Come nei migliori casi di serendipity, l’avventurosa, frettolosa ma anche zoppicante inchiesta aperta dalla pm di Milano Francesca Crupi e controfirmata dal procuratore Marcello Viola contro Youssef Siher, con tanto di richiesta d’arresto poi platealmente smentita dalla gip Tiziana Landoni, ha prodotto anche cose buone, per quanto involontarie. Di certo infatti sarà difficile trovare qualcuno, nel tradizionale e fossilizzato fronte degli ultrà della magistratura, disposto ad ammettere l’evidenza: anche i pm sbagliano. Di brutto. Prendono a volte delle cantonate investigative, e a volte fanno peggio a riguardo delle misure cautelari. E’ un’evidenza generale, ma casualmente nel rito ambrosiano della procura di Milano ha una certa incidenza statistica (sarà la memoria genetica dei tempi in cui Tonino Di Pietro, anziché ambire al Csm, imperversava in via Freguglia). Ora che l’ultima vittima dell’avventuroso metodo della procura è stato un beniamino della sinistra insurrezionalista, tutti quanti hanno celebrato con senso di liberazione la decisione di scarcerare Siher: evviva la gip che difende la libertà d’espressione. Sono arrivati, in tanti, persino a dire che il suo caso è la dimostrazione che non serve la separazione delle carriere. Peccato per l’ipocrisia che nasconde un non detto che è, però, sotto gli occhi di tutti: la scoperta che la pm aveva sbagliato.

E che i procuratori dovrebbero, quantomeno, sorvegliare con più cura il senso di fascicoli aperti e di accuse formulate in fretta per valutare, caso per caso, se le mosse della giustizia possano essere fatte diversamente e meglio. Siher potrebbe diventare un caso di scuola. Sarà così? Se un gip, o in altri casi un tribunale del Riesame, cestina senza troppa riverenza un impianto accusatorio, non sarà che c’è da riflettere anche su come vengono impostate le inchieste? In questo, il caso del “rito ambrosiano” è di scuola. La serendipity, però, si scontra con due scogli.

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