Dopo quasi quattro anni di attività, la Commissione regionale Antimafia ha finalmente trovato l’“imputato perfetto”. Si chiama Mauro Pantò, ex presidente della Sas, cuffariano di provenienza e oggi passato con Cateno De Luca. Nove sedute, audizioni, una relazione approvata all’unanimità e spedita a Procura, Corte dei conti e Anac per raccontare una partecipata (stavamo per dire “carrozzone”) da cui è emerso “un sistema fuori controllo caratterizzato da gravi anomalie, con incarichi ripetuti agli stessi professionisti, organismi che si sono rinviati competenze e responsabilità, procedure duplicate, affidamento all’esterno di attività già coperte dagli uffici interni, con transazioni e costi che hanno superato il milione e mezzo di euro”. Tutto molto serio. Ma proprio per questo sorge una riflessione: a cosa serve una Commissione d’inchiesta che fotografa il disastro quando il disastro è già esploso?
Pantò si è dimesso il 6 marzo, dopo che le inchieste giornalistiche avevano già ricostruito il sistema delle assunzioni nelle categorie protette e le contestazioni sulla gestione della società. Pochi mesi dopo è riapparso fra i “pionieri” del progetto “De Luca sindaco di Sicilia”, esponente di un governo di liberazione che vorrebbe liberare la Sicilia – probabilmente – da vicende come la sua. Una conversione rapida, quasi una seconda vita politica, sperando che quella precedente non finisca al setaccio di giornali e oppositori. Intanto la Commissione ha consegnato una relazione pesantissima.
I numeri aiutano a capire perché. La Sas ha un fatturato di circa 120 milioni, quasi quattromila dipendenti e appena tre dirigenti. La Commissione conta 99 controversie sul personale, 218 incarichi di difesa tra il 2021 e il 2025 per oltre 907 mila euro, una transazione da 640 mila euro e oltre un milione e mezzo di spese fra affidamenti e incarichi legali esaminati. Poi gli avvisi pubblicati nei periodi meno favorevoli, i tutor, le prove attitudinali sigillate, la frammentazione dei controlli. Una radiografia impressionante. Ma tardiva.
L’Antimafia dell’Ars non fa il lavoro della magistratura e non dispone dei poteri della Commissione parlamentare nazionale. Ma deve vigilare e indagare sull’amministrazione regionale e sugli enti controllati, sulla destinazione dei finanziamenti e sugli appalti. È dunque nello spazio che precede il reato che dovrebbe misurarsi la sua funzione. La questione morale, infatti, si annida nella concentrazione degli incarichi, negli affidamenti ai soliti noti, nelle consulenze, nelle nomine, nelle società pubbliche usate come bacini di consenso, nelle reti di professionisti e intermediari che gravitano attorno agli assessorati. Se per certificare che qualcosa non funziona bisogna aspettare una Procura, la vigilanza politica termina ancor prima di cominciare.
La Commissione lo ha ammesso nella relazione annuale: scandali e inchieste l’hanno costretta a «inseguire l’emergenza giudiziaria senza riuscire a prevenire o anticipare» gli sviluppi penalistici. Sul Cas aprì un’istruttoria sull’appalto antincendio, ma dopo che la vicenda era già finita nell’inchiesta della Dia. Nella sanità sono state dedicate molte sedute alle anomalie ed è stata prodotta una relazione sull’elisoccorso. Ma resta la domanda su tutto ciò che viene prima: chi ha mappato per tempo appalti, imprese, consulenti e reti di influenza?
E poi ci sono i faccendieri. Nel febbraio 2022, quando ancora non presiedeva la Commissione, Cracolici diceva proprio a Buttanissima che «sembrano tornati gli anni in cui i faccendieri» giravano negli uffici degli assessorati. Parlava di «sfere d’influenza» e di gente che continuava a fare affari con la Regione. Nel novembre 2025, da presidente dell’Antimafia, è tornato sullo stesso punto: intermediari e faccendieri erano tornati – «ammesso che ne fossero mai usciti» – a presidiare aziende sanitarie, partecipate, enti vigilati e assessorati. Quattro anni dopo, dunque, sono ancora lì. Viene spontaneo chiedersi: che fine hanno fatto i buoni propositi? Chi ne ha ricostruito sfere d’influenza, incarichi, affari e relazioni con la macchina regionale?
Vale anche per il pagnottismo. Bisognerebbe mettere in fila incarichi, affidamenti, consulenze, professionisti della comunicazione e relative stranezze; verificare quante volte ricorrono gli stessi nomi e quali amministrazioni li scelgono. Il pagnottismo non è necessariamente un reato: è un sistema di prossimità al potere che può trasformarsi in moltiplicatore di incarichi e piccioli. Proprio perché molte operazioni possono essere formalmente legittime, è sul piano politico e morale che andrebbero misurate. Fra le relazioni pubblicate dall’Antimafia dell’Ars una radiografia organica di questo circuito non compare.
Il paradosso si completa guardando dentro la stessa Commissione. Giuseppe Castiglione si dimise dall’Antimafia nel marzo 2025 dopo il coinvolgimento nell’inchiesta Mercurio ed è stato poi rinviato a giudizio per voto di scambio politico-mafioso; cessata la sospensione, è tornato a esercitare le funzioni di deputato. Michele Mancuso si autosospese a gennaio ed è stato poi posto ai domiciliari nell’inchiesta sui fondi per gli spettacoli nel Nisseno; è quindi cessato dalla Commissione ed è stato sospeso di diritto dalla carica di deputato. Per entrambi vale la presunzione d’innocenza. Ma il dato istituzionale resta: due componenti hanno lasciato l’Antimafia in seguito a vicende giudiziarie attinenti proprio ai fenomeni sui quali essa è chiamata a vigilare.
Resta infine una questione concreta. I deputati non percepiscono gettoni per sedersi in Commissione, ma l’organismo dispone di segreteria, assistenza degli uffici dell’Ars, audizioni, missioni e sedute fuori sede: utilizza dunque strutture e risorse pubbliche. Non emerge una cifra unica che ne quantifichi il costo complessivo. Ma la domanda resta: le risorse impiegate sono proporzionate ai risultati e ai compiti che la legge le assegna?
La difesa di Pantò
«Ho sempre rispettato e continuo a rispettare il lavoro della Commissione regionale Antimafia e dell’onorevole Antonello Cracolici. Proprio per rispetto delle istituzioni, però, ritengo sia arrivato il momento di restituire ai cittadini una ricostruzione completa dei fatti e dei numeri relativi agli anni nei quali ho avuto l’onore e la responsabilità di guidare la SAS». Lo dichiara Mauro Pantò, già presidente del Consiglio di amministrazione della SAS, intervenendo dopo la diffusione della relazione della Commissione regionale Antimafia sulla società partecipata regionale.
«Non intendo alimentare alcuna contrapposizione politica – prosegue Pantò – ma non posso accettare che tre anni di lavoro, che hanno consentito di affrontare e portare a compimento processi di stabilizzazione che per decenni erano rimasti irrisolti, vengano rappresentati attraverso una narrazione scandalistica che rischia di confondere responsabilità, periodi temporali e obblighi di legge. Ho svolto il mandato conferitomi nel 2023 dal presidente della Regione Renato Schifani con dedizione, nel rispetto delle norme e dando attuazione agli indirizzi del legislatore regionale, affrontando processi complessi come quelli relativi agli ex PIP, ai lavoratori Keller, Ferrotel, ASU e agli altri bacini di precariato interessati dalle disposizioni regionali».
LE DECISIONI DELLA SAS ERANO COLLEGIALI
«C’è innanzitutto un dato che non può essere ignorato: il presidente di un CdA non governa da solo una società. Nel periodo nel quale ho ricoperto l’incarico, il Consiglio di amministrazione era composto da tre componenti e tutte le deliberazioni assunte dall’organo sono state approvate all’unanimità. Non esiste, dunque, una singola deliberazione del CdA che possa essere ricondotta a una scelta personale del presidente. Le decisioni venivano assunte collegialmente e, nei casi previsti, sottoposte agli ulteriori controlli e alle competenze degli organi preposti. Lo stesso vale per il Collegio sindacale. La relazione della Commissione evidenzia la permanenza dell’organo in regime di prorogatio, ma occorre precisare che la nomina del nuovo Collegio sindacale compete al socio e non al Consiglio di amministrazione della SAS. Inoltre, in ogni singola convocazione dell’Assemblea dei Soci abbiamo sempre inserito il punto: “nomina nuovo collegio sindacale”. Non può pertanto essere attribuita alla governance aziendale una responsabilità per il mancato rinnovo di un organo la cui nomina non rientra nelle sue competenze».
IL CONTENZIOSO È IN LARGA PARTE EREDITATO DAL PASSATO
«Un secondo elemento che deve essere correttamente rappresentato riguarda il contenzioso del lavoro. La SAS si è trovata a gestire negli anni un contenzioso enorme, generato in larga parte dalle vicende del personale proveniente da precedenti società e bacini occupazionali. Si tratta di controversie che non sono state “create” dalla governance 2023-2026, ma che la società ha dovuto necessariamente affrontare per difendersi davanti ai giudici. È quindi metodologicamente scorretto utilizzare il dato complessivo degli incarichi legali del periodo 2021-2025 per rappresentare la gestione del presidente Pantò. Nel 2021 e nel 2022, infatti, il sottoscritto non era alla guida della SAS e vi era un’altra governance; i 907.445 euro indicati nella relazione dalla Commissione si riferiscono inoltre a un arco temporale nel quale si sono succedute diverse amministrazioni. La società, pur essendo interamente pubblica, non può avvalersi della difesa dell’Avvocatura dello Stato come avviene per la Regione Siciliana e deve pertanto assicurare la propria difesa in giudizio attraverso professionisti esterni. I compensi sono stati determinati nel rispetto dei parametri forensi, nella misura dei minimi tariffari, applicabili e non attraverso compensi arbitrariamente determinati dalla governance. La disciplina degli incarichi è stata inoltre accompagnata da un regolamento dell’albo degli avvocati, aperto ai professionisti in possesso dei requisiti, che prevedeva una specifica garanzia: nessun professionista poteva ricevere più di tre incarichi annualmente. Anche questo è un elemento di trasparenza che merita di essere conosciuto».
LE CATEGORIE PROTETTE: NON UNA SCELTA DISCREZIONALE, MA UN OBBLIGO DI LEGGE
«Particolarmente importante è poi ristabilire la verità sulle assunzioni delle persone appartenenti alle categorie protette. L’obbligo di assunzione non nasce da una decisione discrezionale del Consiglio di amministrazione. Per una società delle dimensioni della SAS, l’inserimento delle persone appartenenti alle categorie protette discende dalla legge n. 68 del 1999 e dalle relative quote d’obbligo. La SAS si è trovata a dover colmare un deficit di assunzioni accumulato negli anni precedenti. Le precedenti gestioni non avevano infatti integralmente adempiuto agli obblighi previsti dalla normativa, esponendo la società anche ai relativi rischi sanzionatori. Con l’imponente processo di stabilizzazione del personale, la SAS si è quindi trovata nella necessità di riallineare anche la propria situazione rispetto agli obblighi di legge sulle categorie protette. Non si trattava di scegliere se assumere o meno quelle persone: si trattava di adempiere a un preciso obbligo normativo. Le procedure sono state svolte regolarmente e non corrisponde alla realtà dei fatti la rappresentazione secondo cui gli avvisi sarebbero stati sistematicamente pubblicati nei periodi meno favorevoli alla partecipazione. Gli avvisi richiamati risalgono, tra l’altro, a periodi quali l’inizio di giugno e l’inizio di dicembre. Anche la questione dei tutor merita una precisazione. La figura del tutor non è stata inventata dalla governance della SAS, ma bensì dal compianto Marco Biagi, che il Presidente Cracolici dovrebbe conoscere bene. Infatti, con l’art. 14 del D.Lgs. 276/2003 (Legge Biagi) veniva previsto espressamente che l’ente o la società metta a disposizione attività di tutoraggio e affiancamento professionale e sociale al fine di sostenere il percorso lavorativo della persona disabile. ».
LA TRANSAZIONE DA 640 MILA EURO: UNA SCELTA ASSUNTA DI FRONTE A UN RISCHIO DI SOCCOMBENZA DI 1,8 MILIONI
«Infine, ritengo doveroso chiarire la vicenda della transazione da 640 mila euro, che viene definita nella relazione con un’espressione particolarmente forte. Quella transazione non è stata il frutto di un “capriccio” della governance e certamente non è stata assunta senza una preventiva valutazione giuridica. La decisione è stata preceduta da un parere legale del professor Massimiliano Marinelli, professore ordinario di Diritto del lavoro dell’Università degli Studi di Palermo, che aveva evidenziato un fortissimo rischio di soccombenza della società, quantificato in circa 1,8 milioni di euro. Di fronte a un rischio di tale entità, la scelta di definire la controversia attraverso una transazione di 640 mila euro è stata una decisione ponderata, sofferta e supportata da un autorevole parere professionale. Occorre anche considerare l’altro lato della vicenda: qualora la società avesse deciso di non transigere e fosse successivamente risultata soccombente per una somma prossima a quella indicata nel parere, si sarebbe potuto porre, evidentemente, anche un problema di responsabilità degli amministratori per non aver adeguatamente valutato un rischio così rilevante. Non si può giudicare una transazione guardando soltanto alla somma pagata, senza considerare il rischio economico che quella transazione consentiva di evitare.»
LE CONSULENZE E IL PROCESSO DI STABILIZZAZIONE
«Lo stesso principio vale per gli incarichi professionali diversi dalla difesa giudiziale. La governance che ho avuto l’onore di rappresentare si è trovata ad affrontare una mole straordinaria di adempimenti connessi ai processi di stabilizzazione previsti dal legislatore regionale. Commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro sono stati chiamati a supportare la società in una fase amministrativa e organizzativa di particolare complessità. Si è trattato di una vera e propria task force, nella quale sono state coinvolte professionalità di assoluto rilievo, anche provenienti dal mondo universitario e dagli ordini professionali, oltre alle competenze interne della SAS. Il ricorso alla task force di professionisti nei processi di stabilizzazione è stato necessario (e autorizzato dal c. anal.) alla luce dell’inadeguatezza dell’assetto dirigenziale della società, come per altro precisato dalla stessa Commissione Antimafia. Il risultato di quel lavoro è sotto gli occhi di tutti: un processo di stabilizzazione che per oltre vent’anni era rimasto una chimera è stato finalmente portato a compimento. Questo risultato non appartiene a una singola persona. Appartiene ai lavoratori della SAS (che hanno lavorato anche di sabato e domenica pur di rispettare il timing concordato con i sindacati), agli uffici, ai professionisti che hanno collaborato al progetto e al Consiglio di amministrazione che ha assunto la responsabilità di governarlo».
I NUMERI DELLA GESTIONE
«A chi oggi parla di una società “fuori controllo” ricordo infine che esistono anche i numeri economici e finanziari, che non sono opinioni politiche. La SAS ha approvato il bilancio al 31 dicembre 2025 con un utile di gestione. È un dato che deve essere letto insieme agli enormi processi di stabilizzazione affrontati, al personale proveniente dai precedenti bacini occupazionali, al contenzioso ereditato e alla complessità delle funzioni svolte dalla società. Non sostengo che la SAS non debba essere ulteriormente migliorata, né che non debbano essere rafforzati i sistemi di controllo. Al contrario: ogni società pubblica deve essere sottoposta a controlli rigorosi e trasparenti. Ma una cosa è chiedere di migliorare un sistema; altra cosa è rappresentare tre anni di gestione come una realtà “fuori controllo”. Gli atti, le deliberazioni unanimi del CdA, i controlli effettuati, i pareri acquisiti e i risultati conseguiti raccontano una storia molto più articolata di quella contenuta nella rappresentazione scandalistica di questi giorni. Ho piena fiducia nelle istituzioni deputate a verificare gli atti e sono certo che, quando la ricostruzione sarà confrontata con tutta la documentazione, emergeranno con chiarezza le responsabilità di ciascuna gestione e, soprattutto, ciò che è stato effettivamente fatto nell’interesse della società e dei lavoratori. La trasparenza è un valore quando riguarda tutti. Ed è proprio per questo che ritengo doveroso, oggi, che alla narrazione politica si affianchino finalmente i fatti, gli atti e i numeri


