La sanità siciliana è ferma allo stesso punto di quattro anni fa. La promessa, infatti, resta quella di ridurre le liste d’attesa. Schifani lo diceva nell’ottobre 2022, appena insediato. Giovanna Volo, il primo tecnico scelto alla guida di piazza Ottavio Ziino, lo ripeteva nel 2024. Daniela Faraoni nel 2025. Marcello Caruso, appena nominato assessore alla Salute (ha giurato ieri all’Ars), ha ricominciato da lì: «Primo punto, ridurre le liste d’attesa». Il solito copione. Lo ha ricordato Mario Giambona, deputato regionale del Pd, mettendo in fila le dichiarazioni – ops… gli annunci – degli ultimi anni. «Ripetere uno slogan all’infinito non lo rende vero», dice Giambona.

La nomina di Caruso non è una scelta tecnica, perché Caruso non arriva da una competenza specifica in materia sanitaria (è dipendente dell’Ente di Sviluppo Agricolo). Non è nemmeno una scelta politica nel senso alto del termine, cioè legata a una visione o a un progetto di riforma. E’ soprattutto una scelta di appartenenza: l’uomo di fiducia di Schifani, ex segretario particolare del presidente ed ex coordinatore regionale di Forza Italia, mandato nell’assessorato più pesante della Regione. Quello che muove circa metà del bilancio regionale e governa il pezzo di amministrazione più esposto.

Caruso ha usato toni prudenti. Ha parlato di delega «entusiasmante quanto complessa», di ascolto dei direttori generali, di attenzione ai cittadini, di Pnrr e liste d’attesa. Tutto già sentito. La vera domanda è se abbia la forza, le competenze e l’autonomia per trasformare le parole in decisioni. Per abbattere le liste d’attesa servono risorse economiche, personale, agende trasparenti, controlli sull’intramoenia, rapporto ordinato con le strutture accreditate, sistemi informatici efficienti, manager valutati sui risultati e non sulla fedeltà politica.

Per il nuovo assessore, però, ci saranno altri stress test da non fallire. A cominciare dalla Missione 6 del Pnrr. Case e ospedali di comunità dovevano essere la svolta dell’assistenza territoriale, la risposta strutturale al sovraccarico degli ospedali e dei pronto soccorso. Dovevano prendere in carico i pazienti fragili, favorire le dimissioni protette, avvicinare i servizi ai cittadini. Invece, a poche settimane dalle scadenze (il 20 maggio), la Regione corre per dimostrare che le strutture sono “attive”, anche quando lo sono solo in parte. L’obiettivo è evitare la perdita dei fondi più che costruire servizi pienamente funzionanti.

I numeri raccontano la distanza fra annuncio e realtà: 146 case di comunità programmate, 67 in funzione; 39 ospedali di comunità previsti, appena 3 attivi. I manager delle Asp si sono impegnati a inaugurare tutto entro fine maggio, ma il nodo resta il personale. E l’attivazione parziale rischia di diventare l’ennesima scorciatoia siciliana: aprire quanto basta per rispettare la scadenza, rimandando a dopo il problema vero, cioè far funzionare davvero le strutture.

Il caso di Piana degli Albanesi, raccontato da Repubblica, mostra bene il problema. La struttura è stata inaugurata il 31 marzo con autorità, dichiarazioni ufficiali e foto di rito. Ma i posti letto sono rimasti vuoti, gli infermieri assegnati alla struttura sono rientrati nei reparti d’origine e i primi pazienti sono arrivati soltanto adesso (svuotando una Rsa). Il problema non riguarda solo Palermo. Trapani è l’incognita più pesante: alcune strutture non saranno attivate prima di settembre, oltre la scadenza imposta. La Regione dovrà presentarsi al tavolo nazionale con un cronoprogramma credibile e spiegare i ritardi. Basta che un pezzo della macchina non centri l’obiettivo per mettere a rischio l’intera missione. È questa la prima vera grana di Caruso.

Il resto del dossier sanitario non è meno esplosivo. La rete ospedaliera è stata investita dai rilievi del ministero della Salute. Il piano costruito dalla gestione precedente rischia di tornare in Commissione all’Ars e di essere corretto in profondità. Caruso dovrà decidere se difendere l’impianto ereditato o riscriverlo. In entrambi i casi dovrà scontentare qualcuno: territori, deputati, manager, pezzi di maggioranza.

Sul tavolo c’è anche il rapporto con i privati accreditati, logorato da mesi di tensioni su tariffe e rimborsi. E poi l’intramoenia. Il principio è sacrosanto: l’attività libero-professionale non può correre più dell’attività istituzionale. Ma anche qui, senza dati, controlli, agende governate e aziende capaci di far rispettare le regole, il riordino rischia di restare un titolo buono per qualche annuncio.

A completare il quadro ci sono le ombre sugli appalti, la relazione dell’Antimafia sull’elisoccorso, la casella ancora aperta della Pianificazione strategica dopo l’uscita di Salvatore Iacolino. Anche quella nomina – con Fratelli d’Italia pronta a imporre uno fra Mario La Rocca e Sabrina Pulvirenti (attuale commissario straordinario all’Asp di Trapani) dirà se il nuovo corso sarà davvero nuovo o se, come spesso accade, la sanità resterà terreno di regolamento fra partiti.

Caruso non può essere considerato responsabile del disastro che eredita. Ma da oggi diventa responsabile di come lo affronterà. Perché il punto non è annunciare ancora una volta la riduzione delle liste d’attesa. Il punto è spiegare perché, dopo quattro anni di annunci, i siciliani aspettano ancora.