A Milano il noto giornalista Mario Calabresi, che ha diretto La Stampa e la Repubblica, lascerà il suo autorevole podcast per candidarsi a sindaco. A Catania invece, per conquistare Palazzo degli Elefanti, si parte dalla pescheria e si passa da Tik Tok. Non è una battuta sul divario tra Nord e Sud. E’ piuttosto una fotografia della politica italiana nell’era della notorietà: cambiano i curriculum, resta identico il requisito d’accesso. A Catania purtroppo non c’è Calabresi ma Gaetano Finocchiaro, conosciuto sui social come quello “della Pescheria”, un tiktoker che vanta comunque centottantamila follower ed è stato indicato come frontman di una lista che vuole scendere in campo alle prossime elezioni comunali. L’obiettivo dichiarato è quello di defenestrare il sindaco Enrico Trantino. Il partito sarebbe “Librino chiama Catania” e Finocchiaro ne sarebbe il capolista. Ma quand’è che abbiamo cominciato a confondere la visibilità con l’autorevolezza e soprattutto con il consenso? Perché centottantamila follower non equivalgono a centottantamila elettori. Un like non è una preferenza, come un reel non è un programma amministrativo. Non solo. Denunciare una buca in trenta secondi è certamente utile, ma amministrare la strada dove quella buca si trova richiede bilanci, appalti, norme, e quella cosa certamente poco instagrammabile che un tempo chiamavamo competenza.

Il caso di Catania è interessante proprio perché Catania c’entra fino a un certo punto: sono cose che ormai succedono in Italia, in Europa, in tutto mondo. Parola d’ordine: esibizione. Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa a TikTok: gli influencer hanno trovato la porta aperta, anzi spalancata. La politica tradizionale si è ingessata proprio mentre la società accelerava e i social inventavano un linguaggio più diretto e immediato. Oggi chi comunica meglio? La risposta è scontata. Ed è sulla rapidità e sull’efficacia della comunicazione che nasce il fenomeno al quale si collega sia la discesa in campo di Calabresi sia l’iniziativa catanese di Finocchiaro & C. Perché dalla sacrosanta esigenza di rompere il linguaggio imbalsamato della politica al convincimento che chiunque abbia una videocamera frontale possa governare una città, il passo è breve. È la democratizzazione della visibilità. Anzi, è la convinzione che essere guardati equivalga ad avere qualcosa da dire. Una volta il mitomane raccontava al bar di conoscere Andreotti. Oggi fa una storia con l’assessore e tagga Andreotti, se possibile anche da morto.

I social hanno compiuto un piccolo miracolo antropologico: hanno dato a Narciso un contatore, che adesso può sapere esattamente quante persone lo stanno guardando. E la politica, che di narcisi non è mai stata sprovvista, ha scoperto immediatamente le potenzialità dello strumento. Mentre il voto arriva ogni cinque anni, il like arriva dopo cinque secondi, e può essere una grande tentazione. Eppure governare non significa raccontare i problemi, significa risolverli. E’ qui che la faccenda smette di far ridere. Il resto lo decideranno gli elettori, sempre che tornino a votare. E sempre che, entrando nella cabina elettorale, si ricordino che sulla scheda non c’è il cuoricino.