Gli ottant’anni dell’Autonomia siciliana dovevano essere una festa. Saranno, più probabilmente, una constatazione. Il 15 maggio la Regione compirà ottant’anni, ma della grande celebrazione immaginata qualche mese fa al Castello Utveggio non è rimasto quasi nulla. Niente saloni tirati a lucido, niente cerimonia solenne sul monte Pellegrino. Sergio Mattarella – che avrebbe dovuto essere l’ospite illustre – non ci sarà. E forse, vista l’aria che tira, è persino meglio così.

A marzo si ragionava sull’ipotesi di un anniversario istituzionale in grande stile, con il Castello Utveggio scelto come luogo simbolo e la presenza del Capo dello Stato considerata “possibile”. Due mesi dopo, quella scenografia si è sgonfiata. L’ottantesimo compleanno dello Statuto non avrà il tono della celebrazione, ma quello del bilancio. Perché da festeggiare c’è davvero poco. Lo Statuto nacque nel 1946 con un’ambizione enorme: disinnescare le spinte separatiste, colmare il divario con il resto del Paese, consegnare alla Sicilia gli strumenti per governarsi da sola. Ottant’anni dopo, l’Autonomia non appare più come una promessa di riscatto, ma come un’occasione sciupata.

Le uniche iniziative che provano a dare un senso pubblico alla ricorrenza arrivano da fuori il perimetro della Regione. Repubblica dedica allo Statuto un dibattito allo Steri, con Schifani chiamato a introdurre il confronto e studiosi, economisti, giuristi e giornalisti a misurarsi con la domanda più semplice e più feroce: l’Autonomia è stata un’opportunità o una zavorra? Il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, invece, si ritrova a Enna, con corteo, bandiere siciliane, amministratori e dirigenti di partito, per rilanciare la vecchia suggestione autonomista. Due iniziative diverse, quasi opposte: una più riflessiva, l’altra più militante. In mezzo, la Regione. Che avrebbe dovuto essere la protagonista e invece sembra quasi l’imputata.

La Sicilia arriva agli ottant’anni dello Statuto con le sue istituzioni appesantite da inchieste, processi, sospetti, imbarazzi politici e una produzione legislativa sempre più povera. L’Assemblea regionale – che ha un presidente imputato per corruzione e peculato – fatica a partorire riforme strutturali, inciampa sul voto segreto, si impantana su norme di piccolo cabotaggio, rincorre interessi locali mentre fuori restano aperti i dossier veri: sanità, infrastrutture, lavoro, acqua, rifiuti, capacità di spesa.

È qui che l’Autonomia si è deformata. Doveva servire a governare meglio una Regione speciale. È diventata, in troppi casi, il recinto dentro cui la classe dirigente siciliana ha protetto se stessa. La specialità, da vantaggio competitivo, si è trasformata in alibi. Se qualcosa non funziona, è colpa di Roma. Se una riforma non si fa, è colpa della burocrazia. Se i fondi non si spendono, è colpa delle procedure. È colpa sempre di qualcun altro. Mai del sistema…

L’ultimo promemoria è arrivato qualche giorno fa da La Sicilia: l’Isola è ultima in Italia per percentuale di spesa dei fondi Fesr, la quota più consistente dei fondi europei destinati alle Regioni. Sul ciclo 2021-2027, a fronte di una dotazione superiore ai cinque miliardi, la Sicilia si ferma al 6,57 per cento di pagamenti certificati. Meno di Campania, Calabria e Basilicata. Meno, soprattutto, della media delle Regioni meno sviluppate, cioè del gruppo in cui la Sicilia dovrebbe correre di più perché parte più indietro.

Il dato è la radiografia dell’Autonomia reale. Da una parte la Regione rivendica poteri, competenze, specialità, margini di manovra (come la fiscalità di sviluppo o il riconoscimento della continuità territoriale). Dall’altra fatica a trasformare i soldi disponibili in cantieri, servizi, infrastrutture, lavoro. Va poco meglio con il Fondo sociale europeo, dove la spesa si avvicina all’11 per cento, ma resta lontana da Puglia e Campania. E anche sul Fondo sviluppo e coesione, il grande patto firmato da Giorgia Meloni e Renato Schifani al Teatro Massimo nel maggio 2024, la partenza è lenta: appena il 5,06 per cento di spesa al 28 febbraio. Dieci miliardi e rotti, tra Fesr e coesione, potrebbero cambiare il volto dell’Isola. Finora certificano soprattutto la sua lentezza.

Le cronache degli ultimi mesi hanno fatto il resto. Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno a processo per corruzione impropria, falso e peculato. L’assessora al Turismo Elvira Amata trascinata nello stesso perimetro politico-giudiziario. Luca Sammartino coinvolto in un procedimento per corruzione elettorale. Totò Cuffaro di nuovo al centro di un’inchiesta e adesso davanti alla richiesta di patteggiamento a tre anni, con lavori socialmente utili. Michele Mancuso, deputato di Forza Italia, finito ai domiciliari mentre il suo nome circolava per un posto in giunta. Salvatore Iacolino, potente manager della sanità, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.

Naturalmente valgono le garanzie, i processi, le presunzioni d’innocenza. Ma il punto politico viene prima della sentenza. Una Regione può celebrare se stessa mentre attorno ai suoi palazzi si accumula una sequenza così densa di vicende giudiziarie? Può raccontare gli ottant’anni dell’Autonomia come una storia luminosa mentre pezzi della sua classe dirigente finiscono ciclicamente dentro fascicoli e inchieste? Può davvero limitarsi a evocare lo Statuto senza chiedersi che uso ne abbia fatto?

La risposta è nel silenzio di questi giorni.