Il Cefpas era diventato, secondo la Procura di Caltanissetta, un centro di favori, consulenze, promesse di assunzione, distacchi e privilegi. Un sistema cresciuto dentro la sanità siciliana, sotto la bandiera di Forza Italia, senza che nessuno (o quasi) vedesse nulla. Non gli assessori alla Salute che si sono succeduti in questi anni. Né il partito, intento a piazzare uomini, donne e bandierine. Tanto meno il gruppo parlamentare che teneva tra i suoi banchi Riccardo Gallo Afflitto, deputato azzurro di Agrigento, oggi al centro dell’inchiesta insieme all’ex vertice del Cefpas Roberto Sanfilippo.

Ma la domanda non riguarda soltanto Gallo Afflitto, bensì dove fossero tutti gli altri. Dov’era Giovanna Volo, assessora alla Salute prima di diventare una figurina sbiadita del governo Schifani (e poi arrendersi alla sua inconsistenza, fino a dimettersi)? Dov’era Daniela Faraoni, arrivata con il piglio della marescialla chiamata a rimettere ordine? E Marcello Caruso, coordinatore di partito prima e assessore poi?

Per dovere di cronaca va segnalato che lo stesso Caruso, il 12 maggio, ha istituito una commissione ispettiva sugli incarichi conferiti dal Cefpas nelle ultime settimane. Solo che la storia gli è esplosa in mano – con l’intervento deciso della Procura – prima ancora che la politica potesse intestarsi il merito della pulizia. Il problema, però, viene da lontano. Deriva da una stagione in cui Forza Italia ha occupato una porzione consistente del potere sanitario, pur non potendo mai esprimere – lo ha confermato di recente Nicola D’Agostino, assessore mancato – una figura politica di rilievo. Solo tecnici.

Riccardo Gallo Afflitto è il perfetto protagonista di questa Sicilia rovesciata. All’Assemblea regionale il suo curriculum politico è un monumento al nulla parlamentare: zero disegni di legge da primo firmatario, zero interrogazioni, zero interpellanze, zero mozioni, zero ordini del giorno. Non una traccia, non un’impronta, né un atto capace di giustificare il mandato ricevuto dagli elettori. Eppure, nelle carte dell’inchiesta, il suo peso sembra tutt’altro che nullo. Gallo non parlava molto in Aula, ma secondo i magistrati avrebbe parlato parecchio altrove.

E qui entrano in scena gli altri “cecati”. Non soltanto gli assessori, ma anche il partito. Forza Italia non può scoprire oggi che Gallo Afflitto sedeva nel suo gruppo parlamentare. Non può fingere che fosse un passante. Non può derubricare tutto a vicenda individuale, come se il deputato agrigentino fosse sbucato all’improvviso (è stato anche deputato nazionale per una legislatura). Era parte della rappresentanza azzurra. Era dentro il gioco di correnti, alleanze, fedeltà che attraversa il partito del presidente della Regione.

Il capogruppo Stefano Pellegrino, per dire, avrebbe potuto chiedersi che cosa facesse un deputato capace di non produrre un solo atto parlamentare. Avrebbe potuto porre il problema politico, pretendere (magari) che il gruppo non fosse soltanto una sala d’attesa del potere, ma almeno il luogo in cui si misura l’attività di chi rappresenta Forza Italia all’Ars. Invece niente, o quasi.

La parte più ripugnante della vicenda è quella che emerge dalle conversazioni fra Gallo e il suo collaboratore Livio Facciponte. Qui il Cefpas smette persino di sembrare un centro di potere e diventa un teatrino da basso impero. Secondo la ricostruzione, Facciponte si sarebbe occupato del reperimento di ragazze destinate ad accompagnare il deputato nei suoi impegni. Il messaggio d’aggancio aveva la confezione rispettabile della politica: «Stiamo continuando il processo di espansione del gruppo di Forza Italia». Dietro la formula solenne, però, secondo le carte, ci sarebbe stato molto altro. La promessa di consulenze, il richiamo al Cefpas, il linguaggio osceno del possesso, la convinzione che un incarico pubblico potesse diventare moneta di seduzione, pressione o ricompensa. Se quelle carte saranno confermate, il Cefpas non sarebbe stato soltanto un luogo di favori politici ma il terminale di una cultura del potere in cui il pubblico perde ogni dignità.

E Forza Italia, davanti a tutto questo, che cosa può dire? Che non sapeva? Può darsi. Che non immaginava? Può darsi. Che nessuno aveva mai segnalato nulla? Difficile. Già prima dell’intervento della Procura c’erano state polemiche sugli incarichi e sulle assunzioni al Cefpas. C’erano state note, articoli di stampa, allarmi da parte dei sindacati. C’era stata perfino l’iniziativa del dipartimento alla Pianificazione strategica, allora guidato da Salvatore Iacolino, che aveva chiesto chiarimenti sull’accordo quadro tra Cefpas e Asp di Agrigento, contestandone la genericità.

Proprio quell’accordo, secondo l’accusa, avrebbe consentito il distacco di Simona Sinatra, moglie di Gallo Afflitto, nell’azienda sanitaria agrigentina, una delle manifestazioni più evidenti del presunto «pactum sceleris» con Sanfilippo. E c’era stato anche il caso del concorso Cefpas per nove funzionari e cinque assistenti amministrativi, pubblicato con appena nove ore di tempo per candidarsi e poi sospeso. Iacolino aveva frenato, la Cgil aveva protestato, e dopo di lui anche Giovanni Bologna (subentrato ad interim alla guida del dipartimento) aveva invitato Sanfilippo a non procedere durante la prorogatio. Insomma, i segnali c’erano già ed erano tanti.

Il presidente Schifani non può chiamarsi fuori da questa storia. Non perché debba rispondere delle responsabilità penali altrui, che appartengono alle persone coinvolte e saranno accertate dai giudici. Ma perché Forza Italia, in Sicilia, è il suo partito, il suo strumento di governo, il suo perno di coalizione. Se il Cefpas è diventato ciò che la Procura racconta, il problema è anche politico, amministrativo, soprattutto morale. Riguarda il modo in cui vengono scelti i manager, affidati incarichi e consulenze, tollerate le zone grigie. Riguarda il rapporto fra Palazzo d’Orléans, piazza Ottavio Ziino e Palazzo dei Normanni. Possibile che nessuno abbia visto?

I cecati di Forza Italia oggi possono anche indignarsi. Possono prendere le distanze, invocare la magistratura, ricordare le garanzie costituzionali e promettere trasparenza. Ma non basta. Perché la questione è capire come sia stato possibile che dentro un ente della sanità regionale maturasse un simile verminaio senza che la politica avesse la forza, la voglia o la convenienza di fermarlo prima.