edizioni – racconta Costanza – abbiamo mantenuto fede a questa scelta, ora con gli immigrati o con i ragazzi volontari di Brancaccio o con i nomadi. Stavolta abbiamo pensato che dovesse essere anche la cosiddetta società civile a rappresentare la città e lo abbiamo chiesto ad amici impiegati, professionisti, commercianti. E in più ci saranno quelli che hanno frequentato il nostro laboratorio teatrale a Montevergini».

Infine la novità dell’orchestra. «Ho una paura enorme. Io sono sempre stata più cantante che attrice ma non mi ero mai trovata davanti a una formazione del genere. Ho un certo timore anche se molti tra i professori della Sinfonica Siciliana sono miei coetanei e perciò miei ex compagni di Conservatorio. E infatti della mia strizza se la ridono».