Il vento della finzione, della facile propaganda, della preoccupazione montante, sferza Termini Imerese da una decina d’anni. Nel 2009 l’ex amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, annunciò lo stop della produzione, che sarebbe diventato effettivo da lì a breve: il 31 dicembre 2011 lo stabilimento venne dismesso. E con esso, cambiò per sempre la vita di mille lavoratori, gli stessi che oggi si arrabattano per portare a casa un dannato ammortizzatore sociale – altro che reddito di cittadinanza – inseguendo una speranza che ogni giorno si affievolisce: far ritorno in fabbrica. Chiedetelo a chi ha perso il lavoro se ha voglia di starsene sul divano a rigirare i pollici in attesa del sussidio.

A Termini, da oltre quattro anni, è arrivata Blutec, la newco piemontese che produce componenti per le auto. E che avrebbe dovuto portare a compimento la missione per cui il governo gli aveva consegnato le chiavi dell’ex Fiat: ridare stabilità ai dipendenti e fare in modo che Termini diventasse il polo dell’auto elettrica. Un’iniziativa unica nel suo genere, lungimirante, che avrebbe reso tutto il distretto finalmente produttivo. Ma quel vecchio progetto, mai abbandonato del tutto, giace oggi in un cassetto al Ministero dello Sviluppo Economico. E pensare che Blutec, per portarlo in fondo, aveva anche attinto a un bel gruzzoletto di fondi pubblici: 20 milioni di euro che non si sa bene che fine abbiano fatto e che il gruppo piemontese deve restituire a Invitalia. La prima tranche, di 4,5 milioni, in questi giorni: ma nessuno li ha ancora visti.

In questo cortocircuito, innescato nel 2015, ha fatto irruzione con forza Luigi Di Maio. Che lo scorso 26 ottobre, in occasione di una cena organizzata a Termini Imerese per comunicare a 21 lavoratori dell’indotto che avrebbero ottenuto la riconferma della cassa integrazione, fece una puntatina davanti ai cancelli della Blutec, dove ad attenderlo c’erano 200 lavoratori in disarmo. “Intanto vi dico che gli ammortizzatori sociali li avrete – esordì il Ministro – ma qui bisogna trovare una soluzione una volta per tutte. Blutec deve rispettare gli impegni perché ha preso soldi pubblici. E lo stesso deve fare Fca (Fiat Chrysler) che deve dare le commesse. Qui difenderemo il lavoro ma anche il futuro dell’auto ibrida”. Di Maio sembrava crederci davvero anche se nel 2014, presentandosi a Termini da “semplice” capo del Movimento 5 Stelle, aveva teorizzato una riconversione degli stabilimenti in qualcosa – non meglio precisato – che avesse vocazione turistica. Probabilmente un luna park.

IL VIDEO DI FARAONE SULLE BUGIE DI DI MAIO

Ma il passato è passato. Il ruolo di governo, che presuppone maggiori responsabilità, impone a Di Maio l’ennesima retromarcia: forse è il caso di far fare a queste persone ciò che gli riesce meglio, ossia continuare a produrre auto. Ecco i motivi dell’impegno assunto a ottobre e non ancora mantenuto. Perché se è vero come è vero che a inizio gennaio, durante un tavolo al Mise, i lavoratori e le sigle sindacali hanno avuto la garanzia che per 560 di loro scatterà la cassa integrazione per tutto il 2019, il decreto non è ancora stato pubblicato. Così come Di Maio non ha provveduto al rinnovo della Naspi (il vecchio assegno di disoccupazione) per i 62 lavoratori dell’indotto cui è scaduta alla fine dell’anno scorso. Inoltre, e di questo si lagnano i sindacati, le orecchie a Blutec il governo non le avrebbe tirate per benino. In una nota che porta la firma del segretario regionale della Fiom, Roberto Mastrosimone, e del segretario nazionale De Palma, si evince che “l’azienda non sta rispettando nessuno degli impegni assunti al Mise a metà dicembre su Metàsalute, sulla copertura di Cometa (il Tfr), sulla corresponsione del welfare aziendale (da 150 euro) e sul pagamento degli stipendi entro il 15 gennaio per i 130 lavoratori rientrati in fabbrica”.

Già, perché a Termini la situazione è ripartita in questo modo: all’interno della fabbrica lavorano in 130. Fuori ne restano 560, che attendono l’ufficialità della cassa integrazione – ma per Mastrosimone “c’è l’impegno di richiamarli tutti quanti entro l’anno” – e 300 operai dell’indotto, suddivisi tra mobilità in deroga e Naspi (tranne i 62 di cui sopra). La vita di mille famiglie a soqquadro, nel senso più letterale del termine. Blutec, nel suo vertice al Ministero dello scorso 19 dicembre, aveva annunciato un nuovo piano industriale per dare respiro al progetto dell’auto ibrida e alla vita di mille persone perennemente in attesa: “Il nostro è un progetto serio e articolato – aveva detto l’ad del gruppo, Di Cursi – che coinvolge grandi produttori internazionali e punta sulle nuove sfide della mobilità green e sostenibile. Il nostro piano occupazionale prevede il riassorbimento graduale dei lavoratori di Termini Imerese nel corso del 2019”. Fra le varie commesse dell’azienda rientra la produzione del nuovo Doblò (slittata da dicembre a febbraio) e di una vettura elettrica legata a un’impresa cinese (la Jac), mentre non è confermato il processo di elettrificazione del Ducato, che consentirebbe un rientro massivo di operai in fabbrica.

Chi spinge sul pedale dell’acceleratore? A occhio e croce dovrebbe farlo il governo. Anche se lo stesso Di Maio – comparsata del 26 ottobre a parte – spesso ha disertato i tavoli da lui stesso convocati al Ministero. A cui hanno partecipato i tecnici e, talvolta, parlamentari di altri partiti, come Davide Faraone e Carmelo Miceli in rappresentanza del Pd: “Il caso di Termini è un emblema di come i Cinque Stelle siano velocissimi a cambiare idea. Nel 2014, mentre il Pd era al governo, Di Maio si presentò da capo politico del partito e disse di volerci fare un luna park, azzerando la possibilità di mantenere una vocazione industriale – spiega oggi il segretario regionale “dem” – Poi è tornato da vice-premier, nel periodo in cui si rimangiava qualsiasi cosa (dall’Ilva alla Tav), dicendo che doveva diventare un polo per l’automobile. Noi non abbiamo fatto mai mancare alcun tipo di ammortizzatore sociale a quei lavoratori. Questo governo, invece, non solo mette in discussione la garanzia degli ammortizzatori, ma non muove un dito per far proseguire a Blutec gli investimenti in quell’area. Oltre a essere inefficaci sono bugiardi seriali”.

Faraone, che ha anche pubblicato un video su Facebook a testimonianza di come Di Maio cambi spesso idea, pretende un cambio di passo: “Bisogna capire se Blutec è in grado di mantenere gli impegni. Se così non fosse, il governo deve prenderne atto e prospettare qualcosa di diverso. Non può stare a guardare senza occuparsi del problema. Termini deve tornare un sito produttivo, non ci si deve cullare sulla protezione fornita dagli ammortizzatori”. “Ma la mia impressione – chiude laconico il nuovo segretario del Pd – è che questi stiano investendo sempre più sull’idea del reddito di cittadinanza, cioè su un’economia non produttiva ma assistenziale”. Anche Mastrosimone, il segretario regionale della Fiom Cgil, vorrebbe evitare di chiamare i lavoratori a raccolta per una nuova manifestazione di piazza: “Di Maio era venuto davanti ai cancelli dello stabilimento per assicurare, se Blutec non fosse stata in grado di andare avanti, di aprire un confronto con Fca in quanto responsabile del disastro di Termini Imerese. E di fare pressione affinché su Termini si potessero rivedere le scelte, direttamente o indirettamente, per dare un futuro a mille lavoratori”.

Intanto si riparte da una richiesta di incontro con il governatore Musumeci e col prefetto di Palermo. E dallo sblocco della cassa integrazione, che ora come ora rischia di apparire la panacea di tutti i mali. Ma è solo la punta di un iceberg che si sgretola.