Perché si scrive un libro con, in copertina, un gatto bianco e nero che ti guarda dalla cima di una scala? La risposta alla fine. Intanto, racconto chi è. Si chiama(va) Pio, è stato con la mia adorata Paola e con me il tempo necessario per amare e farsi amare immensamente. La domanda etica sull’amore per i cani, per i gatti, per i pappagallini, etc etc… risparmiamocela. Si ama e si viene amati. Punto.

Pio (Piuzzo) ha lasciato un profumo incancellabile. Nel libro si avverte.

Perché si scrive un libro dove c’è la memoria insistente di un padre? Alla fine la risposta. Chi era? Antonino Puglisi, mio padre, appunto, era un professore di Italiano e Latino al Liceo. Nessuno lo chiamò mai Antonino. Quasi tutti, Antonio. Solo alcuni, Nino. A casa dei miei nonni, invece, ma solo lì, Ninni. E non ho mai capito perché. Andò via in una notte serena all’ospedale San Matteo di Pavia. Sapete, la sanità siciliana aveva molti problemi allora – sembra incredibile! – non è come adesso che tutto funziona a meraviglia..

Aveva 43 anni e io 17. Quella notte lo sognai. Antonino Puglisi morì in tempo per non vedere morire suo figlio, mio fratello Marcello. In questo, forse, Dio ebbe misericordia di lui.
Perché si scrive un libro dove ci sono anche i morti, ma pure i vivi? Ecco la risposta che vale per tutto. Per vederli tornare, perché tornano davvero. Due sono i modi per (ri)vedere coloro che abbiamo amato: uno è morire, ma tutti vorremmo comunque durare, pur credendo nella vita infinita. L’altro è scrivere. Per questo ho scritto – è la notizia che non andrebbe mai messa all’ultimo, lo so – ‘Amare vuol dire non perdersi mai’ (Ed. Navarra). Sono tornati, infatti, con il profumo e gli sguardi, con i volti che non ho mai smesso di amare. Scrivere non mi ha dato dolore, ma un trabocco di felicità, come un bambino che si sveglia ed è già estate. Sarà così anche per voi, se mi farete l’onore di leggere?