Salvini promette un aeroporto ad Agrigento. Il dettaglio è che prima bisognerebbe arrivarci. Nella Sicilia delle ferrovie interrotte e delle autostrade a singhiozzo, il ministro dei Trasporti non si presenta con un piano per rimettere in piedi i collegamenti esistenti. Ma con una pista nuova, buona per il 2035 e perfetta per l’ultima settimana di campagna elettorale. Il resto — passeggeri, costi di gestione, sostenibilità economica, collegamenti con la rete esistente — può aspettare.

Il teatro è Agrigento, dove il centrodestra si presenta diviso e ognuno prova a piantare la propria bandierina. Salvini è arrivato per sostenere Luigi Gentile e ha parlato dell’aeroporto. Il ministro ha infilato la città dei Templi nel nuovo Piano nazionale degli aeroporti 2026-2035, presentato dal Mit come documento strategico per accompagnare la crescita del traffico aereo e lo sviluppo degli scali regionali. Nel comunicato del ministero si parla di 230 milioni di passeggeri nell’ultimo anno e di una previsione da 305 milioni al 2035. Numeri grandi, orizzonti lunghi, parole perfette per un comizio. Meno chiaro, almeno per ora, è tutto il resto: chi paga, quanto costa mantenere lo scalo, quanti passeggeri lo useranno davvero, come si integra con Palermo, Catania, Trapani e Comiso.

Schifani, che pure di solito non si sottrae alla liturgia degli annunci, stavolta ha frenato. Ha chiesto di conoscere «ulteriori e più precisi dettagli», di verificare le fonti di finanziamento, la sostenibilità economica, i flussi di passeggeri, i costi di gestione e l’utilità dell’opera rispetto alla rete aeroportuale siciliana. Tradotto: prima di vendere l’aeroporto agli agrigentini, almeno capire se sta in piedi.

Anche perché, mentre Salvini parla di voli, la ferrovia Palermo-Agrigento si ferma per lavori. Rfi ha programmato interventi di potenziamento e manutenzione straordinaria dal 15 maggio al 30 settembre, con sospensioni della circolazione tra Lercara Diramazione e Agrigento e, in un’altra fase, tra Fiumetorto e Lercara Diramazione. La Statale non sta molto meglio. Lo scorrimento veloce Palermo-Agrigento è diventato negli anni un manuale dell’incompiuta siciliana: i lavori sul tratto Bolognetta-bivio Manganaro sono partiti nel 2013 e, dodici anni dopo, risultavano completati appena otto chilometri sui trentasette interessati dal cantiere. Poi revoche, riaffidamenti, tratti bloccati, viadotti fermi per mesi.

La Strada degli Scrittori, che collega Porto Empedocle, Agrigento e Caltanissetta, è stata per anni un monumento alla lentezza. Le autostrade siciliane – in generale – restano un atlante di restringimenti, deviazioni, viadotti pericolanti. La A19 Palermo-Catania, più che un’arteria, è una prova iniziatica (nonostante Schifani, da commissario dell’opera, abbia provato a dare un’accelerazione ai lavori eterni). Ma la campagna elettorale non ama le manutenzioni, i lotti incompiuti, le bretelle, i cronoprogrammi. Bensì le grandi opere, soprattutto quando sono abbastanza lontane da non dover essere verificate subito.

È lo stesso copione del Ponte sullo Stretto. La promessa delle promesse, il fondale fisso di ogni campagna elettorale, l’opera che dovrebbe cambiare il destino della Sicilia e che intanto continua a inciampare negli atti. La Corte dei conti ha negato il visto di legittimità alla delibera Cipess sul progetto, fermando l’efficacia dell’atto e costringendo il governo a rimettere mano al percorso. E poi ci sono i soldi. Secondo La Sicilia, il governo ha spostato in avanti 2,8 miliardi inizialmente previsti per il Ponte tra il 2026 e il 2029, rinviandoli al periodo 2030-2034. Dentro quella rimodulazione ci sarebbero anche risorse del Fondo sviluppo e coesione, cioè soldi che in Sicilia avrebbero potuto finanziare infrastrutture più urgenti, più vicine, più utili alla vita quotidiana. Il Ponte può attendere, insomma. Ma intanto ha già assorbito il dibattito e occupato la scena.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si prendono problemi reali e li si copre con opere enormi. Prendete i termovalorizzatori. La Regione ha annunciato la consegna dei progetti di fattibilità tecnico-economica per gli impianti di Palermo e Catania, con Schifani che parla di “traguardo sempre più vicino”. Peccato che, tra progetto, autorizzazioni, gare e cantieri, siamo ancora nel guado. Lo stesso vale per l’acqua. La Sicilia della siccità, delle reti colabrodo e dei rubinetti a singhiozzo si aggrappa ai dissalatori, ma anche lì si procede per emergenza, deroghe e commissari. A Porto Empedocle è servito un decreto urgente del commissario nazionale Fabio Ciciliano per prorogare fino al 30 ottobre 2026 l’esercizio provvisorio della “fase 1” dell’impianto mobile. Senza quel provvedimento, l’impianto avrebbe rischiato lo stop.

Antonello Piraneo, direttore de La Sicilia, l’ha scritto meglio di tutti: “A Messina – dove si voterà tra una settimana per eleggere il sindaco e il Consiglio comunale – si parla anche della copertura dello stadio “Franco Scoglio” con vista sugli Europei 2032, si trovano 33,2 milioni per asfaltare strade di ogni tipo e quartiere. E poi volete mettere gli aeroporti? Sempre nel Messinese si rilancia quello tirrenico, giusto tra Barcellona Pozzo di Gotto e Milazzo, immancabilmente anch’esse città entrambe al voto, finora soltanto un progetto disegnato su pregiata carta intestata. Praticamente uno scalo gemello a quello di Agrigento”. E infine: “Pare che ad Enna, terzo capoluogo siciliano al voto, sarà portato il mare e che al passaggio di Mosè si apriranno le acque”.

La domanda, allora, non è se Agrigento meriti un aeroporto. Ogni territorio merita collegamenti, sviluppo, attenzione. La domanda è un’altra: si può continuare a trattare i siciliani come se avessero l’anello al naso? Si può promettere un aeroporto dove prima bisognerebbe garantire una ferrovia funzionante, una statale decente, collegamenti rapidi, servizi essenziali, acqua nei rubinetti e rifiuti gestiti senza emergenze? La risposta, purtroppo, arriva puntuale a ogni campagna elettorale…