In questa oscena epoca di mancette parlamentari regionali, forse è bene ricordare un modello di comportamento politico che fu quello anche di Giuseppe Alessi di cui oggi ricorrono i 122 anni dalla nascita.
Siamo nel 1959, Alessi è un Deputato Regionale di primo piano, già Presidente della Regione e della stessa Assemblea. Ma nello scrivere a Monsignor Magrì, punto di riferimento del cattolicesimo militante nisseno in quegli e per molti anni ancora, dimostra come si sapesse distinguere un’esigenza di carità cristiana personale dal ruolo istituzionale e dalla logica del voto di scambio. Alessi usa la propria personale carta intestata di avvocato penalista, non quella istituzionale che pure gli era dovuta, ma che mai avrebbe utilizzato per fatti del genere. Richiede la massima riservatezza, “nessuna notorietà”, non vuole che si confonda un gesto di personale carità cristiana con la militanza politica e con la ricerca del consenso.
Sempre, il suo essere avvocato venne prima della militanza politica, che la professione rendeva libera dal bisogno economico. Certo, l’interesse per le questioni personali e dell’intera comunità era costante per lui come per ogni deputato e le segreterie politiche erano strumenti attivi di ascolto e di risposta ai bisogni degli elettori.
Quale è allora il confine tra il clientelismo e la necessaria attenzione per il proprio elettorato? È vero che mio nonno scrisse, in commissione antimafia, che la gestione della Regione Siciliana era ormai “fondata su un sistema clientelare e sul consociativismo parlamentare. Ma la sua non era certo una rivendicazione, ma piuttosto una denuncia di un nuovo modo di fare politica che fu una delle ragioni che lo portarono a lasciare il Parlamento Siciliano.
Di certo, il sistema messo a punto dal Governo Regionale odierno con la collaborazione del Parlamento, è viziato da una profonda indeterminazione, dalla totale mancanza di visione progettuale di sviluppo del territorio, direi quasi dalla necessità di mantenere alta la quota dei bisogni sui quali poi costruire promesse e relativa carriera politica del deputato che diventa arbitro assoluto del possibile sviluppo territoriale, svincolato da una qualsivoglia programmazione.
Intendiamoci, l’uso delle lettere di raccomandazione era assolutamente corrente, quanto esplicito. Ricordo bene quante, ed erano davvero tante, ne preparasse, segnalando questa o quell’altra persona a chi di competenza, in modo plateale, scritto, firmato e sottoscritto su carta da lettere a lui intestata. A volte funzionavano, tante altre no. Oggi riderebbe fragorosamente inorridito e incredulo per un parlamento che distribuisce al singolo deputato un così ricco tesoretto da spendere secondo la propria personale scelta ai propri clientes se non ai famigli. Una pratica barbara che inquina la competizione democratica.
Siamo passati dall’esigenza di non rendere pubblico un patronato legale reso gratuitamente agli indigenti, alla personale disponibilità di denaro pubblico da parte di ogni singolo deputato, alla necessità di un patronato politico come una garanzia di accesso alle risorse di tutti. Un rovesciamento di valori che umilia un’intera classe politica.


