C’è un senso nel recente ricordo della strage di via D’Amelio?
Al termine della manifestazione, la memoria di Borsellino si conferma patrimonio collettivo o rischia piuttosto di risultare divisiva, strumentalizzata, distorta, piegata a impropri fini di parte?
Quei tragici eventi sono stati riletti ancora una volta non per diradare le zone d’ombra e le ambiguità che a tanta distanza di tempo ancora li connotano, ma per far prevalere una lettura utile ad accreditare un’interpretazione di parte.
In questa circostanza la destra è tornata in massa, in una sorta di passerella e ha voluto ascrivere Borsellino a sé, intestargli una tessera postuma come uomo di destra.
Alla destra egli appartenne davvero, e il suo assassinio spinse Meloni, come lei stessa ricorda spesso e con sincerità, a impegnarsi in politica. Ma a quali valori di destra il giudice era legato? Di quale idea complessiva era partecipe un uomo che fu rigoroso rappresentante delle istituzioni, custode dello stato di diritto, severo interprete della legalità?
Si resta basiti di fronte al maldestro tentativo del presidente del Senato di immaginare che oggi Borsellino sarebbe ministro dell’attuale governo. A quale dei titolari in carica lo si potrebbe accostare? A Nordio, per condividerne condotta e concezione della giustizia? A Salvini, per raccogliere le firme per chiedere un’assoluzione popolare di chi ha subito una condanna in tre gradi di giudizio? O alla stessa Meloni, che talora sembra più vicina all’ICE di Trump che alla tradizione di civiltà giuridica del Paese di Beccaria?
Tentare di iscrivere Borsellino a Fratelli d’Italia significa sequestrarne il ricordo, collocarlo in una posizione impropria, contaminare l’insieme di valori che lui e altri magistrati come lui, vittime della criminalità organizzata, hanno lasciato al Paese — a tutti gli italiani, di destra e di sinistra.
C’è da chiedersi a cosa servano iniziative che si ripetono, nel migliore dei casi, in modo freddo e rituale, spesso in maniera distorta.
In quest’ultima celebrazione c’è stato un aspetto ulteriormente paradossale: non si è voluto che vi partecipassero il presidente dell’Assemblea regionale e l’assessore al Turismo, indagati e, per questo, ritenuti estranei alla memoria del giudice ucciso nel 1992.
Il presidente del Senato non ha voluto avere accanto a sé un uomo che egli stesso ha scelto per guidare l’Assemblea regionale, e una rappresentante del governo che appartiene al suo stesso partito.
È come se La Russa e la presidente della Commissione nazionale antimafia — anche lei ferma nel ritenere inopportuna la vicinanza con i due — avessero voluto alzare un paravento per proteggersi da una contaminazione. Ma senza chiedere che i due lascino i loro posti, restando a rappresentare le istituzioni, anche al massimo livello, pur essendo stati giudicati estranei e incompatibili con i valori che furono di Borsellino.
A cosa è servita la loro esclusione dalla cerimonia?
La seconda carica dello Stato e Colosimo hanno voluto testimoniare il loro attaccamento alla legalità semplicemente partecipando a una manifestazione contro la mafia. Per qualche ora hanno mimato il contrasto alla stessa, scambiando la finzione per realtà: con le parole, con il ricordo, con l’esclusione dei due ritenuti impresentabili — per quanto solo indagati — non si è pagato alcun prezzo. Non si son dovuti toccare gli equilibri di potere interni al partito di maggioranza, né privare il governo presieduto da Schifani da presenze imbarazzanti.
Garantire la legalità costa. Costa riconoscere che nella vita pubblica siciliana, e all’interno della propria stessa forza politica, c’è un problema sempre più evidente, e che quel problema non si risolve ignorandolo, contando sull’indifferenza e sull’assuefazione dell’opinione pubblica. Un’antimafia solo proclamata, ridotta a rito e a ricordo retorico, finisce per produrre episodi insignificanti, mentre la criminalità organizzata continua a manifestare la propria forza e la propria violenza.
Le celebrazioni non possono assolvere da sole alla necessità di prendere consapevolezza dell’illegalità diffusa nella vita pubblica isolana.
Il 19 luglio si è concluso senza che nulla, in Sicilia, sia costato niente a nessuno. Ed è forse questa, oggi, la vera misura di un ricordo che rischia di lasciare indifferenti.

