La Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro si reggeva su una sola cosa: il potere. Venuto meno quello, il partito è imploso. La sospensione del segretario regionale Stefano Cirillo non è un incidente di percorso né il frutto di una semplice faida interna: è la certificazione del collasso di un sistema politico che, in Sicilia, aveva trovato nella Dc uno strumento di governo e di intermediazione. Senza più accesso alle leve del potere, garantito da Cuffaro, il partito si è sbriciolato (anche se, ufficialmente, ne rimane imponente traccia all’Ars con sei deputati).
Il provvedimento contro Cirillo – medico che ha accompagnato Cuffaro nella sua redenzione in Burundi – è stato disposto dal segretario nazionale facente funzioni Gianpiero Samorì, che guida il partito dopo le dimissioni dell’ex governatore, travolto dall’inchiesta della Procura di Palermo per associazione a delinquere e corruzione e finito agli arresti domiciliari. Samorì ha comunicato direttamente a Cirillo la sospensione dai diritti e doveri di socio e, di conseguenza, da tutte le cariche di partito, limitandosi a richiamare un comma dello statuto. Nessuna spiegazione politica. Nessuna contestazione pubblica. Un atto amministrativo che suona come una resa dei conti.
La reazione interna è stata immediata e rivelatrice. Ignazio Abbate, vice segretario regionale e presidente della commissione Affari istituzionali dell’Ars, ha definito la decisione “estemporanea” e dettata da “fini personali”, ricordando che la Dc è un partito a trazione siciliana e annunciando una direzione nazionale imminente. Il gruppo parlamentare dell’Ars, soffermandosi sulla vicenda, ha spiegato che trattasi di un provvedimento “illegittimo”. Samorì, a sua volta, ha rincarato la dose denunciando di essere stato estromesso dal sito ufficiale del partito e costretto a comunicare via chat. Uno scontro che racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato di decomposizione della Dc, e che soprattutto conferma come dietro la ricreazione del soggetto politico – presentato con una patina di valori e con un richiamo all’impegno dei Liberi e forti di Sturzo – in realtà si celasse ben altro: cioè il tentativo di rimettere in piedi una macchina del consenso stellare.
Ma la frattura vera si è consumata prima di ieri, fuori dalla Dc. Quando Renato Schifani, all’indomani del ciclone giudiziario cuffariano, ha deciso di estromettere la Democrazia Cristiana dalla giunta regionale, revocando gli incarichi ai due assessori (Albano e Messina) e mantenendo per sé l’interim delle deleghe. “Non ho estromesso due assessori, ho estromesso un partito”, aveva spiegato il presidente. Una scelta netta, accompagnata da un giudizio politico e morale: la Dc come sistema-partito sarebbe stato incompatibile con il governo della Regione.
Da quel momento, la Democrazia Cristiana ha continuato formalmente a fare il suo mestiere: ha votato la Finanziaria, ha garantito la tenuta della maggioranza, ha sperato in un ripensamento. Ma era una speranza mal riposta. Perché Schifani, oggi, non ha bisogno di stampelle. Si sente forte, coperto, proiettato oltre il rimpasto e già immerso nel racconto del “2026 anno della svolta”, con la prospettiva di una super-finanziaria estiva da oltre due miliardi e l’orizzonte della ricandidatura. In questo scenario, la Dc non è più un alleato: è un rischio reputazionale da neutralizzare.
È a questo punto che si apre la fase più tipica della politica siciliana: la spartizione delle spoglie. Attorno alla carcassa del partito democristiano si muovono vecchi e nuovi predatori. Cateno De Luca osserva e prova a infilarsi negli spazi lasciati liberi, immaginando intergruppi e manovre di disturbo. Lorenzo Cesa è tornato a fiutare l’aria, offrendo l’Udc come rifugio ordinato per i cuffariani rimasti senza guida. E poi c’è l’opzione più pragmatica e insieme più ipocrita: Forza Italia.
Qui Schifani gioca la sua partita preferita, alternando bastone e carota. Il sistema-partito va messo fuori dal governo, ma i singoli possono essere recuperati, se utili alla stabilità della maggioranza. In province come Ragusa, dove Forza Italia non esprime deputati regionali, profili come Ignazio Abbate diventano improvvisamente appetibili. Così come torna spendibile Mauro Pantò, satrapo della Sas, citato nelle carte dell’inchiesta per la “disponibilità” di circa quattromila Pip. Il messaggio è chiaro: la Dc è impresentabile come blocco politico, ma i suoi uomini possono essere riciclati uno per uno.
Nel frattempo, il gruppo all’Ars si è assottigliato (per una sentenza della Cassazione, l’onorevole Giuffrida è stato costretto a lasciare lo scranno), ma resta numericamente rilevante. Gode di sei unità, compreso il capogruppo Carmelo Pace, anch’egli indagato per corruzione. Abbastanza per continuare a pesare, non per ciò che rappresentano, ma per ciò che possono ancora garantire in termini di voti e di equilibri.
La morale è semplice e brutale. La Dc non è crollata perché perseguitata o marginalizzata. È crollata perché era un partito costruito sull’esercizio del potere. Quando quel potere è venuto meno, non sono emerse visioni alternative, né leadership autonome, né un’identità politica. Solo sospensioni, statuti agitati e guerre di posizione. Bisogna attendere ancora qualche scossa di assestamento, poi partirà la diaspora.


