Premessa necessaria. Ho incrociato Beatrice Venezi per motivi professionali dato che qualche mese fa mi è stato chiesto un testo per un’opera di TaoArte (“Invertiti”, scritta con Fabio Lannino). Ciò ovviamente non influisce sulla mia opinione personale come dimostra la distanza che ho sempre rispettato tra ambito artistico, professionale ed esercizio della mia libertà di giornalista, di commentatore, di libero cittadino con una sua testa (bella o brutta che sia). Lo sanno bene i sovrintendenti del Teatro Massimo, per il quale lavoro, ai quali negli anni ho fatto vedere i sorci verdi per opinioni magari divisive sui temi dell’arte e della politica (e con i quali colgo l’occasione per scusarmi per passato presente e futuro). Inoltre, com’è noto a chi mi legge, non ho mai nutrito simpatie per la destra, anzi, e non mi piace questo governo. Fine della premessa.

Oggi su la Repubblica ci sono due pagine (con richiamo in prima) dedicate a un attacco di Corrado Augias a Beatrice Venezi. Lo spunto è una chiacchierata del giornalista col direttore Franco Piersanti che qualche giorno fa aveva scritto una lettera al Foglio in cui sottolineava “l’ineleganza (di Venezi) di presentarsi come direttore d’orchestra in Senato”, in occasione del concerto di Natale da lei diretto “considerata l’investitura politica appena ricevuta” (Venezi è stata nominata consulente musicale dal ministro Sangiuliano). Ci sta, ognuno è libero di criticare e chi ha un ruolo pubblico deve stare al gioco.

Poi però il mood dell’articolo vira verso il tentativo di demolizione personale di Venezi, si adombra l’ipotesi che non sia in grado di concertare, si ribadisce che “non si può fare il direttore d’orchestra con i cuoricini e i like sui social” e soprattutto si dà modo ad Augias, che per quel che sappiamo non è un direttore di orchestra, di stigmatizzare “quel suo (suo, sempre di Venezi) strano modo di dare gli attacchi, o l’ostentato gesto conclusivo, così teatrale, non sempre coerente col brano eseguito”. Insomma si criticano i gesti di Venezi nel dirigere un’orchestra. Roba che se vedessero Wellber o Oren gli servirebbe la coramina… E parliamo di signori direttori.

Qualche giorno fa un altro attacco di simile violenza era arrivato da Aldo Grasso sul Corsera che aveva etichettato Venezi come “grande star di spot tricologici”, dato che lei è testimonial del Bioscalin. Anche qui la pretestuosità di una frase velenosa è sgradevole dato che da sempre gli artisti hanno prestato il loro volto alla pubblicità: per restare nella musica, da Franco Cerri come uomo in ammollo del Bio Presto al premio Nobel Bob Dylan testimonial di IBM, Victoria’s Secret, Pepsi e Chrysler (quindi ci starebbe un “Dylan, grande star di mutande”).

Ecco il punto. La sensazione sgradevole è che il tiro al bersaglio sia in qualche modo stimolato dal mix esplosivo di caratteristiche del direttore Venezi: è donna, è giovane, è bella, è di destra, è di successo.

È grottesco che sia proprio io – che la destra la tengo solo per rispettare il codice della strada – a far notare che se si fosse trattato di una artista di sinistra probabilmente ci sarebbero state ben altre reazioni, a ogni livello.

Questo non è un post a difesa di Beatrice Venezi, sulle cui idee politiche potrei avere molto da ridire ma che a me interessa solo come direttore d’orchestra: perché se la voglio attaccare su “Dio patria e famiglia” non la prendo in giro per come chiude le esecuzioni. Questo è un post per ricordare a tutti, innanzitutto a noi giornalisti, che viviamo in un mondo in cui le donne devono ancora pagare dazio per occupare il posto che usualmente “dovrebbe” essere di un uomo.

Il rancore travestito da libera critica affossa l’arte, l’artista e la critica stessa.

P.S.
L’opera per TaoArte era su Pasolini ed aveva una forte connotazione politica. Nel mio testo facevo a pezzi la destra e nessuno dei committenti ha avuto da ridire, prima, durante e dopo.

(tratto da Facebook)