I burocrati non si toccano. Al massimo si promuovono. La maggioranza di Renato Schifani è riuscita a impantanarsi persino sulla riforma che dovrebbe mettere ordine nella dirigenza: una legge attesa da ventisei anni, annunciata come indispensabile per riavviare la macchina dei concorsi e del “ricambio generazionale” e adesso finita ostaggio di una norma transitoria cucita su misura. Che di fatto garantirebbe a 33 dirigenti l’inquadramento definitivo dalla terza alla prima fascia, blindandone di fatto la posizione fino alla pensione.
Il cortocircuito è esploso in commissione Affari istituzionali. Dagli uffici del presidente era arrivato un emendamento per correggere il meccanismo e impedire che la promozione diventasse automatica. In assenza del capo di gabinetto Salvatore Sammartano, i dirigenti Ignazio Tozzo e Salvatrice Rizzo hanno sollevato dubbi di costituzionalità. L’assessora Elisa Ingala ha quindi proposto il ritiro dell’emendamento. A quel punto Forza Italia si è spaccata, Intravaia ha votato contro e le opposizioni hanno abbandonato i lavori.
Il testo, nella sua architettura generale, dovrebbe cancellare l’anomalia siciliana: via la terza fascia, ruolo unico articolato in prima e seconda. La massa dei dirigenti oggi relegati nella terza transiterebbe nella seconda; alla prima, dalla quale si dovrebbe attingere per la guida dei dipartimenti, si dovrebbe accedere secondo le regole nazionali, attraverso selezioni e dopo avere maturato l’esperienza necessaria (5 anni in seconda fascia). Poi arriva la deroga contestata, valida «in fase di prima applicazione»: gli attuali dirigenti generali, o quelli che lo sono stati per almeno cinque anni, verrebbero iscritti di diritto nella prima fascia. La platea coincide sostanzialmente con i 33 posti previsti. Fine della gara prima ancora del via. Il testo pubblicato dall’Ars fissa infatti in 33 la dotazione della prima fascia e richiama, a regime, le modalità di reclutamento previste dalla legislazione statale.
L’incarico di dirigente generale resta formalmente a tempo, ma l’inquadramento in prima fascia no. Una volta entrati nel club, i magnifici trentatré avrebbero un vantaggio strutturale su tutti gli altri: sui dirigenti che passerebbero in seconda fascia, sui giovani da reclutare, sulle professionalità esterne che la legge nazionale vorrebbe ammettere attraverso il concorso. Non una poltrona assegnata per l’eternità, dunque, ma un circuito chiuso dal quale scegliere in eterno. Il Senato a vita della Regione. Ignazio Abbate, presidente della commissione e relatore del disegno di legge, sostiene che la doppia fascia sia la soluzione concordata con Roma, che il testo serva a sbloccare i concorsi e che eventuali modifiche possano essere apportate in seguito. È la linea del “prima approviamo, poi aggiustiamo”, formula che in Sicilia ha prodotto più guasti che riforme.
Anche il fronte sindacale, raccontato fino a pochi giorni fa come compatto, si è rotto. Cgil, Cisl, Uil, Sadirs e Ugl chiedono di portare subito il testo in aula: la carenza di dirigenti, sostengono, paralizza gli uffici e impedisce di bandire i concorsi. Il Siad-Csa-Cisal, però, non condivide la prima fascia costruita in questi termini, teme che renda impraticabile la rotazione dei vertici per i governi futuri e già a marzo aveva segnalato dubbi di costituzionalità sui passaggi automatici. Il Dirsi, il sindacato più rappresentativo della categoria, non contesta l’istituzione della prima fascia ma rifiuta che si trasformi in una «blindatura autoreferenziale». Altro che convergenza generale…
Per capire come si sia arrivati fin qui basta tornare al peccato originale. Nel 2000 la Regione approvò la legge numero 10. Sulla carta istituiva un ruolo articolato in due fasce, come nello Stato. Ma «in sede di prima applicazione» aggiunse una terza fascia per inquadrare il personale che fino a quel momento aveva svolto funzioni direttive, non dirigenziali. Doveva essere transitoria. È ancora lì dopo ventisei anni. La legge del 2003 fissò persino al 31 dicembre 2006 il termine per bandire i concorsi e consentire il graduale passaggio verso le fasce superiori. I concorsi non furono mai fatti.
Da allora si sono accumulate pronunce, richiami e bocciature. Il commissario dello Stato fece espungere la norma che avrebbe consentito di nominare dirigenti generali anche gli appartenenti alla terza fascia, perché il salto avveniva senza una verifica adeguata delle capacità professionali. La Corte dei conti ha definito quella fascia un’anomalia divenuta permanente e ha denunciato lo svuotamento delle prime due. La Cassazione ha ribadito che il fatto che la Regione abbia continuato per anni a conferire quegli incarichi non trasforma una prassi contraria alla disciplina vigente in una regola legittima. Eppure la prassi è sopravvissuta a tutto, perché nel frattempo la prima fascia è scomparsa e la seconda si è ridotta a poche unità.
Nel 2021, per ottenere condizioni più favorevoli sul ripiano del disavanzo, la Regione si impegnò con lo Stato a superare la terza fascia attraverso una procedura selettiva, con il divieto di inquadramenti automatici o concorsi riservati. La prima versione della riforma puntava infatti alla fascia unica. Ancora nel giugno del 2025 il governo celebrava quella soluzione come la fine dell’anomalia e garantiva che al nuovo ruolo si sarebbe acceduto esclusivamente per concorso pubblico. Poi il testo è stato riscritto, è tornata la doppia fascia e, dentro la soluzione che dovrebbe normalizzare il sistema, è comparsa la “scorciatoia” per pochi eletti.
Quella della burocrazia non è una riforma marginale. I dirigenti generali preparano gli atti, controllano la spesa, guidano i dipartimenti, interpretano le norme e spesso sopravvivono a presidenti, assessori e maggioranze. Conoscono la macchina molto meglio di chi dovrebbe impartire l’indirizzo politico. Quando la politica è debole, frammentata e provvisoria, la burocrazia non si limita a eseguire, ma orienta, rallenta, corregge, talvolta decide. Ecco perché, comunque vada, i burocrati hanno già vinto.


