C’è voluto più di un anno e mezzo perché Schlein si occupasse del Partito democratico di Sicilia. Per riunificarlo, dice, mentre semmai c’è bisogno di rifondarlo, di prendere atto che quello di Barbagallo, uscito da un congresso farlocco, è risultato la parodia di un partito, scomparso di conseguenza quasi del tutto dai radar della vita pubblica isolana.
Non sono serviti a nulla i tentativi di indurre gli organismi di garanzia nazionale e la stessa segreteria ad uscire dall’inerzia, dalla sostanziale tutela nei confronti del gruppo che ha sequestrato il partito, lo ha reso irrilevante, ha lasciato il campo all’esclusivo protagonismo della destra e a nuove forze populiste che stanno insidiando e rendendo subalterno ciò che resta della presenza democratica.
Non sono servite le numerose prese di posizione su questo Giornale da parte di chi come me, non avendo ruoli, cercava di svolgere una funzione di denuncia e di stimolo che per l’attaccamento a quell’esperienza, alla quale continua a credere malgrado delusioni e amarezze.
I ricorsi non sono stati né accettati né respinti e si è lasciata così sopravvivere una condizione illegittima e inefficace.
L’incomprensibile, testardo disinteresse per le vicende di una delle più importanti realtà del Paese ha indotto perfino a ricorrere alla magistratura ordinaria, con un atto del quale chi scrive queste righe è il primo firmatario e che sarà esaminato dal Tribunale di Palermo alla fine del prossimo mese di settembre.
È inconsueta una procedura di questo genere, ma è rimasta l’unica praticabile per manifestare un gesto di reale attaccamento al Partito, per salvare ciò che ne resta, per creare un’alternativa all’attuale maggioranza in Regione, per esercitare con efficacia il ruolo di forza di opposizione cogliendo il dissenso, la volontà di cambiamento, l’esigenza di dar valore all’Autonomia e agli Enti locali.
E insieme a questo c’è un problema grande come una casa, quello di denunciare l’illegalità sempre più diffusa nella vita pubblica, di costringere chi governa ad uscire dall’indifferenza e dalla sostanziale connivenza con chi viola la legge o comunque è sottoposto a procedimenti giudiziari e mantiene tuttavia ruoli di responsabilità e di governo.
Adesso non è più il momento di continuare a fare polemiche. Risulterebbe un modo improprio per continuare a dare valore e risalto all’attuale segreteria, ad accentuare le divisioni.
Nel momento in cui Schlein sembra orientata a sanare il vulnus legittimato impropriamente da un suo rappresentante nel gennaio dell’anno passato, al momento del Congresso, occorre che ciascuno sia disponibile a dare una mano. Per ritrovare la possibilità di incidere nelle scelte politiche e recuperare forza elettorale.
Ad alcuni mesi dal rinnovo dell’Assemblea di Palazzo dei Normanni e del Parlamento nazionale, è inimmaginabile, è da incoscienti mantenere la maggior forza di opposizione nella condizione di non toccar palla, restare indifferenti alla stima del suo consenso attorno al dieci per cento, meno della metà di quello che tutte le previsioni attribuiscono in campo nazionale.
Da questa situazione, è bene ribadirlo, non si esce mettendo una pecetta che lasci al suo posto l’attuale segretario e redistribuisca i ruoli interni.
Occorre ripartire da capo, per un’operazione non facile quando si è fatta terra bruciata, per coinvolgere nuova classe dirigente, tornare ad essere attrattivi, eliminare o ridurre le contrapposizioni che hanno reso difficili perfino i rapporti umani, hanno sottratto al confronto interno quel sano valore che dovrebbe avere ogni dialettica, ogni scambio di opinioni, gli elementi che darebbero senso alla convivenza tra componenti che provengono da storie diverse.
Può anche darsi che, in un mondo nel quale ciò che ci si ostina a chiamare politica è poco più di un banale commercio, fatto di pure convenienze, segnato da continui cambi di casacca, da nuovi populismi, può darsi che l’appello a valori, a buoni sentimenti, a senso di responsabilità risulti del tutto banale e perfino moralistico.
Eppure, mi ostino a ritenere che un partito riformista, una forza di sinistra, non dovrebbe rinunciare ad accompagnare l’iniziativa quotidiana, la prassi, come ama dirsi, con il riferimento a principi, a scelte di fondo, giusto al richiamo di valori.
E poi, mettendo le cose in modo più concreto, se non si ritrova un partito unito con un gruppo dirigente nuovo, in grado di tenere insieme le legittime ambizioni di ciascuno dentro un progetto che non sia quello della pura gestione del potere, quello cioè che tiene compatta la destra, se non c’è questo, quale può essere la vera funzione di un partito, che dovrebbe trovare la forza e l’autorevolezza per giocare il ruolo proprio della maggiore opposizione?
Il Partito democratico dovrebbe avere l’autorevolezza e la capacità di comporre con La Vardera e con il suo movimento un rapporto che non si risolva in una resa, di realizzare con ciò che resta dei Cinque stelle un’alleanza faticosa e tuttavia necessaria, di dare spazio ai movimenti centristi che, in modo caotico, esistono pure in Sicilia e cercano sponde per un ruolo nelle prossime scadenze elettorali, in alternativa a Schifani, alla Lega e a Fratelli d’Italia.
Bene, riuniamolo questo partito, o meglio rifondiamolo con la partecipazione di tutti e con l’apertura, se possibile, a nuovi potenziali gruppi indenni da quei contrasti di potere che hanno logorato giorno per giorno quelli che oggi si intestano il partito e hanno inciso anche nella funzione di chi ha cercato di dar voce all’opposizione in Assemblea.
È una prospettiva che Schlein dovrebbe garantire e che non interessa solo chi milita nel Partito democratico o lo vota.
Riguarda lo svolgimento corretto della vita politica regionale, senza cui la proposta elettorale e un progetto diverso da quello di chi governa l’Isola resterebbe fragile e non riuscirebbe a creare una reale alternativa.


