Una Finanziaria colabrodo

Da sinistra, l'ex assessore all'Economia, Gaetano Armao, e l'ex presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci

Per trovare i primi ristori bisogna scorrere fino all’articolo 101, intitolato “Contributo ai comuni per interventi sulle sale cinematografiche”. Valore dell’operazione: 5 milioni. Poi, qua e là, ritroviamo un “contributo straordinario per le imprese che gestiscono sale cinematografiche e per le imprese dello spettacolo” (5 milioni, se non hai già preso i soldi del Furs, il fondo unico degli spettacoli); “misure di sostegno a favore degli esercenti di sale cinematografiche e attività fotografiche” (2 milioni); “ristori per i settori della ristorazione, dell’organizzazione wedding e delle cerimonie e della moda” (2 milioni); e ancora, “ristori per il settore dell’organizzazione eventi” (3 milioni); “misure di sostegno a favore delle imprese dell’intrattenimento” (1 milione); “ristori per il settore del noleggio con conducente” (7 milioni). Il totale fa 25. Venticinque milioni, per sfuggire ai morsi della pandemia. “Sappiamo che sono briciole – ha ammesso il governatore, Nello Musumeci – ma la Regione vive di risorse derivate”. Mentre l’assessore alla Salute, Ruggero Razza, ha garantito che i ristori saranno erogati, ma per via amministrativa, pur non comparendo nella manovra. Della serie, “dovete fidarvi”.

I FONDI POC DI CARTONE – Ma c’è un altro elemento che rende la Finanziaria inattendibile, per certi versi scoraggiante. Il fatto che questi pochi spiccioli siano iscritti al Capo IV, denominato “Interventi a valere sul Poc 2014/20”. Significa che questi soldi non sono nell’immediata disponibilità della Regione. Si tratta, al contrario, di risorse extraregionali già “impegnate”. Per modificare la loro destinazione d’uso – investimenti, per larga parte – sono necessarie procedure farraginose, che prevedono, innanzi tutto, l’individuazione delle “voci” libere da impegni giuridicamente vincolanti; poi, il definanziamento del capitolo di spesa; quindi, la richiesta di riprogrammazione; e, infine, l’avallo dello Stato. Che non sempre arriva. Non è così scontato ottenere da Roma la possibilità di dirottare sulla spesa corrente – che si “brucia” in un anno – soldi utili a completare un’infrastruttura o a finanziare un progetto di ampio respiro. La Finanziaria dello scorso anno, tuttora inattuata, ce lo insegna. Morale della favola: i Poc sono soldi di cartone. Della serie, “non contateci”.

IL PRESUNTO DISAVANZO – Questa è soltanto una delle anomalie della Legge di Stabilità 2021. La seconda, di cui potrebbe risentire l’impalcatura dell’intero Ddl (non solo i ristori, ma anche i contributi a pioggia per enti, associazioni, rassegne e sagre varie), è legata alla presenza di coperture molto incerte. La Corte dei Conti non ha ancora parificato il rendiconto 2019, che la Regione aveva approvato ad agosto, ritirato in autotutela il 26 gennaio – a causa della segnalazione di alcune poste di bilancio errate (per 300 milioni) – e infine ri-deliberato (con correttivi) il 5 marzo. Senza il via libera della magistratura contabile, però, sarà impossibile conoscere con esattezza gli avanzi di amministrazione (Armao, nella manovra, ha fatto riferimento a quelli del 2018), ma soprattutto il nuovo disavanzo. Se dovesse ripresentarsi un deficit, la Regione sarebbe costretta ad accantonare le somme per porvi rimedio entro tre anni. Stravolgendo – dipende dalla portata del disavanzo stesso – l’impianto complessivo della legge. La ragioneria generale e l’assessore all’Economia hanno accantonato cento milioni all’uopo: ma non è detto che basteranno.

L’IMPUGNATIVA DELLO STATO – Sulla testa di Palazzo d’Orleans, infatti, pende un’altra minaccia da 35 milioni. Dovuta all’impugnativa delle variazioni di bilancio (la legge 33 del 2020) da parte del governo Draghi. La Regione e l’Assemblea, il 28 dicembre 2020, garantirono che le variazioni sarebbero state coperte dall’accordo con lo Stato per la spalmatura del disavanzo in dieci anni; e che il rinvio della prima rata, avrebbe liberato risorse per 421 milioni (da reimpiegare, in parte, per le variazioni stesse. Peccato che Conte e Musumeci porranno la firma sull’accordo solo il 14 gennaio: secondo il Consiglio dei Ministri, pertanto, “le disposizioni si pongono in contrasto con il principio dell’annualità del bilancio e conseguentemente dell’articolo 81 della Costituzione”. Ecco i motivi dell’impugnativa. Armao l’ha sempre considerata di natura formale e non sostanziale, spiegando che sarebbe bastato un incontro col ministro Gelmini per ridurre la questione a un mero incidente di percorso.

L’interlocuzione è tuttora aperta, ma, notificato il provvedimento all’Avvocatura generale, la Regione ha deciso di resistere di fronte alla Consulta. “In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale – secondo gli uffici dell’Ars – ne conseguirebbero effetti sulla gestione 2020 per la parte relativa all’assunzione di impegni di spesa in violazione dei principi contabili che, secondo una prima stima, suscettibile di successivi approfondimenti, sarebbero quantificabili in 35,3 milioni di euro”. Anche se – ci tiene a precisare la relazione – “considerato che la legge regionale n.33/2020 è tuttora vigente, l’impugnativa in atto non ha refluenza sull’esame dei disegni di bilancio e di stabilità per il 2021”. Musumeci, traendo spunto dal finale (senza dare peso al resto), è sceso nell’arena di Sala d’Ercole, e comandato all’esercito – i deputati – di andare avanti nei lavori. E se dovesse palesarsi il buco? Armao ha garantito che il fondo accantonamenti/contenziosi è lì per quello. Il Movimento 5 Stelle, al contrario, sostiene che il ragioniere generale, in commissione Bilancio, avesse dichiarato l’esatto contrario: cioè che quel tesoretto non si tocca. Della serie, “chi vivrà vedrà”.

I FITTI PASSIVI DELLA REGIONE – Mentre l’Ars si arrovella per dare un senso agli oltre duemila emendamenti, e viaggia alla velocità di crociera di una manciata di articoli al giorno (del Ddl Stabilità ne fanno parte 161), la Sicilia da quasi tre settimane è in gestione provvisoria, cioè con la spesa bloccata. Gli unici pagamenti indifferibili, previsti per legge, sono mutui, stipendi e utenze varie. L’esercizio provvisorio è scaduto il 28 febbraio e la Regione ha scelto di non rinnovarlo rispettando l’accordo con lo Stato, che al punto 4) nega questa possibilità. E, nel contempo, oltre a un taglio di 40 milioni per l’esercizio in corso, impone riduzioni tout court: dalla dotazione organica alle pensioni degli ex dipendenti, dai vitalizi dei parlamentari agli affitti. A tal proposito, dopo anni di interrogativi, gli uffici dell’assessorato all’Economia hanno messo un punto fermo, quantificando il valore complessivo dei fitti passivi: 39,8 milioni per il 2021, 40 per il 2022 e 2023. Servirà una bella sforbiciata: il risparmio, per quest’anno, sarà di 986 mila euro. Inoltre, il deputato M5s Nuccio Di Paola, assieme ai colleghi Cappello, Di Caro e De Luca, è riuscito a far approvare un emendamento che prevede il “completamento del censimento del patrimonio immobiliare della Regione”. Miracolo.

La maledizione ultradecennale degli immobili, unita alle dichiarazioni dell’ex dirigente Tuccio D’Urso a proposito dei fondi immobiliari delle Cayman, aveva portato la commissione antimafia presieduta da Claudio Fava, a richiedere il computo totale dei costi sostenuti dalla Regione per gli affitti. Ricevendo in cambio silenzio: “Com’è possibile – ha detto Fava ad Armao, nel corso della seduta di martedì a Sala d’Ercole – che il suo capo di gabinetto, su specifica richiesta della commissione Antimafia, abbia chiesto trenta giorni di tempo per fornirci i dati dei fitti passivi, e oggi, invece, vengono pubblicati nel testo della Finanziaria con appena 24 ore di preavviso? O il suo capo di gabinetto ha mentito al sottoscritto, oppure lei mente all’aula”. Della serie, “viva la trasparenza”.

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