Valter Lavitola non ha mai ingannato nessuno, quali che siano le accuse di cui deve rispondere. Moralmente è diciamo così a posto. Uno che costeggia la politica, spiccia faccende, punta a soldi e bella vita, intraprende, viaggia in località spericolate, intorta e si intorta, intesse relazioni così così, formula complotti grandi e piccoli, manda in pensione Fini meritatamente, immeritatamente vuole scroccare a Berlusconi una pagnotta, insomma un pasticcione di talento che agisce in un’ombra lucente come il sole da tanti anni. A me non dispiace affatto, il tipo, e non sono contento che sia in galera per il vero-falso attentato a quell’altro che pretende il prime time, se non con l’amico del cuore e con Tavares la presidenza del Consiglio via sondaggio e chissà cos’altro di manipolatorio e automanipolatorio (“bisogna farlo bene”). Quell’altro non mi piace, detesto il suo potere abusivo di professore di morale pubblica, di giornalista addirittura investigativo che dovrebbe essere investigato a fondo, di moralizzatore moralizzato, di piagnone che ha famiglia, di traditore dell’amicizia e dell’orata con le patate, di idealizzatore di sé stesso, autobiografo spericolato e rivelatore, narciso di presunta virilità espansa.
Che brutti tipi quelli che vogliono parere quel che non sono, i gentiluomini da Bistrot Cefalù, i praticoni delle fonti ambigue cosiddette, dove le fonti sono pulite e efficienti e poco pulito è il loro uso cinicamente professionale con e dentro il servizio pubblico, con la fiducia credulona e un po’ cialtrona dei suoi collaboratori, uno dei quali mi è caro e gode della mia intatta stima perché quando venne nel Mugello seppe distinguere tra un cretino, il sottoscritto, e il suo doppio superfurbo, destinato a quel che era nel suo destino, sodali e assistenti che solo adesso si accorgono di aver giocato un gioco che li escludeva, che solo adesso si accorgono di aver giocato un gioco che li escludeva, in realtà, e li metteva all’atto pratico in braghe di tela.
Fossi il capo alla Rai licenzierei senza una lacrima la divinità moraleggiante che ha tradito per tanti anni anche la fiducia degli spettatori e dell’azienda. Ma questi sono tipi sottili, vogliono che il processo della automoralizzazione si autoconsumi, che il brand della più grottesca trasmissione mai andata in onda si salvaguardi, che nessuno possa accusarli di censura, e così quell’altro va in prime time, o pretende, e il suo fedele e caro amico manipolatore, cioè il suo assistente speciale per la politica e le relazioni pubbliche va a Rebibbia, mentre lui aspira alla conferma della sua incerta gloria catodica. Esiste una formulazione più chiara e assoluta del concetto di ingiustizia? No.


